House of the Dragon 3×04 – La prova definitiva che i draghi sono gli esseri più intelligenti della serie (Spoiler senza pietà)

Car* lettori

Dopo quattro episodi sono arrivato a una conclusione: il problema di House of the Dragon non sono i Verdi, i Neri o il Trono di Spade.

È il cognome. Appena uno diventa Targaryen perde circa 40 punti di quoziente intellettivo. Non c’è altra spiegazione.

Prendiamo Daemon.

L’uomo ha finalmente ritrovato Rhaena. La ragazza è viva, ha conquistato la fiducia di Sheepstealer e, per la prima volta nella sua esistenza, ha preso una decisione sensata.

“Non torno a Roccia del Drago. Voi continuate pure a litigare per quella sedia fatta di coltelli. Io resto qui.”

Ed è la frase più intelligente pronunciata da un membro della famiglia reale dall’inizio della serie.

Come reagisce Daemon? Con la lucidità che lo contraddistingue.

Avrebbe potuto dire a Rhaenyra: “Ho trovato nostra figlia. Ha scelto un’altra strada.”

Fine. Cinque secondi. Problema risolto. Invece no.

Daemon vede un povero pastore che probabilmente stava cercando di capire perché le pecore fossero così agitate e pensa:

“Sai cosa manca a questa giornata? Un omicidio completamente inutile.”

Lo uccide. Gli stacca la testa, la carbonizza, la infila in un sacco e attraversa mezzo continente. La scarica davanti a Rhaenyra con l’orgoglio di un bambino che porta a casa il lavoretto dell’asilo.

“Tesoro… ho eliminato il cavaliere di Sheepstealer.”

No, Daemon… Hai assassinato un tizio che aveva l’unica colpa di fare il pastore.

La parte più bella è che lui è convinto che il piano sia geniale.

Una testa irriconoscibile. Zero testimoni.

Una storia piena di buchi che Sherlock Holmes avrebbe risolto il caso in dodici secondi.

Ma a Westeros basta annuire seriamente e tutto diventa credibile.

Mysaria, infatti, non dice nulla, lo guarda e quello sguardo vale più di mille dialoghi.

È la faccia di chi pensa: “Sei il più grande stratega militare della tua generazione… e questo è il meglio che ti è venuto in mente?”

Torniamo ad Approdo del Re.

Rhaenyra è ufficialmente passata dalla fase “Conquisterò il Trono” alla fase “Per favore, fatemi finire una riunione senza una catastrofe.”

Ogni volta che entra nella sala del consiglio sembra la dirigente scolastica convocata per l’ennesimo consiglio straordinario. C’è sempre qualcuno che ha un problema. Qualcuno che vuole vendicarsi. Qualcuno che propone un’idea terribile.

E qualcuno che pensa che i draghi siano la soluzione a qualsiasi cosa.

La sensazione è che Rhaenyra governi più un call center che un regno.

Intanto Criston Cole continua la sua gloriosa carriera da uomo che prende sempre il treno sbagliato.

Arriva ad Harrenhal, Aemond non c’è, Vhagar non c’è… piano è saltato.

Le probabilità di successo sono pari a quelle di trovare parcheggio gratis sotto il Colosseo.

E lui? Prosegue. Criston è il GPS umano. Anche quando sente chiaramente “Hai sbagliato strada”, continua per altri cinquanta chilometri.

E HBO dimostra ancora una volta di conoscere perfettamente il proprio pubblico.

Alicent aiuta Helaena a cambiarsi e la telecamera si ferma sul ventre.

Tre secondi.

Fine episodio.

Sono bastati tre secondi per trasformare internet in un reparto maternità.

Chi è il padre?

È davvero incinta?

È un depistaggio?

È Maelor?

È una modifica ai libri?

George R.R. Martin lo sa?

Gli sceneggiatori, in pratica, hanno lanciato una bomba a mano nel fandom e sono scappati ridendo. Perché conoscono benissimo il pubblico. Possono passare cinquanta minuti a parlare di guerra, politica e draghi. Ma basta un’inquadratura sull’addome di Helaena e per una settimana nessuno parlerà più d’altro.

È marketing diabolico ma perfetto.

Rhaena è l’unica persona felice di Westeros è quella che ha deciso di non frequentare più i Targaryen.

Coincidenze? Io non credo.

La vera morale della puntata è che i draghi continuano a essere gli unici esseri razionali.

Se hanno un problema… Bruciano qualcosa.

Gli esseri umani, invece, organizzano consigli di guerra, mentono ai familiari, nascondono cadaveri, inventano false identità, fanno ipotesi sulle gravidanze e prendono decisioni sempre più complicate.

I draghi sono molto più lineari e forse, alla fine, anche molto più civili.

La quarta puntata conferma una teoria che ormai considero canonica… Il Trono di Spade non rende folli. Semplicemente seleziona le persone che lo erano già.

E Daemon, ancora una volta, ci tiene a ricordarci perché resta il candidato imbattibile al premio “Peggior problem solver dei Sette Regni”.

Voi cosa ne pensate?

Alla prossima^^

House of the Dragon 3×03 – Il Trono di Spade? No, il Trono delle Riunioni Infinite (Spoiler senza pietà)

Carissimi lettori,

ammetto che passare le ore davanti al pc sta diventando difficile, l’estate brucia e giusto per renderla ancora più rovente la HBO ha deciso di mandare in onda House Of The Dragon. Che non me ne vogliano gli appassionati ma lo trovo davvero una punizione divina. Ma non pensiamo a questo ed eccovi la mia recezione alla terza punta.

Dopo settimane passate a venderci la Danza dei Draghi come la guerra destinata a cambiare Westeros, la terza puntata ci ricorda una verità molto più deprimente: conquistare il Trono di Spade è la parte facile. Il difficile è governare.

Rhaenyra entra ad Approdo del Re da vincitrice. Si aspetta il classico pacchetto “regina trionfante”: applausi, sudditi festanti e un regno ai suoi piedi.

Invece eredita una capitale al collasso.

Le casse sono vuote, il popolo è affamato, i topi sembrano aver fondato una loro casata, i fanatici religiosi sono ovunque e il Concilio Ristretto è composto da persone convinte che parlare per mezz’ora equivalga a prendere una decisione.

In pratica, ha comprato una villa vista mare scoprendo solo al rogito che manca il tetto.

Emma D’Arcy è eccezionale. Riesce a trasmettere quella specifica espressione di chi ha inseguito il lavoro dei sogni per anni e il primo giorno scopre che il suo predecessore ha cancellato tutti i file, prosciugato il conto aziendale e lasciato cinquanta mail con scritto “URGENTE”.

Non basta questo arriva anche la richiesta di Corlys Velaryon.

L’uomo che per tre stagioni ci è stato presentato come il più grande navigatore dei Sette Regni, il leggendario Serpente di Mare, decide che questo è il momento perfetto per affrontare la questione più delicata della sua vita.

“Già che ci siamo… riconosciamo anche i miei figli illegittimi?”

Il tempismo è spettacolare.

Il regno è sull’orlo del collasso, la guerra non è nemmeno lontanamente finita, Rhaenyra sta cercando di capire come evitare una rivolta… e Corlys si presenta con quella che, in termini moderni, è una pratica di aggiornamento dello stato di famiglia.

È un dialogo che sembra uscito da una riunione condominiale.

“Prima del punto tre all’ordine del giorno… avrei due bastardi da regolarizzare.”

E la cosa più assurda è che ha pure ragione.

Dopo aver sacrificato praticamente tutta la famiglia alla causa Targaryen, dopo aver perso figli, moglie e mezzo patrimonio, decide che almeno quei due ragazzi meritano un cognome. È uno dei rari momenti in cui House of the Dragon riesce a essere tenera… pur parlando, alla fine, di adulterio.

Comunque si becca un due di picche e la sua reazione è giusta. Lo appoggio, cavolo una cosa ti ho chiesto.

Daemon, invece, continua a essere il collega che a qualsiasi problema risponde sempre nello stesso modo:

“Avete provato con un drago?”

Economia in crisi?

Un drago.

Problemi politici?

Un drago.

Diplomazia?

Due draghi.

È rassicurante sapere che esiste almeno un personaggio coerente.

Nel frattempo il Concilio Ristretto continua a riunirsi con l’efficienza di una call che sarebbe potuta essere una mail. Tutti parlano, tutti interrompono tutti, nessuno conclude niente. Se avessero inventato PowerPoint, Westeros avrebbe già perso la guerra per eccesso di presentazioni.

Infine ci sono loro. I veri protagonisti di questa puntata. Hanno avuto più inquadrature loro che i draghi in tre stagioni: i topi.

Sono ovunque.

Entrano nelle inquadrature con sicurezza di essere loro al centro dell’attenzione. A questo punto mi aspetto un episodio dedicato al loro punto di vista. Francamente sarei curioso di sapere cosa pensano degli esseri umani.

La cosa più divertente è che questa puntata funziona proprio perché rinuncia allo spettacolo facile.

Ci sono meno draghi.

Meno esplosioni.

Meno “Dracarys”.

Ma molte più persone che scoprono che il potere è una montagna di problemi amministrativi con qualche omicidio occasionale.

La Danza dei Draghi, per questa settimana, diventa la Danza delle Scartoffie.

E il messaggio è chiarissimo: conquistare un regno richiede fuoco. Tenerlo in piedi richiede una pazienza che nemmeno i Targaryen riescono a cavalcare.

Un episodio che dimostra come il vero mostro di Westeros non sia Vhagar, ma l’agenda del Concilio Ristretto. E che, in fondo, anche il leggendario Serpente di Mare, davanti alla fine del mondo, trovi comunque il tempo di dire: “Già che ci siamo… firmiamo anche questi documenti.”

Cosa ne pensate?

Alla prossima^^

La Danza dei Draghi continua: meno diplomazia, più decapitazioni

Cari lettori, il sole bolle, la voglia è poca ma in casa Targaryen non si dica che mancano le fiamme.

La seconda puntata della terza stagione di House of the Dragon ci insegna una cosa fondamentale: a Westeros non esiste il tempo per elaborare un lutto. Piangi cinque minuti, fai un discorso malinconico guardando il mare… e via, si va a conquistare Approdo del Re.

L’episodio si apre con il ritrovamento del corpo di Jacaerys. Una scena che colpisce allo stomaco e che ricorda a tutti che la Battaglia del Gullet non è stata una semplice scaramuccia, ma una carneficina. Corlys guarda quello che resta della sua flotta e pronuncia una frase che riassume molto bene la situazione: “Se questa è una vittoria, prego di non vincerne mai un’altra.” E in tutta sincerità è difficile dargli torto. I Neri hanno “vinto”, ma il conto da pagare sembra quello di una vacanza prenotata senza leggere le recensioni.

Rhaenyra, però, non ha il lusso di fermarsi. Il dolore può aspettare, il Trono di Spade no.

Ad Approdo del Re, dove Alicent decide di mettere in pratica il piano concordato con Rhaenyra. Una scelta che richiede un coraggio notevole… e una fiducia decisamente malriposta nei maschi della Fortezza Rossa.

Perché basta davvero un quarto d’ora affinché tutto rischi di saltare.

Lord Jasper Wylde pensa bene di trasformarsi nel peggior essere umano disponibile sulla piazza, tentando di abusare di Alicent invece di fare il suo lavoro. Un momento durissimo che dimostra come, in questa serie, il vero mostro non sempre abbia le ali e sputi fuoco.

Per fortuna interviene il gran maestro Orwyle e il piano può proseguire.

Rhaenyra e Daemon entrano nella Fortezza Rossa come se fossero tornati a riprendersi le chiavi di casa lasciate anni prima sul mobile dell’ingresso. La conquista di Approdo del Re è sorprendentemente rapida. I Mantelli Dorati cambiano schieramento con una velocità che farebbe impallidire certi politici in campagna elettorale. Del resto, a Westeros la fedeltà dura più o meno quanto una storia d’amore in Temptation Island.

Il momento più bello? Daemon che entra nella sala del Trono con quell’aria da “adesso facciamo pulizia”. Lui non conosce mezze misure. Se gli chiedi di cambiare una lampadina, probabilmente incendia il castello e ricostruisce tutto da zero.

E quando pensi che la puntata abbia già dato abbastanza, arriva il colpo di scena finale.

Nelle segrete c’è Otto Hightower.

Per due stagioni ci siamo chiesti dove fosse finito, mentre Aegon, Aemond e compagnia sembravano essersene dimenticati. Il nonno era rinchiuso sotto casa e nessuno si è preso la briga di controllare. Una gestione familiare che definire discutibile è quasi un eufemismo.

Il confronto finale è di quelli che lasciano il segno. Otto prova ancora una volta a parlare di ragione, politica e conseguenze. Daemon, invece, ascolta con l’attenzione di uno che ha già deciso come finirà la conversazione. E infatti finisce con la sua esecuzione. Niente processi, niente lunghi discorsi. Solo acciaio valyriano e titoli di coda.

Dal punto di vista visivo è un’altra lezione di televisione. Ma quello che funziona davvero è il ritmo: in poco più di un’ora cambia completamente la geografia del potere. Rhaenyra siede finalmente sul Trono di Spade, ma la sensazione è tutt’altro che trionfale.

Perché House of the Dragon continua a ricordarci una regola semplice: ogni volta che un Targaryen ottiene quello che desiderava, scopre subito che il prezzo era molto più alto del previsto.

E noi, naturalmente, siamo già pronti a vedere quanto riusciranno a peggiorare la situazione nel prossimo episodio. Perché se c’è una cosa che questa famiglia sa fare meglio di cavalcare i draghi, è trasformare ogni vittoria nell’anticamera del disastro.

Voi cosa ne pensate?

Alla prossima

House of the Dragon 3×01 – Il Gullet ci ricorda che a Westeros il lieto fine è stato abolito per decreto!

Cari lettori, fuori ci sono quaranta gradi all’ombra. Dentro casa, HBO ha pensato bene di alzare ulteriormente la temperatura. Perché se il sole ci sta lentamente trasformando in supplì umani, i Targaryen decidono che l’unico modo per affrontare l’estate è incendiare mezzo Mare Stretto.

Bentornati a Westeros.

La terza stagione di House of the Dragon non perde tempo con i convenevoli. Dopo due stagioni passate a sentire ripetere “la guerra è inevitabile”, finalmente qualcuno ha smesso di filosofeggiare e ha iniziato a combattere. E lo fa scegliendo una delle battaglie più attese dell’intera Danza dei Draghi: la Battaglia del Gullet.

Ed è qui che Ryan Condal lancia un messaggio molto chiaro allo spettatore.

Pensavate di assistere a uno spettacolo di draghi? Certo.

Ma preparatevi anche a guardare il prezzo che si paga quando quei draghi vengono usati come bombardieri nucleari con le ali.

La battaglia è un caos magnificamente orchestrato. La Triarchia entra in scena con una flotta che sembra uscita da un incubo marittimo, decisa a chiudere i conti con Corlys Velaryon e con tutto ciò che porta il vessillo nero dei Targaryen. Navi che esplodono, uomini divorati dal fuoco, alberi maestri che crollano come stuzzicadenti e un mare che, più che il Gullet, sembra la sala d’attesa dell’Inferno.

La cosa più intelligente dell’episodio è che non cerca mai di rendere la guerra “epica”.

La rende orribile.

I draghi sono spettacolari, certo, ma ogni loro passaggio lascia dietro di sé morte, macerie e quella fastidiosa sensazione che forse avere delle lucertole grandi quanto un Boeing non sia mai stata una grande idea.

Jacaerys Velaryon affronta la battaglia come il principe che avrebbe dovuto rappresentare il futuro dei Neri. Giovane, coraggioso, impulsivo quanto basta per credere che il valore possa ancora fare la differenza.

A Westeros è un difetto.

La caduta di Vermax è uno dei momenti più devastanti dell’episodio. Non soltanto perché perdiamo uno dei personaggi più amati, ma perché perdiamo forse l’ultimo vero idealista della famiglia Targaryen. Il suo sacrificio non cambia le sorti della battaglia. Cambia il cuore della storia. Da quel momento nessuno combatte più per il regno. Combattono per vendicarsi.

Ed è qui che entra in gioco Emma D’Arcy.

Se la battaglia è il cuore spettacolare della puntata, Emma D’Arcy è la sua anima.

Bastano pochi sguardi per raccontare un dolore che altri attori avrebbero trasformato in un monologo di dieci minuti. La sua Rhaenyra non urla, non si dispera teatralmente e non cerca la lacrima facile. Rimane immobile. Ed è proprio quell’immobilità a fare paura. Perché il dolore, quando smette di fare rumore, diventa una decisione.

D’Arcy riesce in qualcosa di rarissimo: interpretare una regina che continua a governare mentre dentro si sta sgretolando. È un lavoro di sottrazione, fatto di silenzi, occhi persi nel vuoto e parole pesate una per una. Se questa stagione manterrà questo livello, la candidatura agli Emmy non dovrebbe essere una sorpresa.

Dall’altra parte c’è Corlys Velaryon, che continua a essere il comandante più competente dell’intera serie e, come ogni persona competente, viene ascoltato meno di un tutorial di istruzioni. Steve Toussaint regala un Corlys stanco, segnato da anni di guerre e lutti, ma ancora capace di tenere insieme una flotta mentre il mondo gli crolla addosso. La sua battaglia contro la Triarchia non è solo militare: è personale. E si vede in ogni ordine impartito, in ogni sguardo rivolto verso un mare che ormai gli restituisce soltanto fantasmi.

Tra le sorprese della puntata c’è anche Alyn, che smette finalmente di essere “quel ragazzo del porto” e dimostra di avere il sangue del Serpente di Mare ben prima che qualcuno glielo riconosca ufficialmente. Niente grandi discorsi. Niente pose da eroe. Fa quello che serve quando serve. Che a Westeros equivale quasi a essere un unicorno.

Daemon. Matt Smith continua a divorarsi ogni scena con la naturalezza di chi sa perfettamente di essere il personaggio più magnetico della serie. Daemon è sempre Daemon: sarcastico, spietato, convinto che la diplomazia sia un fastidioso intervallo tra due guerre.

Ma c’è una crepa interessante.

L’idea di affidare draghi ai nuovi cavalcatori lo convince quanto una dieta senza vino. Per lui il legame tra Targaryen e drago è una questione di sangue, non un casting aperto al pubblico. Ogni volta che qualcuno propone di affidare un drago a un “dragonseed”, sul volto di Daemon compare quell’espressione che abbiamo tutti quando il collega propone “una riunione veloce” alle 18:45.

E come dargli completamente torto?

Perché i draghi non sono biciclette da condividere. A ricordarcelo arriva Ladrodipecore. Probabilmente il drago più anarchico dell’intero continente. Lui delle genealogie se ne infischia. Dei titoli nobiliari pure. Non gli interessa il Trono di Spade, non conosce il protocollo e soprattutto non ha alcuna intenzione di comportarsi come un animale domestico.

Mentre i Targaryen continuano a ripetersi che il sangue valyriano li rende speciali, Ladrodipecore guarda tutti con l’aria di chi pensa: “Ragazzi, decidere chi mi cavalca è un problema vostro. Io ho altro da fare.”

E, onestamente, ha tutto il mio rispetto.

Tecnicamente siamo davanti a uno degli episodi più ambiziosi mai realizzati dall’universo di Game of Thrones. La regia mantiene sempre leggibile una battaglia enorme, gli effetti speciali sono finalmente al servizio della storia e il fuoco dei draghi torna a essere terrificante invece che semplicemente spettacolare. Non c’è mai la sensazione di assistere a un videogioco: ogni esplosione ha un peso, ogni morte lascia una ferita.

Perché questa premiere fa esattamente quello che dovrebbe fare una guerra.

Non divertire. Sconvolgere. E quando scorrono i titoli di coda ti rendi conto che la vera vittoria della puntata non è la Battaglia del Gullet. È averti ricordato che, a Westeros, il drago più pericoloso non è quello che sputa fuoco.

È l’ambizione di chi gli sale in groppa.

Alla prossima^^

Il BookTok è morto?

Cari lettori, il caldo impazza e la voglia di scrivere è poca. Anche i pettegolezzi languono sotto il sole cocente che ha deciso di arrostirci per bene. Ma anche in mezzo a questo fuoco vengo a portarmi la mia parola. Che credo non vi importi tanto, ma io continuo a ciarlare.

Sono consapevole che molti di voi, nessuno, stesse aspettando la mia recensione sul primo episodio di House of the Dragon. Per quanto io adori la serie ho bisogno di smaltire un pochino prima di fare un mega disastro. Quindi alla settimana prossima con due recensioni al prezzo di una.

E oggi si chiacchiera di un funerale. L’ennesimo.

Perché, a quanto pare, il BookTok è morto.

Lo hanno decretato con la stessa convinzione con cui ogni estate qualcuno annuncia la morte del romanzo, della lettura, della critica letteraria e probabilmente anche delle zanzare. Peccato che le zanzare, come il BookTok, sembrino sempre trovare il modo di tornare.

L’accusa è la solita: il BookTok non parla più di libri, ma di marketing. Troppi influencer, troppe collaborazioni, troppi romanzi tutti uguali, troppe copertine pastello e troppo entusiasmo a comando.

Notizia sconvolgente: un social network si è trasformato in una vetrina commerciale.

Chi l’avrebbe mai detto?

Sembra quasi che qualcuno abbia scoperto oggi che TikTok non è un circolo letterario di Oxford, ma un algoritmo che premia ciò che trattiene l’attenzione. Se un video intitolato “I dieci libri che mi hanno cambiato la vita” ottiene meno visualizzazioni di uno con “Il libro che mi ha devastata emotivamente”, forse il problema non è solo del creatore. Forse è anche di chi scorre.

Abbiamo anche la categoria dei nostalgici. C’è chi rimpiange “il vecchio BookTok”. Quello autentico e puro. Come se fosse esistita un’età dell’oro in cui tutti recensivano solo Tolstoj sorseggiando tè e citando Virginia Woolf. La nostalgia, si sa, ha un talento speciale: riscrivere il passato.

Il BookTok è sempre stato un miscuglio. Libri bellissimi e libri dimenticabili. Recensioni sincere e hype costruito. Persone che leggevano per passione e persone che avevano capito che i libri fanno engagement.

La differenza è che oggi ce ne accorgiamo di più.

E forse il punto è proprio questo: il BookTok non è morto ma è cresciuto. E come tutte le cose che crescono, ha perso un po’ dell’ingenuità iniziale. Sono arrivati gli editori, le agenzie, le campagne pubblicitarie, gli eventi, gli inviti e persino quelli che leggono trenta pagine e poi spiegano al mondo il significato dell’opera.

Ma sapete una cosa? In mezzo a tutto questo rumore continuano a esistere creator bravissimi. Persone che consigliano libri con passione, che discutono, litigano, argomentano, fanno scoprire piccoli editori e autori sconosciuti. Solo che bisogna cercarli. L’algoritmo non è una madre premurosa: vi restituisce quello che gli insegnate a mostrarvi.

E c’è anche un’altra domanda che nessuno sembra voler fare.

Perché sentiamo sempre il bisogno di dichiarare morto qualcosa che semplicemente è cambiato?

Forse perché dire “BookTok è morto” genera molte più interazioni di “BookTok si è trasformato”. Meno poetico, certo, ma decisamente più accurato.

Alla fine, il BookTok continuerà a fare quello che ha sempre fatto: far comprare libri che alcuni ameranno e altri odieranno, creare tormentoni, dimenticare capolavori e riportarne altri in classifica dopo vent’anni.

E tra una polemica e l’altra, qualcuno continuerà persino a leggere.

Che, se ci pensate, era il motivo per cui tutto questo era iniziato.

O almeno credo. Ma con questo caldo potrei anche essermelo sognato.

Alla prossima^^

Pubblicare libri nel 2026: un atto di ostinazione e lieve incoscienza.

Cari lettori,

il caldo ha ufficialmente dichiarato guerra alla mia vena creativa. Non che prima fosse una macchina perfettamente oliata, ma diciamo che ora siamo ai livelli di una lucertola spiaggiata al sole: poca energia, poca voglia di comunicare e una straordinaria capacità di fissare il vuoto.

Fortunatamente, all’orizzonte si intravede la salvezza: a breve torna House of the Dragon e, come ogni essere umano dotato di priorità discutibili, riprenderò le recensioni con il fervore di una maestra elementare armata di penna rossa.

Ma oggi lasciatemi salire sul piedistallo degli annunci autoreferenziali.

In settimana è uscito Sabbia e Luce, il prequel de Il Principe Dimenticato, il romanzo che ho pubblicato nel 2023 ma che, nella mia percezione temporale, è stato scritto durante il Paleolitico superiore.

https://amzn.eu/d/06N0N42N

Arad e Kian tornano a deliziarvi. O, più precisamente, tornano a mostrarvi come è nato il loro amore. Perché sì, prima di diventare il disastro emotivo che conoscete, c’è stata tutta una fase preliminare di sguardi, dubbi, tensioni e decisioni discutibili.

E fin qui, tutto molto romantico.

Adesso arriva la parte meno romantica e molto più divertente: essere uno scrittore nel 2026 è un po’ come aprire un chiosco di granite nel deserto e scoprire che il deserto è già pieno di altri trentamila chioschi gestiti da persone bravissime.

Scrivere un libro è difficile. Pubblicarlo è difficile. Ma la vera impresa titanica è riuscire a farlo leggere. Perché il problema non è tanto scrivere trecento pagine. Il problema è convincere il mondo che esistono.

Ogni giorno internet produce una quantità di contenuti tale da far sembrare la Biblioteca di Alessandria un volantino del supermercato. Tra video di gatti, serie tv, drammi social, ricette improbabili e l’ennesima polemica del giorno, il tuo romanzo arriva timidamente e dice: «Salve, ci sarei anch’io».

E il mondo risponde: «Molto interessante, ma hai visto quel procione che ruba una pizza?».

Crearsi una base di lettori è un lavoro strano. Non esistono formule magiche, non esiste un pulsante segreto e, purtroppo, non esiste nemmeno un drago che possa imporre il vostro acquisto sotto minaccia di incenerimento.

Esiste però una cosa un po’ antica e terribilmente preziosa: il passaparola.

Ogni persona che legge, commenta, condivide o semplicemente consiglia una storia a qualcun altro compie una piccola magia.

Ed è questo che, nel tempo, costruisce una comunità. Lentamente. Molto lentamente. Con la velocità geologica con cui io ho scritto Il Principe Dimenticato, per intenderci.

Quindi oggi niente lamentele, niente piagnistei e niente discorsi da artista incompreso che osserva la pioggia dietro una finestra. Solo una constatazione: continuare a scrivere, in un mondo che corre a duemila all’ora, è un atto di ostinazione meravigliosa.

E io, evidentemente, sono ancora abbastanza ostinata.

Perciò Sabbia e Luce è qui.

Arad e Kian vi aspettano.

E io torno alla mia attività preferita: pubblicare libri, parlare poco e attendere con pazienza il ritorno dei draghi.

Alla prossima^^

“OffCampus”: il guilty pleasure tossico dove i personaggi secondari hanno più vita dei protagonisti!

Cari lettori, che non si dica che questa scribacchina non abbia tentato il grande sacrificio generazionale. Ho affrontato “OffCampus” con spirito aperto, cuore puro e una tisana digestiva accanto, pronta a comprendere il linguaggio sentimentale della Gen Z: ragazzi bellissimi, traumi confezionati come accessori moda e dialoghi che sembrano scritti direttamente da TikTok dopo tre Red Bull e una delusione amorosa. Ma dopo otto episodi posso dirlo serenamente: non è colpa mia. È proprio la serie che sembra uscita da un laboratorio segreto dove prendono tutti i cliché del romance universitario americano e li allevano in cattività.

Garrett, interpretato da Belmont Cameli, dovrebbe essere il fantasy erotico per eccellenza: capitano della squadra di hockey, bello da risultare quasi irritante, tormentato, sexy. In pratica il classico maschio alfa da BookTok. In realtà sembra un Big Jim pompato a creatina con l’espressività emotiva di un citofono condominiale. Ogni volta che la regia insisteva sul suo “sguardo intenso”, io vedevo un uomo che stava mentalmente compilando il 730.

E Hannah? La solita ragazza “invisibile” che Hollywood continua a spacciare come outsider nonostante sembri una modella H&M sotto copertura. Perché nell’universo dei teen drama basta una felpa larga e due libri sottobraccio per trasformare una ragazza splendida nella creatura socialmente emarginata del campus.

La loro chimica è qualcosa da studiare scientificamente, perché riesce a essere inferiore persino alle aspettative già rasoterra. Ho visto coppie litigare per un parcheggio con più tensione erotica. Ogni scena romantica tra loro sembra girata da due persone che si sono conosciute cinque minuti prima davanti al distributore automatico. Lle famose scene spicy. Ah sì. Quelle che internet continua a definire “bollenti”, “audaci”, “rivoluzionarie”. Ragazzi… no. Sembrano tutorial motivazionali girati per una pubblicità di bagnoschiuma al sandalo. Corpi perfetti che si strusciano con la telecamera gira attorno come se stesse documentando l’accoppiamento dei cavallucci marini per National Geographic. Il problema è che la serie vuole disperatamente convincerti di essere trasgressiva ma ha la stessa carica erotica di un catalogo di arredamento scandinavo. Tutto patinatissimo, sterilizzato, finto. Nessuno suda, nessuno spettina un capello, nessuno sembra davvero preso dal momento. Sembrano tutti terrorizzati all’idea di stropicciare gli addominali.

Prime Video ci vende Garrett e Hannah come la coppia definitiva, ma accade l’imprevisto: entrano Mika Abdalla e Stephen Kalyn, rispettivamente texana e canadese, e improvvisamente qualcuno ricorda agli sceneggiatori che gli esseri umani dovrebbero avere pulsazioni. Lì sì che succede qualcosa. Battute vere. Tensione vera. Occhi che sembrano guardarsi davvero e non cercare disperatamente il segno luminoso della macchina da presa. Canada e Texas, evidentemente, sanno bene cos’è la chimica. E chi ha visto “Heated Rivalry” sa che quando si parla di combinazioni esplosive certi territori hanno già esperienza nel settore. Non a caso internet è impazzito per Dean e Allie, molto più che per i protagonisti ufficiali. Mika Abdalla e Stephen Kalyn hanno più elettricità in una scena passivo-aggressiva al bar che Garrett e Hannah in otto episodi di sospiri umidi e colonna sonora indie-pop.

Ma il problema più grosso di “OffCampus” resta il suo disperato tentativo di fingersi moderno peccato che ragiona come un teen drama ibernato nel 2008. La serie vuole sembrare inclusiva, progressista, sensibile, ma spesso scivola in dinamiche femminili scritte con la delicatezza di un gruppo Telegram di maschi etero arrabbiati. Le donne vengono continuamente divise tra “fidanzatina terapeutica” e “ragazza sessualmente minacciosa”, e certi sottotesti queer hanno quell’odore inconfondibile di falsa inclusività aziendale: il classico “guardate come siamo aperti mentalmente” seguito immediatamente da battutine e dinamiche che sfiorano il lesbofobico con l’eleganza di un SUV parcheggiato sulle strisce.

È una serie che usa il vocabolario della Gen Z ma con la mentalità emotiva di uno sceneggiatore che ancora dice “eh ma oggi non si può più dire niente”.

Eppure, disgrazia suprema, la guardi. Perché “OffCampus” ha la stessa energia tossica di un fast food alle tre del mattino: sai perfettamente che ti farà male, sai che è tutto artificiale, unto e costruito in laboratorio… ma continui comunque. Più che una serie romantica, “OffCampus” è un gigantesco filtro Instagram con problemi di autostima. Una fanfiction milionaria convinta di essere profondissima perché ogni tanto qualcuno piange in palestra sotto luci al neon.

E la cosa più irritante? Che probabilmente guarderemo tutti anche la seconda stagione. Anche solo per vedere se finalmente Prime Video avrà il coraggio di seguire gli unici due personaggi che sembrano esseri umani e non manichini Abercrombie posseduti da Wattpad.

Cosa ne pensate?

Alla prossima^^

Il Diavolo Veste Prada 2: il problema non è Miranda, è che ormai pure il male deve fare autocritica

Cari lettori, benché i social continuino a regalarmi materiale umano che mi tenta ogni giorno verso il crimine informatico e la misantropia, mantengo la parola data: parliamo de Il Diavolo Veste Prada 2.

Il sequel che nessuno aveva davvero chiesto ma che tutti, appena annunciato, abbiamo accolto come una ex tossica che si ripresenta impeccabile al matrimonio di tua cugina: sai che finirà male, ma vuoi vedere il disastro da vicino.

Nel 2006 Miranda Priestly era il male assoluto. Una donna elegante, crudele, classista, narcisista e meravigliosa. Oggi invece il cinema ha paura del male. Deve spiegarti che il cattivo in fondo soffre, vulnerabile, fa pilates e ha iniziato un percorso terapeutico.

Risultato? Miranda Priestly non terrorizza più nessuno.
Sembra una dirigente di lusso che ha appena scoperto TikTok e ora vive nel panico perché una diciannovenne vestita da senzatetto chic riesce a fare più engagement di trent’anni di carriera editoriale. E la cosa più crudele è che il film lo sa. Perché questo sequel parla di una donna che si accorge di essere diventata vecchia in un mondo che idolatra la giovinezza anche quando è vestita male. E credetemi: non esiste horror psicologico più feroce di una cinquantenne che deve chiedere a un social media manager cosa significhi “core”.

Meryl Streep comunque resta gigantesca. Potrebbe leggere le istruzioni della friggitrice ad aria e sembrare comunque pronta a distruggerti professionalmente. Però stavolta il personaggio perde mordente perché il film vuole umanizzarla troppo e io non voglio umanizzare Miranda Priestly.
Io voglio temerla. Voglio che una donna mi guardi le scarpe e mi faccia venire voglia di cambiare identità.

Andy invece resta sorprendentemente sensata. Non torna la stagista impacciata del primo film, grazie a Dio. Perché sarebbe stato ridicolo. Anne Hathaway qui funziona meglio del previsto, anche se continua ad avere quell’energia inquietante da donna che beve acqua tiepida col limone alle sei del mattino ed è sinceramente felice di farlo.

Emily Blunt invece la amo. Ha quel tono da aristocratica britannica che potrebbe dirti “tesoro sei adorabile” e farti venire voglia di buttarti in mare con le tasche piene di sassi.

Devo fare una domanda, per quanto inopportuna. Perché Hollywood prende donne bellissime e decide di gonfiarle di botox fino a farle sembrare ricche vedove conservate sottovuoto? A un certo punto Emily e Anne sembrano due statue di cera che litigano per un Birkin. Aspettavo partisse la musichetta del Madame Tussauds.

Il film fa un tentativo flebile di trasformare Emily nella nuova Miranda.
Ma Emily non è Miranda.
Emily è quella collega passivo-aggressiva che ti manda “nessun problema ❤️” ma capisci che il problema ormai sei tu.

Per fortuna entra Stanley Tucci. Nigel resta l’unico personaggio davvero scritto bene. Perché evolve senza perdere personalità. Non diventa una caricatura motivazionale di LinkedIn. Non si mette a spiegare l’importanza del work-life balance mentre indossa occhiali da 900 euro. Esiste e basta. Ed è l’unico adulto funzionante dentro un film pieno di persone che sembrano vivere costantemente a metà tra una crisi esistenziale e una sfilata di Valentino.

Il vero problema però è la trama. Il primo film aveva una struttura chiarissima: successo, seduzione del potere, perdita di sé, emancipazione. Fine. Pulito. Perfetto. Qui invece dopo un’ora sembra che gli sceneggiatori abbiano aperto una bottiglia di Barolo e deciso di “seguire le emozioni”.

A un certo punto non si capisce più se stiamo guardando:

  • una satira sulla moda,
  • un dramma sull’invecchiamento,
  • una reunion nostalgica per millennials col mutuo,
  • o una lunga pubblicità di cappotti color cammello.

Non manca la storia d’amore. Anzi no: “la situazione sentimentale”. Perché chiamarla storia sarebbe offensivo verso le storie. Nel primo film Andy rischiava di mandare tutto all’aria per Parigi, il fascino, il lusso, la tentazione. C’era tensione erotica, ambizione, caos. Qui invece sembra pronta a stravolgere la vita per trasferirsi in Italia con un uomo che ha il carisma di un podcast sulla respirazione consapevole. E io dovrei credere che Andy Sachs, una donna che ha lavorato con Miranda Priestly, molli tutto con uno che dice “dobbiamo rallentare”? Ma rallentare cosa?
Questa donna sopravviveva con tre ore di sonno e traumi lavorativi di livello NATO.

La verità è che il film continua a fingere che Andy voglia una vita normale, quando è evidente a tutti che il suo vero grande amore resta il lavoro. Come Miranda. Solo con meno pellicce e più senso di colpa. Ed è questo il punto più interessante del sequel: mostrare che le donne di potere oggi non devono solo essere brave. Devono anche essere simpatiche, equilibrate, emotivamente disponibili, ambientaliste, possibilmente gluten free e capaci di fare reel ironici mentre salvano una casa editrice.

Miranda nel 2006 poteva essere un mostro.
Nel 2026 persino il diavolo deve risultare relatable.

Ed è lì che il film perde il veleno. Perché il primo Il Diavolo Veste Prada ti faceva desiderare un mondo tossico. Questo sequel invece vuole chiederti scusa per avertelo fatto desiderare.

Voi cosa ne pensate?

Alla prossima^^

RPF: quando la fanfiction diventa giornalismo!

Cari lettori,

questa settimana è andata in scena la serata più cool della moda: il Met Gala. Quel luogo magico dove l’eleganza incontra l’eccesso, lo supera e lo investe con nonchalance. Un tappeto verde su cui sfilano look che oscillano tra il capolavoro e il reato estetico perseguibile d’ufficio.

Io, per celebrare cotanto spettacolo, mi sono pure concessa il cinema: quella “perla” di sequel de Il diavolo veste Prada. Lo so, stavate già lucidando i coltelli per una recensione velenosa. Ma come disse quel fregno immortale di Aragorn davanti ai cancelli neri di Mordor: non è questo il giorno.

Perché il Met Gala, quest’anno, non mi ha regalato solo piume, corsetti e celebrities vestite da trauma infantile elaborato male. No. Mi ha trascinata di nuovo dentro X, quel luogo incantato dove la realtà è opzionale e la fantasia ormai ha il bollino blu.

E sapete qual è il problema?

Che il mio algoritmo non conosce più il concetto di varietà. Tu apri i social aspettandoti una valanga di star, look, scandali fashion e gente che soffre dentro Balenciaga… e invece no.

Sempre loro… Hudson Williams e Connor Storrie.

Ogni scroll: loro. Ogni tweet: loro. Ogni video: loro che si guardano, si sfiorano, condividono ossigeno nello stesso emisfero terrestre. E il problema è che internet ormai li tratta come se non fossero due attori emergenti, ma una coppia sposata.

Benvenuti nell’RPF: dove la realtà è un dettaglio tecnico e la fanfiction è diventata una branca collaterale del giornalismo online.

Chiariamoci: le ship esistono da sempre e i fandom pure. Vi parlo da ex shipper con tanto di pensione anticipata e dignità parzialmente recuperata: il delirio collettivo non è una novità. Prima però restava confinato lì, tra fanfiction improbabili, forum glitterati e gente che passava le notti a discutere del significato nascosto di una gif in 240p. In pratica: c’è la cantavamo e suonavamo da soli.

Oggi no. Oggi il fandom ha un ufficio stampa.

Perché a un certo punto giornalisti, influencer e content creator hanno capito che la fanfiction paga. E così hanno smesso di osservare il fenomeno e hanno iniziato ad alimentarlo. Quando un giornale prende una teoria nata alle tre del mattino su Reddit e la trasforma in articolo, non sta facendo cronaca pop. Sta facendo AO3 con accredito stampa.

Quando Page Six racconta che Hudson e Connor sono stati gli ultimi a lasciare un after-party del Met Gala, parlando di “momenti privati” e “tensione romantica”, non sta riportando fatti. Sta praticamente scrivendo il capitolo bonus di fanfiction.

E il punto non è nemmeno che se ne parli…. ma è come.

Con quel tono ambiguo, furbissimo, da: “eh ma i fan hanno notato…”.

Certo che hanno notato. I fan notano tutto. Il problema è che voi lo pubblicate. E nel momento in cui lo pubblicate, quella roba smette di essere il delirio contenuto di un fandom e diventa narrativa pubblica. Una narrativa che gli attori leggono, vedono e inevitabilmente si ritrovano addosso.

Perché ormai funziona così: se neghi, confermi. Se stai zitto, confermi. Se sorridi, ultra-confermi. Se vi sedete vicini a un evento, internet prenota già il matrimonio.

Capisco l’hype: chimica evidente, fandom enorme, timing perfetto. E sì, il Met Gala ha peggiorato tutto. Perché improvvisamente Hudson Williams e Connor Storrie non erano più soltanto gli attori della serie del momento: erano gli it boys. Vogue che li definisce “heartthrobs”, editoriali sulla loro “energia insieme”, articoli che analizzano outfit “opposti ma complementari” come se stessimo parlando dello yin e yang e non di due uomini in smoking.

E internet, ovviamente, ha preso la palla e ha deciso di trasformarla in religione.

Spoiler: quando qualcuno reale deve limitare i commenti, sparire dai social o stare attento a quanto vicino si mette a un collega per evitare l’ennesima teoria romantica, non è più solo intrattenimento ma una gabbia con filtro Instagram.

E quindi eccoci qui: confini evaporati, stalking digitalizzato, parasocialità elevata a sport olimpico. Una volta serviva impegno per essere un fandom inquietante. Oggi basta una connessione stabile e troppo tempo libero.

E loro? Devono convivere con una versione della propria vita scritta da milioni di persone che si sentono sceneggiatori non pagati.

E sì, i fandom esagerano, sempre. È praticamente il loro linguaggio dell’amore tossico ma questa macchina infernale non si è costruita da sola.

Qualcuno l’ha nutrita, coccolata e monetizzata e poi tutti sconvolti quando uno dei due, banalmente, mette un punto.

Diciamolo: arrivi al Met Gala con sei mesi di carriera esplosa, il mondo ai piedi, gente che urla il tuo nome, Vogue che ti incorona nuovo principe della Gen Z eppure l’argomento principale non è il tuo lavoro, talento e non è nemmeno il vestito che pesa quanto il PIL di una piccola nazione europea.

Ecco perché forse è arrivato il momento in cui la realtà ha bussato alla porta.

Hudson pubblica un post e sotto arriva l’ennesimo commento pieno di RPF, teorie e allusioni da detective emotivi sotto copertura.

E lui risponde semplice e diretto: “Basta con l’RPF.”

Fine. Due parole.

Ora, una persona normale leggerebbe quella frase e penserebbe: forse abbiamo superato il limite.

Internet invece no. Internet reagisce come se il Papa avesse appena annunciato la fine del mondo in una live Instagram. Thread. Editoriali. Analisi del tono. Persone convinte che quel commento avesse in realtà “un significato più profondo”. Gente offesa perché improvvisamente scopre che forse, e dico forse, gli attori non adorano essere trasformati h24 in una simulazione romantica collettiva.

E qui arriva la parte più ironica di tutte: la faccia sconvolta generale.

Come se dopo mesi di articoli ammiccanti, “body language analysis”, interviste costruite apposta per creare clip virali e giornalisti che trattano ogni interazione tra Hudson e Connor come se stessero negoziando la pace mondiale… nessuno potesse prevedere che qualcuno, prima o poi, si sarebbe rotto le palle.

Incredibile davvero.

Un Post, è bastato commentare una risposta a un suo post. Magari scritto in un momento di stanchezza o esasperazione. Magari semplicemente per cinque minuti non aveva voglia di vedere la propria vita trasformata nell’ennesima teoria romantica certificata dai social e rifinita dai media.

E invece eccoci qui: thread, editoriali, video analisi in 4K e persone che trattano due attori come se fossero un ARG emotivo da risolvere. Articoli che parlano di after party come fandom impazzito.

Sono cattiva? Sì.

Ma tra essere cattiva e trattare due persone vere come un reality sentimentale interattivo aperto h24, continuerò sempre a scegliere il mio ruolo preferito: shipper innocua, sarcastica, con una dignità residua e soprattutto il sacro rispetto del confine tra fantasia e realtà.

Che nel 2026, apparentemente, è più rivoluzionario di qualsiasi outfit visto al Met Gala.

Voi cosa ne pensate?

Alla prossima^^

Il successo protegge dalla critica o la sostituisce?

Car* lettori,

oggi, la festa dei lavoratori, non mi esime dal essere presente con un nuovo argomento della settimana. Quindi bando agli induci e cominciamo.

C’è un momento preciso, nella vita di ogni lettore in cui scatta il sospetto: “Ma… sono io che sto diventando snob, oppure questo libro è scritto come un tema delle medie corretto in fretta e furia?”
Quel momento, guarda caso, coincide spesso con l’apertura di un romance da milioni di copie vendute.

E qui nasce il paradosso più affascinante dell’editoria contemporanea: più un romance ha successo, meno sembra legittimo criticarlo. Anzi, meno viene criticato davvero. Al massimo si concede un’alzata di sopracciglio, un “non è il mio genere” buttato lì come una foglia di fico per coprire un giudizio che, se applicato a un autore sconosciuto, sarebbe una demolizione controllata.

Perché diciamolo: molti di questi bestseller sono scritti con una struttura narrativa che definire “essenziale” è un atto di generosità quasi caritatevole. Personaggi piatti come tavole da surf, dialoghi che sembrano usciti da una chat adolescenziale delle tre di notte, e una prosa che ha la profondità di una pozzanghera dopo due ore di sole.
Eppure vendono. Vendono tantissimo.

Ora, immaginate la stessa identica storia, parola per parola, pubblicata da “Un’autore emergente”.
Risultato? Una recensione su un blog sperduto che inizierebbe con: “L’idea poteva anche essere interessante, ma la scrittura è acerba, i personaggi stereotipati e il ritmo incostante.”

Traduzione: “Amico mio, torna a studiare.”

Allora la domanda è inevitabile: il successo protegge dalla critica o la sostituisce?

La risposta, scomoda ma evidente, è che il successo crea una sorta di campo di forza narrativo. Se milioni di persone leggono un libro, il libro diventa automaticamente “degno” , non necessariamente “ben scritto”, ma “degno”. E da lì, la critica si trasforma: non valuta più la qualità della scrittura, ma il fenomeno.
Non si chiede “funziona?”, ma “perché funziona?”.

E attenzione: sono due domande completamente diverse.

Perché questi romance funzionano, infatti?
Perché sono semplici. Una semplicità più… funzionale. Diretta. Senza frizioni. Senza ambiguità. Senza il minimo rischio di perdere il lettore per strada.
Sono storie che non chiedono, offrono. Non complicano, confermano. Non scavano, accarezzano.

E questo, va detto, è un merito commerciale enorme.
Ma letterario? Beh.

Qui entra in gioco l’autoironia, perché la verità è che anche chi critica spesso li legge. Magari di nascosto, “per capire il fenomeno” o per puro piacere colpevole.
E allora ci si trova in una posizione scomoda: si riconosce la debolezza della scrittura, ma si subisce comunque l’efficacia della storia. È come lamentarsi di una canzone pop però la si canticchia sotto la doccia.

Il punto, però, non è negare il piacere ma è capire perché la critica si ammorbidisce così tanto quando entrano in gioco i grandi numeri.
Perché il successo crea consenso, e il consenso disinnesca il giudizio. Se “piace a tutti”, allora criticarlo diventa quasi una forma di eccentricità, se non di snobismo, e nessuno vuole passare per quello che “rovina il divertimento”.

Ma la letteratura, anche quella popolare, non dovrebbe essere esente da analisi.
Anzi, proprio ciò che raggiunge milioni di lettori meriterebbe uno sguardo più attento, non meno. Perché modella gusti, aspettative, linguaggi.

Invece succede il contrario: più il libro è grande, più la lente si sfoca.

E così conviviamo con questo curioso doppio standard: all’esordiente si chiede perfezione strutturale, profondità psicologica e originalità stilistica; al “famoso” si perdona tutto, purché “intrattenga”.

Forse la verità è che il successo non rende un libro migliore, solo più difficile dire ad alta voce cosa si pensa davvero.

Nel frattempo, da qualche parte, un povero cristo che ha passato anni a limare una frase viene stroncato per molto meno, da quattro persone in croce, certo, ma con una precisione chirurgica che ai colossi non verrà mai riservata.

Ironico, no?
O forse semplicemente… umano.

Voi cosa ne pensate?

Alla prossima^^

Peaky Blinders: The Immortal Man! Anche Tommy Shelby ha chiesto “ma davvero?”

Car* amati lettori

nella vita di ognuno di noi ci sono amori che non si discutono. Amori che restano perfetti nell’immaginario e che si nutrono di quella perenne scintilla di felicità. Amori di cui non smetteresti di parlare neanche dopo anni e Peaky Blinders è stato uno di quelli: elegante, feroce, sporco al punto giusto, con dialoghi che sembravano rasoi e silenzi che valevano più di tre stagioni di altre mediocri serie. Tommy Shelby non era un personaggio: era una postura morale, una dipendenza estetica, un modo tossicamente affascinante di guardare il vuoto con Nick Cave in sottofondo.

E proprio per questo, The Immortal Man fa male.

Non il male bello, quello drammatico, tragico, shakespeariano. Ma il male di quando ritrovi un ex e scopri che vende corsi di come stare bene in coppia su Instagram.

Il film arriva con il peso di un’eredità enorme e con la promessa implicita di chiudere il cerchio, dare un senso finale alla saga, lasciare il pubblico in piedi ad applaudire con una sigaretta immaginaria tra le dita. Invece lascia soprattutto una domanda: perché?

Perché trasformare una serie costruita su tensioni sottili, ambiguità morali e guerre psicologiche in una specie di monumento autocelebrativo dove ogni scena sembra dire: “Guardate quanto siamo iconici”. Lo sapevamo già, non serviva una presentazione di PowerPoint.

Tommy Shelby, che per anni è stato il perfetto equilibrio tra genio strategico e autodistruzione ambulante, qui sembra più una leggenda raccontata da qualcuno che non l’ha mai davvero conosciuto. È come vedere una cover band del proprio trauma preferito.

L’atmosfera c’è, certo. La fotografia continua a essere così bella che potresti incorniciare anche una discussione sul prezzo del carbone. I cappotti svolazzano come dotati di vita propria. Le sigarette vengono fumate con l’impegno di chi sta firmando trattati di pace. Tutto è visivamente impeccabile.

Ed è forse proprio questo il problema: sembra una mostra su Peaky Blinders, non Peaky Blinders.

Manca il sangue sotto le unghie. Manca quella sensazione che da un momento all’altro qualcuno possa tradire, sparare, crollare o sposarsi per vendetta. Manca il caos umano. Manca Arthur che urla come se stesse litigando direttamente con Dio. Manca Polly, e la sua assenza non è solo narrativa: è strutturale, quasi spirituale. (Già ne abbiamo avuto la prova nell’ultima stagione. Anche se comprendo che sostituire l’attrice era impossibile.)

Il film sembra voler essere epico a ogni costo, dimenticando che la grandezza della serie stava proprio nei dettagli: una pausa prima di una risposta, uno sguardo storto a tavola, una minaccia sussurrata peggio di una pistola puntata contro.

Qui invece tutto è “finale”, tutto è “destino”, tutto è “leggenda”. Dopo venti minuti ti aspetti che Tommy si giri in camera e dica: “Io sono inevitabile”. E no, Steven Knight, non bastano due monologhi solenni e una colonna sonora ben piazzata per farmi dimenticare che sto guardando un film che spesso confonde la profondità con la lentezza e la solennità con il vuoto.

Il paradosso più crudele è questo: il film non è brutto ma peggio: è deludente. È quel compito dello studente brillante che può fare meglio e invece consegna qualcosa di formalmente perfetto ma emotivamente morto. E allora resti lì, spettatore fedele, con il rispetto dovuto a una saga che hai amato davvero, a chiederti se il problema sia il film o il fatto che certe storie, semplicemente, sanno già quando devono finire.

Forse Peaky Blinders aveva già detto tutto quello che doveva dire e il finale era già arrivato prima. Forse l’immortalità, come suggerisce il titolo, è sopravvalutata per un personaggio che già era diventato IMMOERALE.

Anche perché, diciamolo sinceramente: Tommy Shelby immortale va bene, ma per noi spettatori, dopo questo film, lo è un po’ meno.

Voi cosa ne pensate?

Alla prossima^^

The Drama… Due ore di sguardi intensi per nascondere il nulla cosmico!

Miei cari lettori, che non si dica che il matrimonio sia l’apice dell’amore: per alcuni è solo l’anticamera di un esperimento psicologico con luci soffuse e dialoghi che sembrano usciti da un diario adolescenziale, molto drammatico. In The Drama, l’altare non è un traguardo romantico: è il punto di partenza per una lenta, elegantissima discesa nel “ma che sto guardando?”.

Vogliamo parlare degli attori, poveri martiri di questo matrimonio narrativo.

Zendaya fa quello che può: regge intere scene con lo sguardo di chi sa che sta per succedere qualcosa di devastante… o almeno così le hanno detto. È intensa, controllata, magnetica, il problema è che sembra sempre un passo avanti rispetto al film, come se avesse capito tutto. Invece noi (e probabilmente anche la sceneggiatura) siamo ancora al “eh?”.

Robert Pattinson invece è l’incarnazione della crisi esistenziale ambulante. Sospira, si perde, si contorce emotivamente con una dedizione quasi atletica. A tratti sembra stia cercando l’uscita di emergenza del film… e onestamente non lo si può biasimare.

Insieme hanno chimica, ma è quella strana chimica da laboratorio instabile che guardi pensando “tra poco esplode qualcosa”… e invece no, resta lì a ribollire senza mai decidere cosa essere.

Il punto è che entrambi recitano benissimo… in due film diversi. Lei è in un thriller psicologico elegante, lui in un dramma esistenziale disperato. Il risultato è un dialogo continuo tra due persone che parlano la stessa lingua con accenti completamente incompatibili.

The Drama è quel film che, se fosse una persona, ti stringerebbe la mano troppo a lungo guardandoti fisso negli occhi, sussurrando “capisci cosa sto dicendo, vero?” e tu lì a pensare “no, ma soprattutto non credo lo sappia nemmeno tu”.

Parte con l’energia di qualcosa che promette di distruggerti emotivamente e invece ti logora. Non è un drama e più una prova di resistenza psicologica travestita da cinema d’autore.

Il film ha una fiducia incrollabile nella propria importanza. Ogni scena è girata come se stesse cambiando la storia del cinema. Spoiler: non lo sta facendo. È come vedere qualcuno che cammina al rallentatore convinto di essere in una pubblicità di profumi, e tu sei lì e pensi “amico, devi solo attraversare la strada”.

I dialoghi non parlano, declamano. Ogni frase pesa come se fosse stata scolpita nella pietra… peccato che spesso sia profondità da biscotto della fortuna. Ti aspetti che alla fine della scena qualcuno dica: “grazie per aver partecipato a questo TED Talk”.

La famosa svolta narrativa non arriva: irrompe, si siede al tavolo senza invito e rovescia tutto. Non resti sconvolto, resti sospeso tra il “ok?” e il “tutto qui?”. È quel tipo di colpo di scena che sembra più interessato a farti parlare dopo il film che a funzionare durante il film.

Il ritmo è un capolavoro… di lentezza. Ci sono pause così lunghe che potresti maturare, cambiare carriera e tornare prima che finisca lo scambio di sguardi. A un certo punto non stai più seguendo la storia ma monitorando il tempo come un detenuto.

Visivamente? Sì, bellissimo. Tutto perfetto, calibrato molto da rivista patinata. È cinema arredato meglio di quanto sia scritto. Un attico di lusso costruito sopra una sceneggiatura che ogni tanto scricchiola come una sedia dell’IKEA montata male.

Ma il vero capolavoro involontario è l’arroganza. The Drama è convinto di essere un pugno nello stomaco. In realtà è più uno di quei buffet sofisticati dove assaggi mille cose… ma alla fine esci e ti compri un panino perché hai ancora fame.

Alla fine non lo odi, ti irrita con eleganza e confonde con stile. Ti lascia con quella sensazione rara e fastidiosa di aver assistito a qualcosa che voleva essere geniale… e si è fermato a “molto impegnato a sembrarlo”.

Se questo è “drama”, allora la vera tragedia è il tempo che ci metti a riprenderti.

Voi cosa ne pensate?

Alla prossima^^

Libri scritti dall’AI, autori scelti dall’algoritmo: il romance è ufficialmente un copia-incolla?

Cari lettori,

archiviate le feste, digerito il chilo di cioccolato e asciugate le lacrime per la fine delle vacanze, eccomi di nuovo: più attiva, più pungente e ancora meno diplomatica.

In questi giorni mi sono imbattuta in una serie di perle che voi, ignare creature, dovete assolutamente conoscere. Oggi parliamo del grande male del mondo moderno (no, non il traffico o le bollette) l’AI. E già che ci siamo, di quel piccolo cimitero di originalità che è diventato il romance.

Partiamo da TikTok, quella dimensione parallela dove tutto è possibile, soprattutto il nonsense. Dive è esploso il caso di un’autrice, partita dal self, che viene pubblicata sul mercato inglese, boom di vendite, contratto negli Stati Uniti… e arriva il colpo di scena che manco in una telenovela: qualcuno decide che il libro è stato scritto con l’AI.

Ora, la verità la sa solo lei, perché dice di averla usa per correzioni altri dicono che il libero salta da un punto all’altro. Ma qui il punto è un altro: stiamo parlando di un romanzo con cinquemila recensioni, letto da migliaia di persone, pubblicato da una casa editrice che, teoricamente, dovrebbe aver fatto editing, revisione e tutto il pacchetto “siamo professionisti del settore”. Eppure niente. Nessuno si è accorto di nulla. Zero. Il vuoto cosmico.

Serve davvero che arrivi qualcuno dall’altra parte dell’oceano a dire: “Ehi, forse questo è scritto da una macchina”? Sul serio?

E sia chiaro: io non penso che l’AI sia un demonio munito di Wi-Fi. Può essere utile, certo. Per qualche idea, per velocizzare certe cose, perfino per una cover (anche se continuo a preferire gli esseri umani. Lo so, sono vintage). Ma scrivere un intero libro con l’AI… spiegatemi: che gusto c’è? È tipo cucinare con i piatti già pronti e poi vantarsi di essere chef?

Ma arriviamo al punto che mi fa proprio prudere le mani: il vero problema non è l’AI. È il fatto che si continui a pubblicare qualsiasi cosa venda, purché l’autore sappia usare i social meglio di quanto sappia usare la grammatica.

Il mercato editoriale ormai non segue la qualità. No, troppo semplice. Segue l’algoritmo. Se l’algoritmo ti ama, sei il nuovo genio della letteratura. Se non ti ama… puoi anche scrivere qualcosa di decente, ma tranquillo: non disturberai nessuno.

E ovviamente, dopo lo scandalo, cosa succede? Il panico generale. Ho visto autori dichiarare, senza ironia, di star scrivendo peggio apposta per non sembrare “troppo perfetti” e quindi evitare accuse di usare l’AI.

Capito il livello? Nel 2026 il problema non è scrivere male. È scrivere troppo bene.

Nel frattempo, il romance, genere che potrebbe fare qualunque cosa, decide di reinventarsi… copiandosi da solo. Lettori stufi? Certo che sì. Sempre le stesse storie, stessi personaggi, stessi cliché riciclati con la delicatezza di un martello pneumatico.

Però appena un trend funziona, tipo, non so, hockey romance, via: tutti con pattini, magliette sudate e copertine indistinguibili. Una sfilata di cloni che neanche nei peggiori esperimenti scientifici.

La parte più divertente? i lettori che si lamentano: “È tutto uguale”. Davvero? Incredibile. Chi l’avrebbe mai detto, considerando che rendiamo virali sempre le stesse cose?

E qui arriva la rivelazione scioccante, tenetevi forte: forse il problema non è che non esistano storie diverse. Forse il problema è che nessuno le cerca.

Perché è molto più facile seguire la moda, comprare quello che tutti comprano, leggere quello che tutti leggono… per lamentarsi con grande convinzione.

La soluzione? Banale, quasi noiosa: smettere di idolatrare l’algoritmo come se fosse un dio capriccioso e iniziare a dare spazio anche a ciò che non è identico al resto.

Lo so, è un concetto estremo. Quasi fantascienza.

Ma magari, e dico magari,funziona.

Cosa ne pensate?

Alla prossima^^

Cime Tempestose: Brontë perdonaci, non sapevano cosa stavano facendo!

Cari lettori,
che io sia sempre stata dalla parte dei libri, salvo quei rarissimi casi in cui il cinema riesce a farmi dire “ok, mi inchino”, non è certo una novità. Anche perché già scrivere un libro è un’impresa epica: roba che ti lascia segni nell’anima, nel sonno e soprattutto nella postura. Figuriamoci cosa significa trasformarlo in un film senza perdere pezzi per strada.

Ecco perché oggi siamo qui a parlare di un film che non ha perso pezzi… ha proprio cambiato strada con nonchalance, salutando il romanzo originale con un bel “ci sentiamo, eh”.

Sto parlando di Cime tempestose.
Forse dovrei dire della sua reinterpretazione molto, molto libera. Libera nel senso che ha preso il concetto di “ispirazione” e lo ha stirato fino a renderlo irriconoscibile.

Partiamo bene: cast bellissimo (Margot Robbie e Elordi: oggettivamente illegali per livello estetico), romanzo classico di Emily Brontë (che magari non ami, ma lo rispetti) aspettative alte, atmosfera promessa: tempesta, gotico, tormento, fantasmi, disagio emotivo ben confezionato.

Io che entro in sala carica di aspettive: cappotto mentale, brughiera interiore, spirito pronto a essere devastato.

Aspetto la scena iniziale iconica.
Notte. Vento. Finestra chiusa. Presenza inquietante. Catherine che chiama Heathcliff come se fosse in modalità “ossessione eterna attiva”. E scusa Heathcliff, permettimi: se mi facevi morire congelata nella brughiera, io non è che comparivo solo quando piove. Io diventavo un abbonamento mensile al paranormale. Altro che cameo notturno.

E invece? Silenzio.
Niente gelo, niente brividi, niente spiriti vendicativi.

Ma io resisto.
Io sono quella che crede fino alla fine. Quella che dice: “ok, ora parte” e invece dopo un’ora buona… è partita solo la mia voglia di uscire a prendere aria.

Ora, chiariamo un punto fondamentale: se mi dici “liberamente ispirato”, io mi aspetto almeno una lontana parentela. Non pretendo la copia, ma almeno un DNA condiviso.

Qui invece siamo a livello: stessi nomi, qualche eco narrativa e infine una inversione a U creativa che nemmeno Google Maps in una galleria a senso unico.

La storia originale c’è… ma è come cercare di ricordare un sogno dopo tre caffè: sfugge, si dissolve, non ti resta niente in mano.

Cosa abbiamo di buono? L’attenzione per le scenografie sono bellissime. I costumi pure.
Si vede che qualcuno ha detto: “ok, almeno facciamoli soffrire con stile”.

Il personaggio che rimane? Isabella la Regina assoluta. L’unico personaggio che buca lo schermo e ti resta addosso. L’attrice è stata talmente efficace che per un attimo ho pensato: “ecco, finalmente un’emozione vera!”. Però è arrivato il film a ricordarmi: “non ti ci abituare”.

Detto questo arriviamo al cuore della questione: questo film non parla d’amore.
Parla di una relazione che, se fosse una persona, avrebbe bisogno di almeno tre sedute a settimana da uno psicologo. Perché sì, Catherine e Heathcliff nel romanzo erano già… complessi. Tossici? In parte sì. Ma lì c’era profondità, stratificazione, un dolore che aveva radici.

Qui invece siamo direttamente alla versione semplificata: dramma + ossessione + scelte discutibili = amore tossico.

E la cosa più spettacolare, in senso ironico, ovviamente, è che il film è uscito a San Valentino.

Cioè il giorno in cui la gente compra cioccolatini e spera nell’amore… si ritrova davanti un corso accelerato su come NON scegliere un partner.

Un vero manifesto, sì. Ma del tipo: “Se vi riconoscete in questa relazione, scappate.”

Perché no, davvero: l’amore non è questo.

Non è scegliere la via più comoda sacrificando tutto il resto.
Non è vivere di picchi emotivi e crolli improvvisi.
Non è tensione continua che ti lascia svuotata come una batteria al 2%.

Ma soprattutto: non è un ricatto psicologico con sottofondo romantico.

L’amore, quello vero, riempie… non ti consuma.
Ti accende, non ti logora.

Invece io, da questo film, sono uscita con un senso di vuoto cosmico, qualche immagine bella negli occhi e una voglia improvvisa di riaprire il libro e chiedere scusa a Emily Brontë.

Perché sì, magari non era il mio romanzo preferito… ma almeno sapeva cosa voleva essere.

Questo film invece lo sa benissimo: vuole essere tutto e finisce per non essere niente.
Elegante, patinato ma emotivamente disperso nella brughiera… senza nemmeno il vento giusto.

Voi cosa ne pensate?

Alla prossima^^

Heated Rivalry, ci vediamo nel 2027: io sono uscita dal tunnel (e questa è la deliberatoria)

Miei cari lettori,

siamo ufficialmente alla fine di questo percorso. Percorso che definire “lungo” è riduttivo: è stato un pellegrinaggio emotivo. Un parto gemellare? Una passeggiata. Una maratona? Relax. Questo fandom? Un’esperienza mistica tra il delirio e la perdita di dignità.
Sì, ok: attori belli e bravi, interviste simpatiche a tratti deliranti, ship ovunque come se fossero saldi di fine stagione. Ma da cariatide veterana dello shippaggio vi dico con affetto: abbassiamo i toni, idratiamoci e torniamo esseri mentalmente funzionanti entro il 2027.

Ieri in Italia è andato in onda l’ultimo episodio, il famigerato Cottage. Si apre con il discorso di Hunter, ma io ho tratto una sola conclusione, chiara e incontrovertibile: Kip è un cucciolo e va protetto. Il resto è contorno.

Finalmente i due si ritrovano dopo l’infortuno di Shane sul ghiaccio. Ora, nel mondo reale, due persone direbbero: “Ciao, com’è andato il viaggio?”. Ma noi non siamo qui per la normalità. Noi abbiamo Ilya che critica la macchina. Perché quando la tua vita sentimentale è un incendio fuori controllo, è giusto concentrarsi sul motore. Priorità sane.

Shane nel frattempo sfodera una delle peggiori scuse mai registrate nella storia dell’umanità: saremo soli perché sono in ritiro spirituale. Incredibilmente funziona perché entrambi sono tesi, imbarazzati e felicissimi come due adolescenti alla prima cotta.

La tensione è palpabile, la voglia di saltarsi addosso pure. Ma è bello sentire Ilya fare la battuta su Shane ha che una passione borderline per l’immobiliare.
Battuta che segue su una spiegazione assurda da parte di Shane che termina: “Ho un pozzo per l’acqua, vuoi vederlo?”.
Signori, Cupido può anche andare in pensione. Questi due sono irrecuperabili.

Per fortuna Ilya ancora un minimo di istinto da russo sexy: cinque secondi e sono incollati. Tutto molto carino: “diciamoci la verità”, a come Ilya fa capire che vuole dormire con lui, cioè gli vuoi rifilare la stanza per gli ospiti? NCS Hollader. Ma il momento iconico è un altro: niente tapparelle chiuse, si fa tutto alla luce del sole. Perché ormai la privacy è sopravvalutata e la crescita della relazione passa anche da lì. Diciamolo in una casa con più finestre che muri, ma ovvio che bisogna fare tutto alla luce del sole.

Capitolo hamburger: mi dispiace, ma io sto con Shane. Le ricette si seguono, sempre, alla lettera. Anche così è c’è una buona possibilità di fallire.

Il discorso sul dirlo a Yuna e David è fantastico: Ilya è tipo “non devi fare conferenze stampa sulla mia vita sessuale”, Shane invece è in modalità tragedia shakespeariana: “devo confessare che amo il mio peggior nemico”. Un filo di differenza, giusto. Perché la loro comunicazione, anche quando decidono di essere sinceri, è la solida base della relazione.

La scena del fuoco è un capolavoro di caos emotivo: gelosia per Rose (giustificata, sorella stai serena ma non troppo), trauma che bussa alla porta (la madre di Ilya) e nel mezzo… “stupito uccello lupo canadese”.
Io lo so chi ha scritto certe cose, voglio stringergli la mano.

La telefonata con Hayden con annesso lavoretto? Trash purissimo. Io ridevo come se stessi guardando un porno girato male alle tre di notte. So che molti l’hanno amata, ma io ero lì a perdere dignità tra una risata e l’altra. Non posso farci niente.

Se Shane ascoltasse davvero (ma chiediamo troppo), capirebbe che Ilya sta praticamente urlando “voglio trasferirmi in Canada”. Ma no. Lui è impegnato a sistemare la luce ribaltata dal pallone. Perché ovviamente quello è il problema principale.

E quindi Ilya passa al piano disperazione: “Potrei sposare Svetlana”.
Da qualche parte, Svetlana ha avuto un mancamento senza sapere perché.

Shane, dal canto suo, passa in modalità psicopatico per mezzo secondo e poi, miracolo, accende il cervello. In poche ore costruisce un piano di vita dettagliato manco fosse un architetto urbano sotto pressione. Tutto pur di evitare il matrimonio. Romanticismo? No. Stabilire esattamente a chi appartiene il suo russo.

La scena è tenera, commuovente, ma anche qui: chi ha deciso di doppiare in italiano la dichiarazione d’amore in russo merita di essere fustigato. Ci sono cose che non si toccano. Ilya che parla in russo è patrimonio dell’umanità.

Il “ti amo” arriva ed è liberatorio. La sequenza letto → molo → luce → passione è praticamente un viaggio spirituale con colonna sonora immaginaria.
E sì, la scena di sesso è molto ben fatta. Non dirò altro perché sono una signora… più o meno.

Ovviamente, appena ti rilassi, arriva il dramma. Signor Hollader: capisco lo shock, davvero, ma scappare in macchina così… respiriamo. Non ha visto proprio niente, hanno fatto di peggio di una palpatina sul culo e un bacio.

Il coming out a casa Hollander è tenerissimo: loro sulla soglia come due studenti colti in flagrante, incapaci di coordinarsi su quando è iniziata la relazione (dal primo giorno che vi siete conosciuti?), il piede contro piede… comunicazione livello esperti.
Ilya nel frattempo è già adottato: mangia spaghetti con entusiasmo, si definisce “il suo ragazzo”, mancava poco che li chiamasse mamma e papà.

Finale non proprio happy (almeno per me), ma funziona. Loro in macchina nei titoli di coda: non ho ancora capito se sono ancora Ilya e Shane o Connor e Hudson e onestamente va bene così.

Nel complesso? Poco budget, tanta passione, e una resa che mette in imbarazzo produzioni con molti più soldi e molte meno idee.

Capitolo doppiaggio italiano: lo amo, lo rispetto, lo difenderò sempre. Ma questa serie va vista in lingua originale. Perché qui si perde troppo della bravura di questi due giovano attori, e sarebbe un peccato mortale.

Io ho finito ed esulto. È stato snervante, a tratti allucinante, ma anche incredibilmente divertente. Aspetto la seconda stagione? Sì. Il budget non è cambiato, i due ragazzi spero restino saldi e con i piedi per terra. La fama modifica le cose… ma spero solo in meglio.

Le aspettative saranno altissime. Io nel frattempo mi metto comoda e aspetto la primavera del 2027. Con cautela. E una buona dose di sarcasmo.

Voi cosa ne pensate?

Alla prossima^^

Heated Rivalry: l’episodio che non ti aspetti, ma che tutti amano!

Cari lettori,

è il weekend degli Oscar. Quello in cui Hollywood si mette il vestito buono, le star sorridono come se non avessero mai litigato tra loro e tutti fingono che il cinema sia ancora l’arte più pura del mondo.

Molto bello. Molto elegante.

Ma diciamoci la verità: mentre l’Academy distribuisce statuette, su internet succede un’altra cosa. Quando quei due compaiono nella stessa stanza, i social impazziscono, le timeline prendono fuoco e metà fandom inizia ad analizzare ogni sguardo come se fosse la prova numero uno in un processo per omicidio.

Indipendentemente dalla serie, dalla piattaforma o dalla dignità residua del pubblico: se Hudson e Connor condividono lo stesso spazio, qualcuno su X sta già scrivendo un thread di 48 post su come si sono guardati.

Detto questo, io sono una persona disciplinata.

La programmazione italiana di Heated Rivalry va avanti, quindi ignorerò con eroico autocontrollo il materiale altamente esplosivo che ho intercettato online e procederò con l’episodio cinque.

L’episodio.

Quello che il fandom venera come una reliquia.
Quello che la gente guarda a rallentatore come se stesse analizzando il filmato di un UFO.

Quello che, diciamolo serenamente, ci ha fatto sospirare più della famosa scopata di Las Vegas.

Partiamo dal nostro golden boy: Shane Hollander.
Quel cucciolo che metà della lega si farebbe senza neanche chiedere il permesso, se un russo non fosse arrivato prima con la determinazione di chi ha deciso che questo è mio e chiunque provi a discutere la cosa finirà metaforicamente all’altro mondo.

In questo episodio Shane fa una cosa rivoluzionaria: si ferma, respira e ammette che non gli piace piantare chiodi.

Un momento di crescita personale. Un trauma per il patriarcato.

Ovviamente lo confessa a Rose, che nel frattempo ha capito una cosa fondamentale della vita: il mondo è queer e non importa quante etichette cerchi di appiccicarci sopra.

Qui ci starebbe una hola arcobaleno grande come uno stadio.

Nel frattempo Svetlana, che ha la delicatezza comunicativa di un martello pneumatico, decide di dire a Ilya quello che tutti sanno ma che lui continua a ignorare con la grazia di un armadio emotivo.

Le donne hanno una marcia in più.
E lei sa perfettamente che Shane non è solo bello e bravo.

Il sottotesto è chiaro anche per chi ha saltato tutte le lezioni di comprensione del testo alle medie: Ilya, tesoro, sei innamorato e ormai lo sanno pure le sedie.

Arriviamo all’All Star Game.

E qui non fate i timidi. Non fingete di essere persone rispettabili. Perché quella scena è uno dei preliminari più sfacciati mai messi su uno schermo televisivo.

Sì, la versione romantica dice: si scopavano con gli occhi.
Ma diciamo le cose come stanno: quello è un preliminare, di quelli fatti bene. Di quelli che tengono la tensione alta. Quello più euforico della scoperta che Rose non è più in circolazione e infatti Ilya… che non si trattiene neanche sul ghiaccio.

La scena in piscina, è già una dichiarazione di intenti ma se poi baci il suo peggior rivale, quello con cui non hai nessun tipo di relazione, quello a cui ha appena lasciato il ruolo centrale… e assolutamente tutto normale.

L’ingenuità da parte del pubblico nel palazzetto mi commuove. Evidentemente non hanno mai visto cosa succede quando un fandom decide che una coppia è canon… la realtà diventa un dettaglio secondario. In questo caso poi è proprio una realtà spiattellata in faccia.

La scena nella stanza di Ilya è quella che aspettavamo da quattro episodi. Le scene di sesso sono bellissime, sì, ma soprattutto sono narrative. Perché questi due hanno passato metà della loro vita a comunicare solo in due modi: sul ghiaccio e a letto.

E il secondo è quello in cui sono più sinceri.

Hanno fatto sospirare, delirare il fandom per settimane. Quindi vederli parlare è un po’ un apparizione mistica. E lo ammetto, è comparso un minuscolo cuoricino persino a me.

Io che nella vita reale sono del partito: zero cuori, zero romanticismo, zero pazienza per gli uomini emotivamente confusi.

Quando Shane esce dalla stanza e lascia Ilya disteso come una statua greca dopo una maratona olimpica di peccato, la domanda è una sola: che diavolo avete fatto lì dentro?

Per fortuna esiste il libro, perché la serie non ha mostrato tutto ma se il fandom, ovviamente, ha già ricostruito le scene mancanti al millimetro.

Da quel momento il rapporto cambia… insomma, parlano e scopano. Abbiamo aggiunto un tassello.

La verità? Erano innamorati dal giorno uno. Dal momento esatto in cui si sono presentati e hanno deciso di passare i successivi anni a fingere che fosse odio sportivo.

Serviva solo una spinta. O, più precisamente, smettere di comportarsi come due idioti.

Ma questo episodio verrà ricordato soprattutto per la scena che merita un monumento.

Onore eterno a Connie Storrie per aver imparato il russo così bene e per averci regalato una delle dichiarazioni d’amore più devastanti mai sentite in una serie.

Ovviamente Shane, benvenuto nella vita reale: nel 99% dei casi o non ti dicono “ti amo”… oppure te lo dicono e tu non capisci assolutamente il cazzo di niente.

Ma voi li avete visti gli occhi di Ilya al centro del ghiaccio? Cuoricini. Letteralmente.

L’incidente di Shane è un pugno nello stomaco.
La scena in ospedale con Shane strafatto, in una dimensione spirituale che ti fa pensare: voglio esattamente quello che gli hanno dato, resta un patrimonio dell’umanità.

Ilya prova a fare la persona responsabile, fallisce miseramente, perché Shane gli fa la proposta.

Il cottage.

Due parole che nella storia delle relazioni significano: isolamento romantico.

A quel punto, caro uomo russo, non puoi più fingere. Sei cotto. Stracotto. Carbonizzato come una bistecca dimenticata sul barbecue.

Il finale è una bomba. E lo confesso senza vergogna: io adoro Kip. Non posso farci niente. L’attore ha quell’aria da cucciolo cresciuto che ti fa venire voglia di difenderlo anche quando probabilmente non ne ha bisogno.

Ma la frase che resterà nella storia è un’altra. Quella che dimostra che, a volte, per dichiarare le proprie intenzioni basta una frase.

Con questo, miei cari lettori, tra Bridgerton e Heated Rivalry ho finalmente capito una grande verità sentimentale: se volete trovare l’amore… assicuratevi che abbia un cottage.

Voi cosa ne pensate?

Alla prossima^^

Riassunto in breve dell’episodio 4 di heated Rivality: il recap, lo stalker e il solitario nella doccia!

Cari miei amatissimi lettori, bentornati nel posto dove vengo a rovinarvi la vita con le mie opinioni non richieste su Heated Rivalry e non solo. O

ggi parliamo dell’episodio quattro, ma prima una correzione doverosa sul terzo episodio. Sì, confermo: Kip è un cucciolotto e va salvato. Questo rimane. Però devo aggiungere qualcosa su Claudio Moneta e Scott Hunter: quando l’arte di un grande doppiatore italiano aiuta incredibilmente a salvare il salvabile. Lo so, mi odierete. Non fatelo. Nulla contro l’attore, ma a livello recitativo proprio non mi prende. Ecco, l’ho detto. Mandatemi al diavolo con delicatezza.

Detto questo: l’episodio quattro. Qualche perplessità, ma diciamo più una marea. Come quelle alte con i flutti che ti portano via la sedia a sdraio.

Si parte benissimo: rivalità accesa sul campo, ghiaccio che scintilla, testosterone che vola. Quello c’è sempre. E il recap degli anni che passano? In linea di principio mi va. MA.

Avviso ai naviganti: Se non c’è un “ma” nelle mie recensioni, chiamate il 118. Non sto bene.

Il recap funziona perché mostra l’evoluzione con una certa eleganza narrativa: scopazzata con Shane in modalità completamente sottomesso (due volte, per chi non avesse preso appunti), per ritornare alla rivalità sul campo che brucia. I messaggi, perché abbiamo capito che è così che si muove la cosa. La leggendaria scena doccia, e qui apro una parentesi: pare che l’Italia abbia qualche secondo in più rispetto al resto del mondo. Siamo simpatici alla HBO. Orgoglio nazionale, gente. Orgoglio nazionale.

Si continua il sexting messaggerino, o comunque la comunicazione a sfondo sessuale che è l’unico linguaggio che questi due hanno condiviso per anni. E infine quella bellissima sequenza di bacio da “sei la mia bombola d’ossigeno e col cavolo che ti mollo”. Un’evoluzione poetica dal ti scopo senza guardarti in faccia all’non ti mollo più, a ricordo di quel “non ci siamo nemmeno baciati” che mi vive nell’anima come un’ospite non invitato.

Allora direte: ma il MA dove sta? Che ancora questi recap mi fanno storcere il naso, anche se questo funziona meglio degli altri.

Hayden. Caro Hayden. Hai un bambino di pochi mesi, due pesti piccole gemelle, e tua moglie è di nuovo incinta. È evidente che non hai capito come funziona. Non è un giudizio morale, è una preoccupazione logistica. Qualcuno gli regali un libro, anche uno illustrato va bene.

L’amicizia con Shane la adoro, diciamo che è quello che più interagisce e sa come prenderlo. Qui abbiamo una conversazione che sembra puntata sul ridere ma in realtà si gettano le fondamenta di ciò che sarà: Shane con le donne, in tutto l’episodio. Importante. Segnatevelo.

Se ancora non avete compreso l’ossessione cosmica, planetaria, geologica di Ilya Rosanov per Shane Hollander, l’episodio quattro è il vostro corso accelerato. L’uomo che non deve chiedere mai si mette su Netflix per guardare il suo amato nella bella casetta di pace al lago. Non è un fan. È oltre il fan. È uno stalker si nutre di ogni piccola briciola.

Nel frattempo sogna di essere anche lui nella casetta in riva al lago. A spezzare la visione mistica con occhietto scintillante arriva Svetlana. La faccia del finto tonto dura esattamente due millesimi di secondo, ovvero quando lei esplode in un è sexy, rivolto a Hollander, e lui spegne la televisione perché la gelosia sta raggiungendo vette in esplorate. Non ce la fa. Non ce la farà mai più nella sua vita. È una causa persa e lui lo sa, anche se non lo ammetterà fino alla fine dei tempi.

Svetlana, MVP della scena. Lei ha capito tutto. Lui nega tutto. Lei gli sbatte in faccia: “ma ‘sta Jene allora è seria.” Lui continua a fare il teatrino. Svetlana mi piace. Svetlana vede chiaro.

Il primo incontro a casa di Ilya. Info immobiliari a parte, Shane prende il controllo. Applausi. Standing ovation. Cavalcata selvaggia… Finalmente. Però, e lo sapete già che c’è un però,è Ilya che glielo lascia prendere. A letto. Sul divano. Probabilmente anche in cucina se avessero avuto più tempo. L’uomo vuole “tastare il terreno”. Fratello, stai tastando qualcosa ma non è il terreno. Diciamo pure che c’è nel del tenero, alito a parte, nell’offrigli un toast al tonno e nel frattempo cercare di capire. Ma dico io una frase diretta: mi piaci, sei gay o bisex? Tre parole. Anche due. Anche una sola. Non quel giro assurdo di parole.

Il risultato è che Shane, cucciolotto ansioso con un cervello che non si ferma mai, finisce dritto in paranoia. E qui, devo essere onesta con me stessa e con voi, la paranoia di Shane Hollander è la cosa più esilarante di questo episodio. Lo so che sono orribile. Lo so che mi state già maledicendo. Ma quando Shane esplode, lo pianta sul divano e se ne va, con Ilya abbandonato lì come un trofeo nel momento esatto in cui pensava di aver vinto… io rido. Rido forte. Rido senza rimorso. Motivazione giusta o no, Ilya nei primi episodi ne ha combinate abbastanza: il karma esiste, si chiama Shane Hollander.

Perché Shane non si limita alla batosta, no no no. Shane tira anche la mazza dietro. Mi hai provocato con le ragazze? Perfetto. Io mi metto con una famosa. Risposta proporzionata, tattica nucleare, zero sensi di colpa.

Rose è carinissima, l’attrice pure, e si capisce subito quanto Shane ci stia bene. Parlano. Ridono. Si comportano come due persone adulte che si piacciono senza che nessuno dei due debba prima avere tre crisi esistenziali per darti un toast al tonno. È forse quello che Shane cercava già dopo la prima volta con Ilya, quello a cui aveva rinunciato dopo quel “non ci siamo nemmeno baciati” che evidentemente gli è rimasto conficcato nell’anima e l’ha mandato in crisi.

Old the thing she’s said è tornata. Ancora. È alla sua terza apparizione e a questo punto non è più una canzone, è un personaggio con più continuità narrativa di certi comprimari. Alla quarta spero sinceramente di non esserci, per motivi anagrafici. La scena nel locale è bellissima, la camicia di Ilya è trash esattamente al punto giusto.

Questo è davvero il punto più d’impatto dell’episodio. Qui non posso dire niente, come la scena finale di Las Vegas o quella nella stanza d’albergo… c’è una presa forte sul telespettatore.

“Shane è solo una donna, mica devi maneggiare una bomba nucleare.”

Fratello caro. Sapevi. Lo sapevamo tutti. L’unica persona genuinamente sorpresa in questa stanza sei tu. hai giocato e ora devi andare fino in fondo.

E così si chiude l’episodio: uno nella doccia a farsi un solitario, l’altro a letto con una ragazza. Due solitudini perfettamente speculari, due modi opposti di elaborare la stessa identica cosa. Quanto hanno giocato bene con le contrapposizioni, gente. Quanto.

Io sarò lì alla prossima puntata, a ridere dove non dovrei e a sentire una fitta al petto dove non me lo aspetto. Come sempre. Come ogni volta. 

Voi cosa ne pensate.

Alla prossima^^

Heated Rivalry – Episodio 2: perseveranza, ormoni e totale incapacità comunicativa!

Lettori miei, che non si dica che non mantengo le promesse. Soprattutto quando sono promesse che devo mantenere ma che, guarda caso, mantengo con immensa felicità.

Se ieri ho recuperato le ultime puntate di Bridgerton, oggi tocca a Heated Rivalry.
E non me ne vogliate, ma l’episodio tre richiede più o meno lo spazio narrativo di un saluto educato. Ci arriviamo, dopo.

Ancora reduce dai postumi della finale di Sanremo, che non mi ha fatto impazzire e sto ancora cercando di capire se il problema fosse mio o generale, e dall’alba indegna per vedere Connie Storrie al SNL (sì, c’era anche Hudson, sì ne è valsa la pena, sì oggi pago le conseguenze), provo a rimettere insieme pensieri coerenti e parlare della seconda puntata in italiano della serie più vista degli ultimi tempi.

Quando ti piace qualcuno bisogna perseverare.
Quando quel qualcuno è anche il tuo rivale nell’hockey serve tatto, fascino, strategia.

Ilya invece ha scelto la via della sincerità traumatica.

Lui voleva una cosa.
L’ha detta.
L’ha ribadita.
L’ha resa talmente esplicita che anche chi stava guardando distrattamente ha capito.

Tatto? Non pervenuto.
Chiarezza? Impeccabile.

E Shane? Shane vorrebbe anche cedere al piacere carnale, e pure parecchio, ma mette in moto la macchina della resistenza. Perché? Per un bacio in pubblico trova il barbaro coraggio, peraltro ha iniziato lui su una terrazza talmente buia che ho seriamente avuto dubbi su cosa stessi guardando.

Bacio? Lotta libera? Sopravvivenza estrema?

Insomma mette in pratica l’antica arte del… te lo faccio sudare, anche se io farò saune peggiori.

Un mese ci sta.
Due mesi soffriamo ma capiamo.
Ma Shane va oltre. Quando dico anni, intendo anni veri, con stagioni NHL complete.

Sul ghiaccio continuano a punzecchiarsi, il sexting non entrerà mai nei manuali del romanticismo e la rivalità resta viva negli scambi di battute. Secondo il mio modesto parere: Nel frattempo Ilya è partito per primo, emotivamente e fisicamente. Lo si capisce a letto, bisogna dirlo, i due figlioli si trovano benissimo.

La loro prima volta è sorprendentemente equilibrata: titubanza, dolcezza, attenzione e passione nella giusta misura. Tanto che quando il nostro caro russo dice mi hai ucciso, Hollander, noi scegliamo di credergli senza fare domande.

Ora, una persona ingenua penserebbe che dopo una serata così, con tanto di bacio dolce sulle scale, arrivi una svolta emotiva. E invece no, non illudetevi. Non ci sono state parole e Ilya è chiarissimo: alle Olimpiadi non ci vedremo.

Shane, cucciolo emotivo, tenta allora l’approccio con uno dei messaggi peggiori mai concepiti. Questo ha appena perso in casa, da capitano, davanti al suo pubblico e tu gli chiedi se va tutto bene?

Tesoro, già tanto che ti abbia risposto mentalmente.

Ilya lo tratta male, sì, ma il contorno pesa. Un padre che non perde occasione per farti sentire inadeguato e che lascia intuire anche qualcosa di più serio dietro quella durezza.

La serata di gala infatti ci mostra un Ilya svuotato, estraniato, senza luce negli occhi. A salvarlo arriva santa Svetlana — anche se la sorpresa organizzata non credo sia stata accolta con entusiasmo.

E infatti eccoci nel cliché più prevedibile: bagno enorme che potrebbe contenere l’intero appartamento dei miei e tensione alle stelle.

Scopriamo che il ragazzo nella stanza è il primo amante di Ilya e lo ammetto: quando lui lo rifiuta ci sono rimasta. Perché sì, lo abbiamo detto più volte, il ragazzo è emigrato definitivamente sull’isola Hollander e non credo tornerà indietro.

Ma non è solo quello.

Ilya vuole rendere orgoglioso suo padre. Vuole affermarsi nell’hockey. E infatti lo fa.

Molto commovente la scena di Shane che guarda la partita con la squadra: lo sguardo finale spezza il cuore. Ghostato dopo una grande nottata… succede anche ai migliori.

Ma si sa: se c’è interesse, prima o poi tornano. E Ilya torna eccome, quando si ritrovano a una premiazione.

Scena memorabile del bagno, quello dove avresti dovuto fancularlo con dignità, e invece Shane, occhi da bambi attivati, cede dopo mezzo secondo.

NCS Hollander.
L’ABC proprio.

Diamo comunque atto a Hudson William per la battuta più virale della scena, patrimonio culturale ormai.

Ovviamente l’episodio non ci regala solo una prima volta fatta bene e dialoghi memorabili, ma anche quella che molti hanno già decretato come la scena più hot della serie.

Sì, la scena dell’albergo è decisamente calda.

Calda per come Ilya accoglie Shane.
Calda per come lo guarda mentre si spoglia.
Hot per quel tentativo di autorità con pupille dilatate e voce tutt’altro che stabile.

Se quella è stata la prima scena hot girata dagli attori… ragazzi, complimenti sinceri. Perché quando la chimica c’è e le parti sanno muoversi il risultato è sì erotico, (i commenti sul “bisognerebbe provare” si sprecano, non chiedetemi in quale ruolo perché la lotta è aperta) ma anche sorprendentemente brutale.

Come se tutta la dolcezza del primo incontro dovesse essere sacrificata sull’altare del sesso. Perché tra loro quello è l’unico linguaggio che funziona davvero.

Arriva il dopo.

Letto condiviso. Sguardi evitati.
Ilya che lo manda via.
Shane che si ritrova a scrivere un messaggio, per fortuna non lo manda, che non si sono baciati.

Comprensibile, a quel punto, certi istinti omicidi verso il prestante russo. Soprattutto quando hai una faccino così.

Ma la verità è semplice: sono due idioti che non sanno parlare.
E Shane poteva baciarlo lui… ma se lo avesse fatto non avremmo questa storia.

Nel complesso ero ancora titubante, ma decisamente più coinvolta rispetto al primo episodio. Qui iniziano a contare i dettagli, i silenzi e tutto quello che non viene detto.

Menzione finale per l’episodio tre:

Kip, sei un cucciolo e qualcuno deve proteggerti.

Ditemi la vostra.

Alla prossima^^

Tra matrimoni, lutti e risvegli improvvisi: benvenuti nella stagione più confusa di Bridgerton!

Lettori cari, cari lettori, lo so. Vi ho traditi.

Il weekend del secondo episodio di Heated Rivalry, in italiano, e io… muta.
Un silenzio talmente sospetto che qualcuno avrà pensato: è guarita, ha una vita sociale, finalmente, oppure peggio, sta recuperando sonno.

Niente di tutto questo. Ero semplicemente fuori Italia a fare cose carnevalesche e inutili tipo esistere offline. Un’esperienza che non consiglio.

MA visto che amate soffrire, oggi NON parleremo ancora di hockey, tensione sessuale e uomini che comunicano attraverso traumi e desiderio represso.

Parliamo invece degli ultimi episodi di Bridgerton, cioè quella comfort series che ogni anno promette romanticismo e poi consegna terapia di coppia in costume.

Partiamo dall’unica verità oggettiva di questa stagione: la protagonista non è giovane, non debutta in società e non sta cercando marito.

La vera rivoluzione porta il nome di Violet Bridgerton.

Signori, Violet ha fatto quello che raramente viene concesso alle donne nei period drama: ha scoperto che il matrimonio NON è l’endgame.
Ha assaggiato il desiderio, ha ricordato di avere un corpo, e invece di correre a risposarsi per rispettabilità sociale, anche affetto, ha detto, in sostanza: grazie ma preferisco divertirmi.

ICONA.
MADRE.
MINISTRA DEL TEMPO PER SÉ STESSE.

Perché diciamolo: dopo otto figli e decenni passati a fare la santa patrona dell’armonia familiare, Violet ha capito che la vera eredità del marito non è il titolo… ma la libertà e con quella, finalmente, la libertà sessuale.
Io sono con te Violet. Esci. Sperimenta. Flirta irresponsabilmente. Goditi la vita.

Nel frattempo Benedict riesce nell’impresa rarissima di essere il Bridgerton meno interessante… nella SUA stagione. Fatemelo dire… come hai potuto, dopo tre stagioni meravigliose. Hai talento, non c’è che dire.
Sophie invece funziona, e sì, lo ammetto, adoro l’attrice quindi la mia obiettività è morta serenamente, ma almeno lei porta cuore, dignità e una quantità tollerabile di trauma da fiaba.

La dinamica Cenerentola continua a sembrarmi narrativa riciclata con pizzo sopra, però va detto: l’hanno resa abbastanza viva da non farmi urlare “scontato!” ogni cinque minuti.

Francesca merita una menzione a parte perché la sua storyline è probabilmente la più adulta della stagione.
Aveva trovato qualcuno che la capiva davvero. Non la passione travolgente da ballo in salone, ma quella rarissima pace emotiva.
Il fatto che non amasse il tè con lui, come da Bridgerton, era già il segnale che l’amore può essere anche silenzioso, imperfetto, diverso.

La morte di John è devastante ma chirurgica: serve a far crescere Francesca e a spalancare una porta emotiva che la serie stava chiaramente preparando.
Michaela che parte dopo la sua richiesta di restare? Dolore puro. Perché quando qualcuno se ne va proprio mentre inizi a capire COSA provi… sappiamo tutti come finisce.

Penelope finalmente dice addio a Lady Whistledown.

Alleluia.

Perché diciamolo senza ventagli davanti alla bocca: era diventata più prevedibile del ballo finale e più onnipresente di un parente che resta dopo cena. E qui nasce il problema vero: Bridgerton senza Whistledown è come un tè senza caffeina. Elegante, sì. Ma perché dovrei restare sveglia, a guardarlo?

La Regina e Lady Danbury ormai conversavano come due professori che sanno di avere ragione ma hanno dimenticato la domanda. Ridimensionarle è stata una scelta di sopravvivenza narrativa.

E Cressida?
Finalmente trattata come un essere umano e non come il punching ball morale della stagione. Il bullismo iniziale resta discutibile, ma almeno qualcuno, Eloise, miracolosamente capisce che crescere significa anche smettere di sentirsi moralmente superiori h24.

Arriviamo al punto che nessuno vuole dire ad alta voce: le scene di sesso.

Per quattro stagioni abbiamo assistito serenamente a gente etero che demoliva mobilio Regency con entusiasmo olimpico. Arte. Passione. Estetica.
Ma quando si cambia serie e cambiano i protagonisti improvvisamente internet scopre il pudore vittoriano. No, non una stoccata di fioretto… è proprio quello che pensate

Non è il sesso che disturba è chi sono i protagonisti a farlo. Quindi quando è una coppia “normale” (secondo società, falsa e moralista) dateci dentro ma se a farlo sono due bei ragazzi, allora tutto cambia. Ed è qui che Bridgerton, quasi senza volerlo, diventa più interessante del previsto: perché mostra quanto il pubblico sia moderno finché resta comodo.

Quanto al finale: sì, felici e contenti. Tutti sistemati, anche Francesca che ha capito che il matrimonio non fa per lei. Tutti innamorati. Tutti emotivamente risolti nel tempo di un valzer.

Ma il vero colpo di scena non è chi ama chi è capire che qualcuno sta ancora osservando.

Perché Penelope può anche aver posato la penna… ma il bisogno di raccontare, giudicare e smascherare questa società non sparisce. Personalmente, tra le varie congetture fatte, io continuo a sospettare di una vedova molto elegante che ha appena scoperto due cose pericolosissime: la libertà… e il divertimento.

Domani torniamo alla programmazione peccaminosa con Heated Rivalry.
Ordine ristabilito. Sete placata. Moralità temporaneamente sospesa.

Sì, sono di parte ma almeno non faccio finta di non esserlo.

Cosa ne pensate?

Alla prossima^^

Spoiler: domani 😉

Recensione del primo episodio della serie più piratata al momento… Heated Rivalry!

Car* lettori,

che non si dica che sono una che lancia il sasso per poi nascondersi dietro il divano (anche perché dietro il divano ho solo polvere e traumi delle serie cancellate troppo presto). Ieri, 13 febbraio, oltre a essere stato il giorno del compleanno di quel demone conosciuto come Hudsun Williams, è finalmente uscita la serie più piratata del pianeta anche in Italia.

No, non parlerò del doppiaggio. Non perché non abbia opinioni, io ho opinioni anche sul carattere dei volanti pubblicitari, ma perché abbiamo fatto talmente abuso di review che nulla, assolutamente nulla, avrebbe potuto andarci bene. Se avessero doppiato in latino con sottotitoli in sumero qualcuno avrebbe comunque detto: “eh ma nella versione originale respirano meglio”. Quindi basta preamboli: rullo di tamburi, ansia da fandom e tè caldo… è ora di dire la mia.

Io aspettavo questa serie dal primo rumor. Non dal trailer: dal sussurro. Da quella foto rubata. Eppure… all’inizio non mi ha presa.

Io scrivo romance MM e lo ammetto: ultimamente le scene hot mi pesano. Non perché non mi piacciano, ma perché ormai sembrano tutte scritte con lo stampino IKEA: apri scatola, inserisci sospiri, avvita gemiti, fine. Quindi vederne una serie incentrata anche su quello non mi entusiasmava.

Non ho letto i romanzi, quindi parto neutrale. Ma quel montaggio iniziale, super serrato, che deve spiegare come nasce tutto tra i due… funziona, è fatto bene, è anche elegante. Però si sente la mano del “dobbiamo spiegare”. E quando una storia ti spiega troppo, invece di sedurti, ti tiene a distanza. Quel continuo datare mi ha tenuto mooolto a distanza… almeno quella era la sensazione

La verità scomoda che ho pura di pronunciare: quello pericoloso non è Ilya!

Apparentemente Ilya è quello dominante. Quello che prende spazio. Quello che entra in una stanza e l’aria cambia densità. È l’impatto visivo. È il bad boy. È quello che tua madre ti direbbe di evitare e che tu, a diciassette anni, avresti sposato in segreto. E no, non dirò di no: Connor Storrie ha fatto un lavoro eccellente. Non parlo solo di prestanza fisica, quella è evidente anche al mio divano, ma di come usa gli occhi e inclina il corpo. Di quell’accento russo che non è caricatura ma presenza, credibilità, spessore. Ilya buca lo schermo, ti arriva addosso e a primo impatto è il classico: “scappa finché sei in tempo”.

Ma io ho un’età e quando superi una certa soglia anagrafica inizi a riconoscerli, i bad boy. Lui non lo è, assomiglia più a un piccolo gatto randago arruffato che soffia perché nessuno lo ha mai preso in braccio nel modo giusto. Ilya è quello che fa rumore. Ma non è quello pericoloso. Quello pericoloso è Shane.

Perché Shane non invade. Shane sceglie.

È lui che si presenta. È lui che accorcia la distanza per primo in hotel. È lui che lo va a cercare sul tetto di Las Vegas. Ilya reagisce. Shane decide. E qui arriva la bravura di Hudson Williams. Perché Shane non è scritto come il trascinatore rumoroso. Ha poche battute e pochissimi momenti di apparente potere. Eppure ogni parola pesa. Shane non sovrasta mai la scena ma la occupa. Quando parla, sembra quasi che lo spazio si sistemi attorno a lui. Non alza la voce, ma rende fisico un personaggio che sulla carta rischiava di essere il più “contenuto” e questa è la vera inversione.

Uno è la forza fisica. L’altro è la forza narrativa. Ilya è l’impatto. Shane è la direzione. E quando capisci questo, la dinamica cambia. Stai guardando due ragazzi che si scelgono — ma uno dei due sa esattamente cosa sta facendo.

Ora so che vado fuori tema, ma la fotografia… è stata la mia lotta con la retina. Capisco il tono scuro per la narrazione, l’atmosfera e il realismo ma a un certo punto volevo accendere una torcia e bussare allo schermo: “scusate, avete dimenticato la luce spenta?”

Ci sono scene in cui non distingui se sta palpando il culo o se stanno cercando il telecomando caduto tra i cuscini. Non pretendo la luminosità da sala operatoria, viva le ombre, ma se mi fai una scena hot degna, fammela vedere. Anche le imperfezioni, l’imbarazzo, il momento goffo… non il nulla cosmico. Ho iniziato a credere che nelle loro stanze d’albergo esistessero solo due fonti luminose: i lumini da cimitero e la speranza dello spettatore.

E arriviamo alla seconda scena in hotel, perché lì mi sono rimaste due cose impresse. La prima è una questione ormai etica: perché nessuno ha ancora detto di che colore è il dildo di Shane. Non è curiosità morbosa è spirito scientifico. Se qualcuno lo scopre, mi scriva: è diventata una battaglia personale.

La seconda invece è molto più interessante. Il modo in cui Ilya, quello che teoricamente lo vede Shane solo per scopare, riesce a tranquillizzarlo. Quando gli dice che si rivedranno a Montreal cambia tono. Non è più provocazione, non è più gioco: è attenzione. È dolcezza detta da uno che non dovrebbe avere il vocabolario per la dolcezza. E quando gli dà il numero, dicendo che è noioso… gli sta in realtà consegnando un contatto. Un modo per tornare. Niente da fare, russo del mio cuore: sei già sotto come un treno e ancora non lo sai.

Famiglie: chi non ti dice niente e chi ti dice troppo. Di Ilya abbiamo una biografia emotiva molto precisa. Svletana compare nel seconda parte del primo episodio e sai che è importante. Ma ovviamente l’unica cosa che Ilya dice che dovrebbe essere a Mosca, idem la sua casa la intravedi nel buio. Insomma le spiegazioni arrivano. Ma sappiamo: neve fuori, Montreal saltata, niente scopata programma con Shane… serata comunque risolta. Perché Ilya non vive le situazioni: le aggira.

Con Shane invece succede il contrario: noi entriamo proprio dentro la sua vita. Hydane, ma di lui parleremo, e soprattutto i genitori. Per Yuna e David hanno scelto due attori che conoscevo e già questo mi ha dato una bella sensazione. Yuna ha quell’energia precisissima da: “ti voglio così bene che ti trasformo in un progetto marketing” Non è cattiva è organizzata emotivamente. È soffocante, ma credibile. Perché nasce dall’amore, non dal controllo anche se l’effetto finale è identico. Il padre invece resta sullo sfondo, ma ha sempre le battute migliori. Parla poco, osserva molto, e ogni tanto piazza la frase che ti fa capire che lui ha capito tutto da settimane e ha scelto consapevolmente di non partecipare al management familiare. Ed è lì che inizi a vedere la dinamica: uno cresce senza spazio, l’altro senza radici. E indovina un po’ dove si incontrano?

La cosa che funziona davvero: la competizione Non è odio. Non è amore. È quella splendida zona grigia dove due persone smettono di respirare normalmente quando l’altro entra nella stanza. Sul ghiaccio si sfidano per dimostrare chi è il migliore. Fuori dal ghiaccio si guardano perché… beh, perché ormai è tardi per far finta di niente. Il problema è che qualcuno ha deciso che dovevano essere rivali giurati. Nemici. Contrapposti. Quasi pronti a mordersi a ogni passaggio. Sì, il vero antagonista qui è la lega, l’hockey, il marketing sportivo che ha bisogno del derby emotivo anche quando i due interessati starebbero benissimo a limitarsi a guardarsi male con rispetto. Perché, diciamolo: altro che rivalità. Questi si stimavano fortissimo. Potevano tranquillamente restare su quel piano: tensione, orgoglio, occhiatacce professionali e invece no, devono diventare una tragedia greca sui pattini.

Tornado alle cose che ci piacciono per me Ilya crolla molto prima di quanto voglia ammettere: nel preciso momento in cui Shane si piega le mutande. Ridete pure. Ma la storia del romance, da secoli, dimostra una verità incontestabile: gli uomini perdono la testa per dettagli minuscoli e apparentemente inutili. L’eroe non cade davanti al pericolo. Cade davanti all’ordine. Cioè uno che si piega le mutande invece di saltarti addosso… altro che autocontrollo.

Conclusione finale, per tutto l’episodio ero lì: tiepida. Coinvolta quanto basta per non cambiare canale, ma abbastanza lucida da controllare il telefono ogni tre minuti. Sì, loro sono belli da guardare. Sì, le scene hot funzionano… anche troppo, al punto che ti chiedi come facciano a sembrare così naturali alla prima esperienza. Ma non è lì che è scattata la scintilla. Il finale. Il bacio, bellissimo, immediatamente rinnegato da Shane, che per inciso ci si era attaccato per primo con l’entusiasmo di una ventosa industriale. Infine lo sguardo di Ilya quando vede Shane andare via.

Quello sguardo dice una cosa sola: sei partito… e non hai la minima idea di come si faccia a tornare indietro. Lì cambia tutto. Lì la serie smette di spiegarsi e inizia a raccontarsi. Ed è esattamente il momento in cui ho fatto partire l’episodio 2 senza neanche fingere autocontrollo.

Voi cosa ne pensate?

Alla prossima^^^

Il doppiaggio di Heated Rivality e l’arte tutta italiana di non far finta di niente!

Car* lettori,

che non si dica che alla mia età i fandom non fanno più per me. Sciocchezze. È proprio a questa età che i fandom diventano uno sport estremamente divertente: non ti affezioni troppo, non perdi la dignità e soprattutto sai riconoscere il momento esatto in cui scoppia l’incendio così puoi sederti comoda a guardarlo.
Ti prendi il meglio e lasci il resto a chi è ancora convinto che “anche quello che immagino è realtà”.
Io, ogni tanto, provo persino a cambiare argomento. Ma purtroppo la serie di Heated Rivality non conosce l’oblio. Né la misura. Né la pietà.
Perché ogni giorno esce una nuova di cui non si può far a meno di parlare.

Se dei gossip non mi importa più di tanto, delle guerre di ship tra gli attori ancora meno (davvero, fate pure, io ho già dato negli anni ‘90), la vera perla della settimana è stata il doppiaggio italiano della serie in uscita il 13 febbraio.
Una data che ora verrà ricordata come il giorno in cui abbiamo perso l’innocenza.

Perché, lettori miei, una delle poche certezze rimaste all’umanità era il doppiaggio italiano. Quelle voci profonde, sensuali, cariche di sottotesti che nemmeno Shakespeare. Quelle interpretazioni che, a volte, riuscivano nel miracolo: rendere tutto meglio dell’originale.
E invece no.
Questa volta no.
Questa volta qualcuno ha detto: “Sai cosa? Facciamolo male. Ma proprio male.”

HBO rilascia il trailer della serie più piratata degli ultimi vent’anni (vi vedo, è inutile fare finta di niente) e da lì… il baratro.
Un trauma acustico.
Un’esperienza extracorporea.
Un “ma davvero?” collettivo.

Che se ne dica, c’è una cosa che all’Italia riesce sempre benissimo: i fandom più divertenti della rete.
Altro che community internazionali che litigano su chi guarda chi in una scena. Noi siamo oltre. Noi pretendiamo e quando sono partite le voci di Shien e Illiad, perché la patria la portiamo ovunque, anche quando nessuno ce l’ha chiesta, si è scatenato il caos.

Uno scempio.
Mi perdonino i miei amatissimi doppiatori, ma uno scempio tale che sembrava fatto apposta. Una valanga di commenti. Una rissa da spogliatoio. Una scazzottata degna di una partita di hockey con i pattini affilati e il sangue sul ghiaccio.
Un’onda così violenta da costringere HBO ad annunciare un nuovo doppiaggio.

Ripetiamolo piano, perché fa ancora male: un nuovo doppiaggio.

Sapete quanto costa doppiare una serie?
Sapete quante teste devono saltare prima che qualcuno dica “ok, rifacciamo tutto”?
E loro lo fanno perché il fandom si è incattivito su internet?

No, lettori.
Io sono troppo vecchia per credere alle favole. Questa non è una vittoria, è una trollata colossale. Una messinscena. Un esperimento sociale. Perché non è possibile che non abbiano azzeccato una voce, un accento, una consonante. Nemmeno per sbaglio.
Era scientifico. Era voluto. Era un test di approvazione.

Perché Heated Rivality è piena di troll.
Troll i fan.
Troll gli attori.
Troll anche la HBO, ormai senza più pudore.

E alla fine siamo qui, stanchi, provati, ma felici. Perché in fondo questo è il vero spettacolo: non la serie, non il doppiaggio, ma il fandom che implode, esplode e si riforma più rumoroso di prima.
Una vera goduria. Alla mia età, lasciatemelo dire, non potrei chiedere di meglio.

Voi cosa ne pensate?

Alla prossima^^

Tè, biscotti e libertini confusi: cronache emotive dei primi quattro episodi di Bridgerton!

Car* lettori,

oggi è un giorno di giubilo e gloria perché sono tornati a farci compagnia la famiglia più chiacchierata di Mayfair.
Giuro: non sapevo se ridere o piangere. Alla fine ho fatto entrambe le cose, spesso nella stessa scena. In ogni caso, non sono stata delusa. Confusa sì. Irritata a tratti. Ma delusa mai.

Partiamo subito dalla stagione del mio preferito: Benedict.
Lui. Quel suo essere bisex, libero, sfuggente, “sono il secondo quindi lasciatemi vivere”, che mi ha conquistata a ogni episodio. E invece no. Anthony, ormai realizzato tra moglie, figlia e sogni coloniali in India, decide che è il momento perfetto per appioppargli i doveri.
Perché quando uno vuole divertirsi, è giusto caricarlo di responsabilità emotive e narrative.

Io lo dico subito: non amo Cenerentola.
Sono stufa. Esausta. Saturata di retelling in ogni forma, epoca e piattaforma streaming. Non avendo letto i libri, mi aspettavo la solita minestra riscaldata… e infatti è esattamente quello che ho avuto.

Ma chiariamoci: per far cedere un libertino come Benedict, era l’unica strada possibile.
Doveva trovare qualcuno:

  • nobile (perché sì, lei in parte lo è),
  • ma anche con quell’impronta borderline, spezzata, un po’ fuori posto che è esattamente il suo tipo.

Le prime due puntate sono un’altalena emotiva degna di un luna park vittoriano: lei che viene schiavizzata, poi buttata fuori come un mobile vecchio, lui che prima si diverte, poi dispera (perché bisogna fare le cose bene), e nel frattempo la cerca come un uomo che ha appena capito di aver perso l’unica cosa che non pensava gli servisse. Ovviamente, si innamorano al COTTEGE.
Che ormai è il vero protagonista della stagione. Non è puramente casuale.
Forse dovrei farmene uno anch’io, visto le gioie spirituali, carnali e narrative che regala.

Ma come sempre, le perle vere non le regalano i protagonisti.

Penelope e Colin ci spiegano una verità fondamentale: le carrozze non servono solo per spostarsi.
Se tutto è nato nella carrozza, è giusto continuare su quella strada. Coerenza prima di tutto.

E soprattutto: da quel punto di vista, fanno un uso smodato di tè e biscotti.
L’allusione non è casuale. E neanche sottile.

Signora, vedova, Bridgerton quante soddisfazioni mi sta dando questa donna.
Lei non vuole più parole.
Lei non vuole più corteggiamento.
Lei è un tè in ebollizione che chiede solo di essere servito e i biscotti d’accompagnamento? Direi ampiamente graditi.

Francesca è alla disperata ricerca del CULMINE, qualunque cosa voglia dire.
Ci prova. Davvero. Ma niente. Zero. Non c’è verso di provare le stesse gioie materne e fraterne. E non è nemmeno colpa del povero John, che la capisce pure (forse anche troppo bene).
Ma lei vede solo Michela.
Perché, diciamolo: c’è chi con il tè ama i biscotti… e chi preferisce la gelatina.

Lady Danbury si è ufficialmente rotta di fare da badante alla Regina e onestamente: chi non lo farebbe?
Decide quindi di appiopparla alla povera signora Mondrich. Ammetto: questa svolta non mi ha entusiasmata. Ma non avendo letto i libri, taccio. (Interiormente urlo.)

Perché Regina Carlotta e Lady Danbury sono i pilastri di Bridgerton, e vederle relegate sullo sfondo mi infastidisce parecchio.
Così come mi urta la penna di Penelope, ormai offuscata dal fatto che tutti sanno CHI è. Un’ingiustizia narrativa, oltre che emotiva.

Ma la perla più grande delle quattro puntate non sono i bollori, non sono i patimenti, non è nemmeno Eloise che finalmente capisce che forse anche per lei è ora di servire il tè.

No. È lui. L’uomo della stagione.
Quello che ti regala la dichiarazione d’amore più poetica, emozionante, invasiva e languida possibile…
per poi uscirtene con: “Diventa la mia amante.”

Benedict. Davvero. Ma va affanculo.

Cosa ne pensate?

Alla prossima^^

Heated Rivalry e il fandom che ha dimenticato che gli attori sono esseri umani!

Cari lettori,

quando si entra in un tunnel di solito la luce d’uscita non è mai troppo lontana, bene non è questo il caso. Pausa influenza natalizia ormai alle spalle torno da voi con qualcosa di “vecchio” ma che sa tanto di “nuovo” e i protagonisti sono sempre loro.

Devo dirlo a un certo punto Heated Rivalry ha smesso di essere una serie ed è diventata una prova di resistenza psicologica. Non per il cast, non per la produzione, ma per chi guarda. O meglio: per chi guarda e poi decide di mettere il naso, le mani e pure il calendario emotivo nella vita privata di due attori giovani, appena affacciati alla fama, colpevoli solo di una cosa gravissima: avere chimica.
(Nota a margine: in altri tempi si sarebbe chiamata “bravura”. Oggi è un crimine sociale.)

Il problema non è l’entusiasmo. L’entusiasmo è sano. Il problema è quando l’entusiasmo si trasforma in controllo, in sindacato delle emozioni altrui, in quell’aria da “se non fai come voglio io, allora stai sbagliando”.
Un po’ come dire: ti amo, quindi ora siediti e compila questo modulo sulle tue intenzioni sentimentali.

Il confine tra set e vita reale: disperso, mai ritrovato.

Hudson Williams e Connor Storrie fanno il loro lavoro. Recitano. Funziona. Fine.
Ma per una parte del fandom questa informazione è evidentemente insufficiente. Perché internet, quando vede due persone che stanno bene insieme, decide che devono qualcosa.
Non un grazie, no. Un’intera conferenza stampa emotiva.

Devono spiegare.
Devono confermare.
Devono chiarire.
Devono scegliere da che parte stare.

E così, piano piano, il filo sottile tra attori e personaggi viene strappato con la grazia di un elefante in un negozio di cristalli. Un elefante con accesso a X e troppo tempo libero. Possiamo anche essere del partito: stanno a fare una grande promozione e ci marciano su? Mica è reato, sempre di lavoro si tratta.

Ma come ogni grande epopea social, anche questa ha bisogno di fazioni. Non puoi avere un fandom senza una guerra civile. Così nascono i team: chi difende Hudson come se fosse un parente stretto, chi giura fedeltà a Connor come se fosse una religione, e chi passa il tempo a confrontarli come se stesse scegliendo un nuovo telefono.

Il tutto condito da una narrazione tossica: uno è quello “giusto”, l’altro quello “problematico”. Non importa cosa facciano davvero. Importa cosa proiettiamo su di loro.
Perché il fandom moderno non guarda: interpreta. Male, ma con convinzione.

In settimana, nel momento della consacrazione, c’è stato il momento più surreale di tutti: la polemica Letterboxd su Hudson.
Un attore guarda film. Li valuta. Scrive due righe. Un gesto che, fino a ieri, indicava semplicemente “persona che ama il cinema”.

Oggi invece no.
Oggi ogni voto è una dichiarazione d’intenti, ogni commento una presa di posizione, ogni stella una possibile accusa. Il risultato? Hudson che smette di interagire liberamente, perché anche usare un’app per cinefili è diventato terreno minato.

Complimenti sinceri: siete riusciti a rendere stressante pure Letterboxd. Un posto nato per dire “questo film mi ha annoiato” trasformato in un tribunale morale. Chapeau.

La risposta degli attori non è stata teatrale, non è stata polemica. È stata umana. Meno esposizione, meno spontaneità, più attenzione. Non perché abbiano qualcosa da nascondere, ma perché ogni gesto viene cannibalizzato, rallentato, reinterpretato come se fosse un messaggio cifrato.

E qui arriva la parte più amara (ma detta con un sorriso): quando una persona deve iniziare a pensare prima di ridere, qualcosa non va. Quando l’amicizia deve essere dosata per non “mandare messaggi sbagliati”, il fandom ha superato il limite.
Non è più affetto. È gestione del rischio. Non è censura. È autodifesa.

Il fandom chiede verità, spontaneità, apertura.
Poi punisce chi le mostra.

Chiede naturalezza.
Poi seziona ogni gesto come se fosse una scena del crimine.

Chiede vicinanza.
Poi si lamenta quando quella vicinanza diventa ingestibile.

È un amore molto particolare: intenso, totalizzante… e allergico alla realtà.

E così, senza accorgersene, spinge gli attori lontani: non l’uno dall’altro per forza, ma dal pubblico. Da quel rapporto leggero, simpatico, goliardico che all’inizio faceva divertire tutti.
Perché niente uccide la spontaneità come sentirsi osservati da una folla con il taccuino in mano.

Hudson e Connor non sono un esperimento sociale. Non sono personaggi da controllare. Non sono estensioni delle fantasie di nessuno. Sono due professionisti che hanno fatto bene il loro lavoro e che, per questo, si sono ritrovati sotto una lente d’ingrandimento che brucia.

Il fandom dovrebbe ricordarsi una cosa semplice, quasi banale: amare qualcosa non significa possederla.
E soprattutto non significa poterla smontare pezzo per pezzo come un mobile IKEA. E se alla fine di tutto questo rimarranno più silenzi, più distanze e meno spontaneità… beh, non sarà colpa degli attori. Sarà solo l’ennesima dimostrazione che internet sa trasformare anche la chimica più bella in un campo minato.

Fatemi sapere la vostra.

Alla prossima^^

Heated Rivalry: quando l’hockey è solo una scusa e la psicosi è il vero sport nazionale

Car* lettori

il mio articolo prima del feste natalizie non poteva che essere questo. No, non parlerò della serie, perché l’ultimo episodio ancora deve andare in onda ma di quel meraviglioso tsunami che si è creato intorno alla serie e ai due attori. Siete pronti? Non sarò leggera ma credo che lo sapete bene.

Heated Rivalry è ufficialmente una serie canadese. Ufficiosamente, è un esperimento sociale riuscitissimo: prendere due attori giovani, belli, vagamente sudati, metterli su un campo da hockey a fare i rivali innamorati e poi osservare quanto tempo impiega internet a perdere completamente il contatto con la realtà. Spoiler: pochissimo.

La serie racconta la storia di Shane e Ilya, due stelle dell’hockey che si odiano, si desiderano e si complicano la vita con una costanza ammirevole. Funziona. Funziona perché è sexy senza chiedere scusa, emotiva senza diventare una lezione di educazione civica, e queer senza sventolare la bandiera a ogni cambio di scena. Insomma, una rarità.

Il problema, come spesso accade, non è la serie.
Il problema arriva dopo. Con il fandom. Con la lente d’ingrandimento. Con la bacheca di Instagram.

Hudson Williams e Connor Storrie fanno il loro lavoro: recitano. E lo fanno pure bene, maledizione. Talmente bene che una parte del pubblico ha deciso che recitare non è abbastanza. No. Qui si pretende coerenza sentimentale totale: se interpreti un personaggio gay, devi esserlo anche fuori; se hai chimica sullo schermo, devi consumarla nella vita reale; se sorridi in un’intervista, è una conferma ufficiale.

Benvenuti nella gay-friendly anxiety, quella strana sindrome per cui l’inclusività non basta mai se non è accompagnata da prove fotografiche, dichiarazioni ambigue e almeno un abbraccio analizzato al rallentatore su TikTok.

Ogni like diventa un indizio.
Ogni commento un messaggio cifrato.
Ogni assenza una crisi di coppia.

La serie tv? I libri? Un dettaglio secondario.

Shippare è umano, pretendere è tossico!

Sia chiaro: shippare è divertente. È sempre stato così. Il problema nasce quando la ship diventa un contratto morale. Quando i fan non dicono più “mi piacerebbe”, ma “devono”. Devono stare insieme. Devono confermare. Devono rappresentare. Devono essere l’ennesima favola rassicurante da esibire come trofeo progressista.

Il risultato è un corto circuito meraviglioso: si chiede normalizzazione delle relazioni queer, ma si trattano gli attori come personaggi eternamente in promozione, obbligati a performare un’identità anche fuori dal set. Altro che inclusività: questa è customer care emotiva.

Nel frattempo, la serie che parla anche di carriera, pressione mediatica, identità pubblica e privata, viene ironicamente schiacciata proprio da ciò che racconta. E no, François Arnaud che esiste e respira non aiuta. Perché quando nel cast c’è qualcuno apertamente queer, la linea tra rappresentazione e proiezione si dissolve del tutto. Tutti diventano simboli. Tutti diventano dichiarazioni politiche ambulanti. Nessuno può più essere semplicemente un attore che va a casa, si toglie la maglia e fa quello che cavolo gli pare.

Heated Rivalry è una buona serie. Davvero.
Ma il vero spettacolo è quello fuori dallo schermo: il fandom che chiede amore reale come contenuto extra, la chimica che diventa obbligo, la vita privata che diventa materiale promozionale non autorizzato.

Forse il messaggio più radicale, oggi, sarebbe questo: lasciare che due attori facciano il loro lavoro senza innamorarsi per noi.

Ma capisco che sia chiedere troppo.
Dopotutto, la rivalità più accesa non è quella sul ghiaccio.
È quella tra fantasia e realtà. E la realtà, al momento, sta perdendo 5–0.

Cosa ne pensate?

Alla prossima^^

Brooklyn non è Manhattan (e altre verità scomode che il mio nuovo romanzo racconta)

Car* lettori

oggi l’autrice si autopromuove, perché ogni tanto bisogna anche parlare di sé. Benché io muoia dalla voglia di farvi una recensione sul fenomeno del momento, sì sto parlando di loro: Heated Rivalry, la serie tv che sta popolando i social di tanto spicy. Ma tutto a suo tempo, e oggi è tempo di altro.

https://amzn.in/d/aJhlOfX

C’è un momento nella vita in cui tutto sembra andare per il verso giusto.
E poi c’è il momento subito dopo, quello in cui capisci che era solo una prova generale.

Domani esce il mio nuovo romanzo, Brooklyn non è Manhattan, una storia che parla di cadute improvvise, rinascite poco eleganti e di come la vita riesca sempre a portarci dove non avevamo minimamente intenzione di andare.

Julian Quinn è uno di quelli che “ce l’ha fatta”: vive a Manhattan, frequenta i posti giusti, indossa i vestiti giusti e conduce un’esistenza talmente ordinata da sembrare una vetrina.
Il problema? È tutta una messinscena.

Quando la sua vita perfettamente impacchettata implode, Julian si ritrova a fare i conti con una verità che non aveva previsto: non è più a Manhattan. È a Brooklyn. E Brooklyn non fa sconti a nessuno.

Brooklyn è il luogo dove: i muri raccontano storie che preferiresti non conoscere i vicini entrano in casa tua come se fosse un bar e le luci di Natale restano appese tutto l’anno per pura testardaggine emotiva.

Ma è anche il posto dove l’umanità è rumorosa, invadente e sorprendentemente accogliente.
Ed è proprio lì che Julian inizia a scoprire chi è, senza il filtro del lusso e delle aspettative.

Poi arriva River Collins.
DJ, tatuaggi, sarcasmo incorporato e una naturale allergia alle bugie.

River non è il tipo che salva qualcuno.
È il tipo che ti guarda negli occhi e ti costringe a smettere di mentire, anche quando sarebbe molto più facile continuare.

Tra loro nasce qualcosa di imprevedibile: fatto di battute taglienti, attrazione evidente e silenzi che dicono più di mille parole.
Un legame che mette Julian davanti alla scelta più difficile: continuare a fingere o rischiare di essere finalmente vero.

Brooklyn non è Manhattan è un romance contemporaneo che parla di:

  • ricominciare da zero
  • imparare a stare nei propri panni
  • accettare la propria vulnerabilità
  • capire che la casa non è un luogo, ma una persona

Il tutto raccontato con ironia, personaggi secondari impossibili da dimenticare e una New York lontana dai cliché patinati.

Domani il romanzo sarà disponibile online, non per Kindle Unlimited.
Se amate le storie che fanno sorridere e riflettere, che parlano d’amore senza idealizzarlo e di crescita personale senza prediche, Brooklyn non è Manhattan potrebbe sorprendervi.

Perché a volte, per trovare il posto giusto, devi prima finire in quello sbagliato.

E no, Brooklyn non è Manhattan… forse è molto meglio.

Alla prossima^^

Trope e Trigger Warning: la nuova frontiera del “Mi piace, però prima fammi leggere l’etichetta”

Cari lettor*

oggi voglio portavi tra le spine della scrittura, ma anche della lettura, perché qualcuno deve pur dirlo: la delizia di uno e la croce dell’altro. Ma procediamo con calma.

Una volta si entrava in libreria, si annusava il profumo di carta (o la muffa nobile delle biblioteche vintage), si sceglieva un romanzo perché la copertina ci guardava con aria seducente e via, ci si tuffava nella storia come in una piscina ancora non testata dalla temperatura. Oggi no. Oggi il lettore medio vuole sapere tutto prima. Anzi: pretende l’analisi chimica, la radiografia, il referto psichiatrico del libro.
Il romanzo non si legge più: si consulta, possibilmente munito di legenda, bollini colorati e un manuale d’istruzioni in tre lingue.

I trope erano quegli schemi narrativi riconoscibili che gli scrittori infilavano con nonchalance, sperando che il lettore non facesse troppo caso alla ripetitività. L’orfano prescelto, il triangolo amoroso, il nemico che poi era un alleato, l’alleato che poi era uno stagista.
Oggi invece i trope sono diventati come le categorie del supermercato: se non gli metti etichetta, il lettore rischia la crisi esistenziale davanti allo scaffale.

“Ciao! Il mio romanzo è un fantasy romantico.”
“Ok, ma quali trope?”
“Ehm… magia proibita?”
“Solo? Ma come faccio a decidere se leggerlo? Hai almeno un enemies to lovers? Un forced proximity? Un found family gluten free?”

A questo punto lo scrittore suda, perché se non infila almeno un trope da classifica TikTok, nessuno si degnerà di leggerlo. E se osa mescolare trope in modo creativo, guai: verrà accusato di “trope ambiguity”, reato non ancora riconosciuto penalmente, ma che su internet comporta la gogna pubblica.

Ma se questo non dovesse bastare, ci sono anche loro: i Trigger Warning, i T.W., i Santo Graal della letteratura moderna. Il lettore non vuole solo sapere cosa c’è nel romanzo: vuole sapere cosa potrebbe sentire.
Lo scrittore, quindi, compila liste lunghissime che sembrano foglietti illustrativi di un farmaco particolarmente ambizioso.

TW del romanzo:

tristezza moderata
uso improprio della punteggiatura
un gatto che guarda male il protagonista
una zia passivo-aggressiva
qualcuno mangia l’ultima fetta di torta
pioggia (potrebbe ricordare la malinconia)
felicità (non sempre gradita)

Alla fine il lettore legge i TW e scopre l’intera trama prima ancora di aprire il libro, ma almeno è psicologicamente preparato.
O convinto di esserlo.
O convinto di non leggerlo, perché “troppi trigger, non voglio rischiare”.

I lettori di oggi affrontano un romanzo come se fosse un tempio pieno di trappole mortali: hanno la lista degli allergeni narrativi, il cappello, la frusta e il terrore di trovare un personaggio triste entro pagina 10.

“Ma perché hai messo un litigio tra personaggi senza TW?”
“Perché litigano in TUTTI i romanzi…”
“Eh ma io voglio saperlo prima! Così mi preparo emotivamente!”

Prepararsi emotivamente a cosa? È un litigio, non un audit aziendale.

Forse un giorno i romanzi avranno davvero un bollino qualità: “Romanzo approvato dalla Commissione Europea dei Lettori Sensibili™.
E nel retro copertina troveremo: “Si consiglia di leggere responsabilmente. Tenere lontano dalla portata dei critici aggressivi. In caso di esposizione a trope non dichiarati, contattare il servizio clienti dell’Autore.”
Eppure, nonostante tutto, continuiamo a scrivere e leggere.
Con i nostri trope, i nostri trigger warning e le nostre ansie di essere sorpresi… ma non troppo.
Perché alla fine, la narrativa è sempre un’avventura.
E l’avventura, si sa, è bella solo se non te l’hanno spoilerata tutta nell’etichetta.

Voi cosa ne pensate?

Alla prossima^^

BookTok e il Fast Food Letterario: Benvenuti nel McRomanzo

Cari lettor*

oggi vi porto come nel magico mondo delle scorpacciate letterarie, quelle che dopo un po’ diventano indigeste da farvi venire la nausea a solo sentirle nominare.

C’era una volta la libreria: un posto sacro, silenzioso, pieno di libri diversi, di autori diversi, di idee diverse. Oggi invece assomiglia sempre di più a un McDrive: entri, ordini il tuo Romantasy Maximeal, e in tre minuti esci con un libro identico a quello che hai letto la settimana scorsa, solo con due druidi in più e la salsa piccante del forbidden love.

BookTok, dicono, ha “rinnovato” il mercato. Traduzione: ha creato una fila infinita al banco dei libri che si assomigliano tutti, come cugini di terzo grado che non si parlano ma condividono il DNA della stessa bozza copiata-incollata.

Le case editrici, brillantissime nella loro saggezza commerciale, hanno capito la lezione: perché rischiare pubblicando libri originali quando puoi prendere l’ennesima storia con la bad girl, il vampiro che soffre di ansia sociale e quattro scene hot messe lì come sticker? È economia circolare: ricicli un plot, lo rivendi, lo lucidi, lo dai in pasto all’algoritmo. Funziona. Sempre.

La narrativa? Certo che esiste ancora. È lì, in un angolo, a raccogliere polvere come i libri “seri” nelle case degli influencer: sfondo decorativo, ma non esageriamo con le aspettative.

Intanto la massa corre dietro alla next big thing di BookTok. “Questo libro mi ha fatto PIANGERE”, scrivono. “Mi ha SPEZZATO il cuore”, urlano. E tu pensi: wow, dev’essere intenso. Poi lo leggi e scopri che il cuore si è spezzato solo perché i due protagonisti non potevano amarsi prima di pagina 137 per colpa di un regolamento scolastico scritto con la stessa logica delle fanfiction di mezzanotte.

Il vero dramma, però, è che chi ama leggere cose un po’ più… come dire… pensate, si ritrova a fare il ribelle. Scegli un romanzo non trending? Eresia! Leggi un classico? Stai cercando attenzione. Ti avvicini a un autore emergente non sponsorizzato dall’algoritmo? Complimenti, ora sei automaticamente un hipster letterario.

La verità è che viviamo nell’era del libro usa-e-getta: lo leggi in due giorni, piangi per tre su TikTok e lo dimentichi in quattro. Il tempo che hai per elaborarlo è lo stesso che impiega l’app a mostrarti il prossimo “devi leggerlo assolutamente o sei fuori dal mondo”.

E poi ci chiediamo perché la profondità narrativa stia diminuendo. Ma è ovvio: chi scrive non deve più costruire mondi, ma fit di trenta secondi. Non deve creare personaggi, deve creare clip. Non deve emozionare: deve essere “tiktokabile”.

Però sia chiaro: BookTok ha anche un lato positivo. Ha portato moltissime persone alla lettura. Certo, magari le ha portate tutte nello stesso identico scaffale, ma almeno sono entrate. È già un miracolo.

Il problema non è che la gente legga romanzi leggeri. Il problema è che il mercato sta trattando la narrativa come se fosse un menù a tema: “Vuoi l’edizione extra drama o quella crispy enemies-to-lovers? Aggiungi per solo 2 euro il trauma infantile del protagonista!”

E mentre il mercato sforna panini narrativi, i lettori affamati divorano tutto senza chiedersi cosa c’è davvero dentro. Gluten free? Senza glutine emotivo, sicuramente.

La speranza? Che da qualche parte, in una tranquilla corsia secondaria, ci sia ancora spazio per i libri fatti come piatti cucinati da un vero cuoco. Quelli che non si leggono in due ore né finiscono sotto il neon di un trend, ma che richiedono tempo, attenzione, masticazione lenta.

Per tutti gli altri, tranquilli: il McRomanzo ha aperto 24 ore su 24.

Buon appetito.

Cosa ne pensate?

Alla prossima ^^

Quando un successo fa il verso a se stesso. Ovvero: perché tutti gli scrittori odorano soldi come i cani odorano tartufo!

Car* lettori

oggi sono qui per parlarvi di una strana mania che sorge, nel mondo letterario, quando un determinato soggetto (film, libro, serie tv) ha così risonanza da creare uno tsunami creativo di massa.

C’era una volta… o meglio, c’è, perché la storia si ripete ogni sei mesi come un romanzo in scadenza, un qualcosa che scatena gli assetti del mondo editoriale. Un vampiro che aspetta la sua amata per quattrocento anni? Perfetto. Una nuova riscrittura romantica del mito? Bingo. Risultato: frotte di taccuini si rizzano, sinossi vengono sussurrate, e sulle tastiere comincia a scorrere una sola domanda economica: «Come posso infilarmi in questo filone e guadagnarci?»

Non è un complotto oscuro, è solo la geologia del mercato: quando un sottogenere comincia a vendere, che sia il «dark romance», la romantasy o i vampiri sentimentali, i movimenti sismici si propagano. Gli editori ricavano dati di vendita, gli agenti fiutano opportunità, gli autori (tradizionali o indie) ricalibrano le trame e in men che non si dica spuntano personaggi millenari col cuore spezzato in cerca di reincarnazioni, promesse e drammi plurisecolari. Le classifiche e gli algoritmi non sono romantici: premiano ciò che converte in pagine lette e in soldi.

Questo meccanismo non è nuovo: basti ricordare come la popolarità di certi titoli su TikTok, BookTok o campagne virali abbia trasformato libri semi-sconosciuti in fenomeni editoriali, generando a catena contratti e uscite a tema. In pratica, il ciclo è sempre lo stesso: un bestseller crea domanda che il mercato soddisfa (e spesso eagerness > qualità). È lo stesso principio con cui, dopo un film di successo, piovono spin-off, reboot e romanzi “alla maniera di”

Ironia della sorte: la creatività, quella vera, non sopporta il semaforo verde del trend. Ma il portafoglio, sì. Così vediamo due generi di reazioni:

  1. I poeti d’occasione. Autori che riscrivono Dracula come love story, come commedia natalizia, come saga di reincarnazioni: stessa base mitologica, variazioni sul tema e la promessa (sottintesa) che il pubblico troverà ciò che già ha amato.
  2. I calcolatori editoriali. Case editrici che mettono in cantiere singoli progetti come fossero prodotti stagionali, con copertine che urlano vampire + mood romantico, blurb studiati per l’algoritmo e campagne pubblicitarie targettizzate.

In fine il pubblico. Il lettore medio non è stupido: a volte vuole conforti narrativi già rodati, un eterno innamorato, una donna-mistero, una seconda possibilità dopo secoli e altre volte cerca proprio l’originalità che la massa non sa ancora riconoscere. Il mercato però preferisce la prima opzione, almeno fino a che non arriva il nuovo titolo che ribalta le regole del gioco.

Quindi cosa succede quando «Dracula, una storia d’amore» (o qualunque titolo che stuzzichi quel cocktail di nostalgia + melodramma) esce ed diventa un caso? Succede che la creatività industriale si mette al lavoro: annunci, contratti lampo, e un’abbondanza di sinossi che iniziano tutte con «E se il nostro protagonista fosse stato…». Giusto? Forse. Scommettere sul filone, però, è quasi sempre una scommessa sul breve termine: incassi rapidi, attenzione breve, e un sovraffollamento che affoga le voci meno rumorose.

Un avvertimento, in tono semi-serio: se siete autori e la vostra anima vi dice di scrivere di un vampiro che aspetta la reincarnazione della sua amata, fatelo. Ma fatelo perché volete raccontare davvero qualcosa su immortalità, memoria o rimorso non solo perché tira quel genere al momento. Perché il mercato si muove in stormi, ma la letteratura sopravvive e talvolta prospera quando qualcuno decide di deviare la rotta.

In conclusione, e con una punta di sarcasmo affettuoso, il mondo degli scrittori reagisce ai bestseller e film come le lucciole alla luce: brillano tutti insieme, un lampo dopo l’altro, finché la notte non torna a essere scura. E in quella oscurità, ogni tanto, qualcuno scrive qualcosa che non assomiglia a nulla di già venduto. Quello è il momento in cui il mercato dovrà aspettare, se può, prima di correre di nuovo a comprare la voglia d’amore immortale in offerta speciale.

Ditemi la vostra

Alla prossima^^

Dracula: storia di un amore (o di un disturbo ossessivo ben vestito)

Cari lettori

era da un po’ che non faccio una recensione, quindi parto dal film del momento. Che è diventato virale soprattutto per la scena Dracula – Mina con in sottofondo la canzone di Enya caribbean blue. Ho fatto un vide su TikTok, perché per me anziana l’associazione con questa canzone è sempre stata Bova che esce dalle acque nel film Piccolo, grande, amore. Posso mettere un velo pietoso: nessuno ha capito. Che molti hanno risposto: siamo passati al meglio. Come se io stessi facendo un paragone film-film o attore-attore… la comprensione del testo è quello che non funziona al mondo d’oggi. Ma passiamo al film….

Differente dagli altri Dracula, questi film si pone di raccontare l’amore…. Io, questo loro grande amore, non l’ho proprio percepito. I costumi? Stupendi. Le scenografie? Da urlo. Il sangue? Rosso rubino, perfetto per un set Instagram gotico. Ma l’amore, quello vero, quello da farti dire “wow, ci credo”, è rimasto chiuso in una bara con la sceneggiatura.

Eppure online si legge di tutto: “il nuovo capolavoro romantico”, “una tragedia immortale”, “l’amore che supera la morte”. Sì, certo. Ma anche un po’ la pazienza dello spettatore che lo aspetta… ma molti diranno che ho io il cuore di pietra.

Brodo di giuggiole per questo vampiro che aspetta l’amata per 400 anni… tutte a volere lo stesso ma se uno mi dicesse, al giorno d’oggi, “sono 400 anni che ti cerco”, io gli farei fare un TSO di corsa.

Bisogna dire anche che oggi l’asticella è molto più bassa: basta un cuore su Instagram per sentirsi amati.
Quindi capisco il fascino: un uomo (morto) che non ti ghosta da secoli è quasi rivoluzionario. Ma siamo sicuri che sia amore?

Perché qui Dracula non ama: colleziona. Ti vuole perché non ti può avere, ti rincorre perché gli manchi, ti desidera perché sei l’unica cosa che gli ricorda di essere vivo. In pratica, un amore tossico con più mantelli e meno messaggi vocali.

Luc Besson fa quello che sa fare meglio: costruire un mondo visivamente impeccabile.
Luci da Caravaggio, costumi da Vogue Transilvania, nebbie, tramonti, inquadrature poetiche… un tripudio estetico da poster Tumblr del 2014.
Ogni scena è talmente bella che quasi dimentichi che i personaggi parlano d’amore senza mai farcelo sentire.

È il trionfo dell’apparenza: un film che sembra dire “guarda quanto soffro bene in controluce”. E noi, poveri spettatori contemporanei, ci caschiamo, scambiando la tragedia gotica per profondità emotiva.

Forse, però, il problema non è solo del film. È nostro.
Viviamo nell’epoca dei sentimenti a tempo determinato: cambiamo partner appena finiscono le farfalle nello stomaco, e poi ci commuoviamo per un vampiro che aspetta l’amore della sua vita da mezzo millennio.
Ecco spiegato l’entusiasmo: Dracula è diventato la nostra rivincita contro la precarietà affettiva. L’unico che non sparisce. L’anti-ghoster per eccellenza.

Solo che la fedeltà del conte non è commovente: è inquietante.
Non è un amore che dura, è un lutto che non passa. È la differenza tra “non ti dimenticherò mai” e “non ho elaborato la separazione da 400 anni, ma guarda come mi dona il nero”.

Alla fine Dracula: storia di un amore è più una seduta di psicanalisi estetica che una storia d’amore.
Un film che ti fa riflettere, sì, ma forse non nel modo in cui il regista avrebbe voluto: non sul potere eterno del sentimento, ma sui limiti del concetto di “romantico” quando lo confondi con “possedere”.

E allora sì, tutto bello, tutto intenso, ma se questa è la versione cinematografica dell’amore eterno, mi tengo volentieri le mie relazioni finite male e le playlist tristi su Spotify.
Almeno loro non cercano di succhiarmi il sangue (emotivo).

Voi cosa ne pensate?

Alla prossima^^

BookTok e i prestavolto: quando gli attori diventano prigionieri della fantasia

Cari lettori

avrei così tante cose da dirvi, forse domani vi posto la mia umile recensione su Dracula: storia di un’amore, ma oggi devo parlare del fantastico mondo di TikTok. Una fucina di follia pura ma fonte di inestimabile valore per i miei articoli.

C’è una nuova frontiera nella follia collettiva dell’internet: non si tratta più di fanfiction o di shipping improbabili. No, ora c’è la selezione ufficiale dei volti immaginari.
Si chiama “prestavolto”, pratica in cui un autore (o un fan) sceglie un attore per “rappresentare” il protagonista di un libro.
Sembra innocuo, vero? E invece è diventato un piccolo inferno digitale, soprattutto su BookTok, dove la gente difende “il proprio prestavolto” con la stessa ferocia con cui difenderebbe l’ultimo pezzo di pizza in casa.

Funziona così: un’autrice scrive un romanzo e decide che, per ispirarsi, il suo eroe “assomiglia un po’ a Henry Cavill”.
Perfetto, tutto a posto. Finché qualcuno su TikTok non urla:

“No, scusa, Henry Cavill è già di A Court of BookTokia, non puoi usarlo anche per il tuo!”

Da lì, il caos.
Sotto i video cominciano a comparire commenti indignati tipo:

“Ma come osi associare il mio Henry a un altro personaggio?”
“È una mancanza di rispetto per noi e per lui!

Sì, perché pare che gli attori, oltre a lavorare, recitare, e farsi fotografare, debbano anche rispettare i contratti spirituali stipulati dai fan su TikTok.

Il problema legale è semplice: gli attori sono protetti da copyright e diritto d’immagine.
Usare il loro volto per promuovere un libro, un trailer fanmade o anche solo un’illustrazione può essere tecnicamente una violazione.
Il passo successivo è inquietante: quando il fandom comincia a confondere l’attore con il personaggio.
Henry Cavill diventa l’eroe moralmente torturato del libro X, Timothée Chalamet l’amante maledetto del libro Y.
E quando uno di loro osa fare una dichiarazione reale, tipo “mi piace cucinare la pasta”, subito il commento è:

“Non lo direbbe mai il mio personaggio! Ti stai rovinando da solo!”

Non solo li si “usa” per dare un volto ai personaggi, ma poi li si punisce se si comportano da esseri umani.
Insomma, fictional gaslighting.

E ogni tanto scoppia la guerra:
due autrici scelgono lo stesso attore come “volto” del protagonista e la community grida al plagio.
Come se ci fosse una agenzia di prestavolti immaginari con prenotazione obbligatoria:
“Mi dispiace, signora, Chris Evans è già stato assegnato fino al 2027 come duca traumatizzato e cavaliere redento.”

Tutto questo sarebbe esilarante e lo è, finché non diventa tossico.
Perché il problema non è la fantasia (che è bellissima), ma la confusione tra rappresentazione e realtà.
Gli attori non sono avatar a disposizione del fandom.
Non puoi “prenotare” un volto come un dominio web.
Il prestavolto doveva essere un gioco di immaginazione.
È diventato una guerra di copyright emotivo.
Un campo minato dove gli autori devono muoversi con la delicatezza di un diplomatico.

Forse l’unica via d’uscita è tornare alla vera forza dei libri: la faccia te la immagini tu.
E magari lasciare gli attori dove devono stare: sullo schermo, non in un romanzo dove non hanno mai chiesto di recitare.

Voi cosa ne pensate?

Alla prossima^^

“Senza spicy non leggo”: anatomia del lettore moderno (ovvero: 50 sfumature di ipocrisia)

Miei cari lettor*

oggi vi porto in un modo che sto scoprendo piano piano ma è una realtà ormai talmente palese che non si può chiudere gli occhi e far finta di niente.

C’è stato un tempo in cui i lettori giudicavano un libro per la trama, la scrittura, la profondità psicologica dei personaggi. Ma è arrivato TikTok, le copertine minimaliste con uomini seminudi e la parola spicy scritta più spesso del nome dell’autore.

Oggi, nel selvaggio mondo delle recensioni online, non c’è trama o stile che tenga: tutto si riduce a un’unica, fatidica domanda: “Ma quante scene spicy ci sono?”
E se la risposta è “una e mezza (neanche descrittiva)”, il libro viene trattato come se fosse un manuale di diritto tributario.

Scorrendo le recensioni su Goodreads o TikTok, si può assistere a spettacoli degni del miglior teatro tragico.

⭐⭐☆☆☆ “La scrittura è meravigliosa, ma la prima scena spicy arriva solo a pagina 257. Troppo lento.”

Oppure:

⭐☆☆☆☆ “Bellissima costruzione del mondo narrativo, ma zero tensione erotica. Non si può vivere di slow burn, scusate.”

Nel frattempo, se osi dire che ti è piaciuto senza le scene hot, vieni guardato come un alieno proveniente da una galassia puritana: “Sì, certo, lo hai letto per la trama. E io leggo Playboy per gli articoli.”

La verità, cari lettori, è che il 90% di chi finge di leggere “per la storia d’amore intensa” in realtà sta aspettando il capitolo X, quello dove finalmente “fanno quattro salti in padella”.
Lo sanno tutti, ma nessuno lo ammette.
È come dire che vai in palestra “per la salute” e non per postare selfie davanti allo specchio.

C’è chi si lamenta dei romanzi “senza contenuto”, ma poi mette 5 stelle a una fanfiction rilegata in brossura solo perché la protagonista “sa come prendere il controllo della situazione… in tutti i sensi”.

E guai a dire che non è letteratura: ti risponderanno con la stessa passione con cui difendono il BookTok boy di turno, quello con l’addominale scolpito e la profondità emotiva di un cucchiaino da caffè.

Quindi sì, facciamocene una ragione: molti lettori non vogliono un libro, vogliono un’esperienza sensoriale a capitoli.
E va benissimo. Basta smettere di far finta che non sia così!

Perché puoi dire che ami l’arco di redenzione del protagonista, ma noi sappiamo che la tua evidenziazione preferita è proprio quella riga a pagina 312, quella dove lui “ho voglia di baciarti in ogni dove”.

In fondo, non c’è nulla di male.
L’importante è ammetterlo.
E magari, ogni tanto, ricordarsi che anche la trama può essere sexy.

Voi cosa ne pensate?

Alla prossima!

Ali, artigli e ormoni: anatomia tragicomica del romantasy moderno

C’era una volta, cari lettori…

Un drago palestrato, forse era un elfo con gli addominali a otto segmenti e la capacità di gemere in versi runici antichi.
In ogni caso, benvenuti nel mondo del romantasy, dove l’amore brucia come lava e il sesso è letteralmente magico, nel senso che spesso coinvolge un incantesimo, una profezia e, nei casi peggiori, una coda prensile.

Negli ultimi anni il romantasy è esploso come una pozione mal miscelata: una parte fantasy, due parti erotismo, una spruzzata di trauma infantile e una copertina con un uomo torace-nudo che ti guarda come se sapesse dov’è nascosto il tuo segnalibro.
Le lettrici (e i lettori, ma ammettiamolo: il target è chiaro) si sono gettati a capofitto in questi mondi dove le eroine hanno sempre “il cuore ferito ma la lingua tagliente”, e gli uomini sono “creature oscure e tormentate” che, per ragioni mai spiegate, non possiedono magliette.

Ma il vero campo minato del genere?
Le scene spicy.

Oh, le scene spicy.
Quelle che dovrebbero farti arrossire e invece ti fanno sospirare — ma per la fatica di non ridere.
Dove lui “ronza come un tuono” (ma!), “le mani scivolano come serpenti infuocati” (aiuto), e “la magia tra di loro esplode in un lampo di luce cremisi” (serve un estintore o un esorcista?).

Si parte sempre con promesse epiche: “I loro corpi si univano come due stelle in collisione”.
Poi, qualche paragrafo dopo, ci si ritrova a leggere descrizioni di anatomie alternative, fisicamente impossibili o grammaticalmente criminali.
C’è chi “graffia con le ali”, chi “geme nel linguaggio antico dei draghi”, e chi, in un picco di fantasia erotica, “sente il potere scorrere tra le cosce come un incantesimo di fuoco eterno”.
Cara autrice, per curiosità: hai mai avuto un’ustione di terzo grado?

Eppure, paradossalmente, è proprio questo il bello del romantasy:
la totale assenza di vergogna.
È un genere che ti dice: “Sì, il protagonista è un demone di 4000 anni con un trauma da fratello gemello e un piercing sull’ala sinistra. E allora?”.
È coraggioso, esagerato, a volte cringe al punto da diventare arte contemporanea.

Perché, in fondo, il romantasy è come un sogno bizzarro dopo una maratona di Outlander e Game of Thrones: un po’ trash, un po’ sublime, totalmente irresistibile.
E se durante una scena hot ti ritrovi a ridere invece di arrossire… tranquilla: probabilmente anche l’elfo con gli addominali di granito sta ridendo dentro di sé.

Voi cosa ne pensate?

Alla prossima^^

Lettori, aspettative e comodità sentimentale

Cari lettori

oggi voglio proprio parlare con voi, perché mi è giunta una voce succulenta all’orrecchio.

Immagina la scena: sei sul divano, magari una tazza di tè, fuori piove. Apri un libro rosa, ti affezioni ai personaggi, speri che superino ostacoli, drammi, equivoci. Alla fine? Eccoli insieme. Tutto finisce bene. Perché è questo che vuoi. È la promessa tacita del genere: non importa quanto tortuoso sia il percorso, la destinazione dev’essere felice.

I lettori che scelgono un romance vogliono uscire dalla lettura con un sorriso. Vogliono sentire che l’amore può vincere. Vogliono conforto, evasione, quella specie di “pelo di gomma” emotivo che tira su il morale. Se il finale fosse brutto, la promessa del genere tradirebbe chi ha pagato per quell’ora o due di leggerezza.

Mettiamo da parte la poesia: il lieto fine è scritto nel DNA del romance. È un po’ come l’hamburger nel fast food: può non essere gourmet, ma sai cosa stai per mangiare.

  • Aspettativa del consumatore: se compri un romanzo rosa, ti aspetti che vada bene. Se non va bene, senti che sei stato ingannato.
  • Editori, influencer, algoritmi: chi fa il marketing sa che “happy ending garantito” vende. Le recensioni, il passaparola, la fedeltà dei lettori sono condizionate da questo.
  • Regole non scritte: autori che osano finire male sanno che rischiano recensioni negative, calo nelle vendite, forse persino critiche di “non è un vero romance”.

Eppure, tra le pieghe di troppe storie perfette, qualche crepa appare: conflitti interiori, relazioni difficili, personaggi imperfetti. Ma alla fine la ricompensa arriva. Nonostante tutto.

Questo non è sempre negativo. Il lieto fine può essere desiderato, può essere catartico, può dare speranza. Può essere soprattutto un modo per dire: ok, la vita è complicata, ma non siamo soli nei dubbi.

Era chiaro fin dall’inizio, sei stato tu a chiedere la dolcezza. Se domani qualcuno dicesse “il nuovo trend del romance: finali che rompono il cuore”, venderà molto meno.

Ma, oh, che sollievo ogni tanto, leggere qualcosa che non fa felici tutti, ma fa pensare. Perché anche se voglio il lieto fine, ogni tanto il cuore gode di una bella graffiata letteraria.

Voi cosa ne pensate?

Alla prossima^^

POV-mania: Guida semiseria alle tribù dei lettori

Cari lettori

oggi parliamo dei POV, non scuotete la testa che vi vedo. C’è il Monogamo del POV, il Poliamoroso del POV, l’Onnisciente Illuminato. All’appello non manca nessuno, ma se così fosse non esitate a farlo presente.

Se il mondo dei lettori fosse un villaggio, la piazza centrale sarebbe occupata da una rissa continua: da un lato quelli che difendono il POV unico come fosse l’ultima fiamma olimpica, dall’altro i fanatici del POV multiplo, pronti a distribuire capitoli come volantini al mercato. In un angolo, l’oniscente, che osserva tutti dall’alto, convinto di essere Dio, ma con meno followers di quanto si aspetti.

I monogami del POV. Questi lettori sono i fedeli più devoti. Scelgono un personaggio e pretendono di restargli accanto come in un matrimonio medievale: “Nella buona e nella cattiva sorte, nella noia delle descrizioni e nei lunghi monologhi interiori.”
Il POV unico è rassicurante: non rischi di perderti, non devi ricordare chi è figlio di chi, e soprattutto non hai la frustrazione di amare un personaggio che sparisce per 300 pagine perché “tocca adesso al cugino del cognato dell’antagonista”.

Al contrario, chi ama i POV multipli non legge un libro: organizza un condominio narrativo. Ogni capitolo è una porta che si apre su un nuovo inquilino che ti racconta la sua versione della tragedia. Questi lettori vivono per il dramma della polifonia: più voci, più intrighi, più possibilità di lanciare maledizioni all’autore quando ti interrompe sul più bello per passare “a vedere come se la cava il garzone del panettiere”.
Per loro, leggere è come stare a un pranzo di Natale in famiglia: tutti parlano, nessuno ascolta, ma tu ti diverti lo stesso.

Infine ci sono gli adepti del narratore onnisciente. Persone che amano sentirsi raccontare tutto da un’entità superiore: pensieri, sentimenti, dettagli che nemmeno Freud sotto acidi avrebbe colto. Per loro non esistono dubbi: se il personaggio non lo dice, poco importa, tanto il narratore sa. E se il narratore non dice, peggio per il narratore.
Sono i lettori che, segretamente, sognano un GPS emotivo: “Gira a destra tra le angosce del protagonista, continua dritto fino al trauma infantile.”

In fondo, ogni tribù difende il proprio POV con lo stesso fervore con cui i fan di Star Wars discutono di ordine cronologico di visione. L’unica verità? Nessuno ha ragione, nessuno ha torto: dipende tutto da quanta pazienza hai per ricordarti chi diavolo è “quel tizio del capitolo 7”.

E se non ti ricordi nemmeno questo, tranquillo: ci sarà sempre un narratore onnisciente pronto a spifferartelo.

Voi cosa ne pensate? A quale gruppo di lettori appartenete?

Fatemelo sapere.

Alla prossima!

BookTok e la nuova inquisizione: se leggi troppo, non stai leggendo

Cari, cari, cari i miei lettori^^

Io davvero pensavo di averle viste tutte. Credevo che il dramma più grande del lettore contemporaneo fosse: “mi compro un libro nuovo o leggo quelli già impilati fino al soffitto?”
E invece no, amici: la nuova guerra santa su BookTok è un’altra.

Pare che, se leggi “troppi” libri, in realtà non stai leggendo. Tu stai… sfogliando.
Cioè, non sei un lettore: sei un pericoloso simulatore di cultura, un Usain Bolt delle pagine, un criminale della narrativa.

Ora, premessa: ognuno ha i suoi tempi. C’è chi legge dieci pagine al giorno e ci mette due mesi a finire un romanzo. C’è chi si fa fuori un tomo da 400 pagine in due sere. E va bene così. Non è che se uno beve il caffè in un sorso vuol dire che non gli piace ma èun trionfo di passione letteraria e gestione impeccabile del tempo libero.

Eppure su BookTok la logica è diversa: leggere dieci libri in un mese equivale a non godersi nulla. Sei un “sfogliatore di pagine”, uno che rincorre numeri, un assetato di like camuffato da bibliofilo.

Scusate, ma vi immaginate la scena?
“Quanti libri hai letto questo mese?”
“Dieci.”
“Falso lettore!”

Io a questo punto mi chiedo: ma davvero siamo arrivati al punto di processare pure il modo in cui leggiamo?
Già ci giudicano se leggiamo fantasy invece che classici, se ci piacciono i romance invece che i saggi filosofici, e ora pure il ritmo di lettura è sotto accusa. Manca solo l’app che misura i battiti cardiaci per vedere se stai provando abbastanza emozioni a ogni capitolo.

Personalmente, ho deciso che continuerò a leggere come mi pare: lenta, veloce, a singhiozzo, con sottolineature o senza. Perché il punto, alla fine, è solo uno: leggere.
Che poi, detta tutta, l’unico vero pericolo non è “leggere troppo”, ma non leggere per niente.

Cosa ne pensate?

Alla prossima^^

Il dark romance: realtà o solo finzione?

Cari lettori oggi vi porto un nuovo argomento che spopola tanto sul social meno social del momento TikTok: il dark Romance. Diciamo che non è un tipo di genere che amo ma se piace chi sono io per censurarlo.

Se per “romance” intendiamo qualcosa di tenero, zuccheroso, con cuoricini e gelato al tramonto, il dark romance dice: no grazie, metto l’ombra, la sofferenza, le cicatrici… quelle emotive. È il genere che mescola passione a brooding, ossessione, colpe, redenzione ma neanche tanto) e tanta, tanta tensione psicologica. È il “ti amo ma sei un incubo ambulante” che va tanto di moda.

Sì, perché c’è la finzione… e poi c’è il mondo reale, dove le relazioni tossiche non sono estetiche ma dolorose. Quando un partner controlla, manipola, sminuisce, non è romantico: è abuso. Ma nel dark romance spesso queste dinamiche vengono elevate a epiche, persino desiderabili: il lacero dell’anima diventa sexy. E i lettori giovani, quelli che stanno ancora imparando cosa significhi rispetto, confine, consenso, possono credere che “amore oscuro” sia un livello da raggiungere, non da evitare.

TikTok e compagnia bella non aiutano. Vedi cento clip dove una protagonista ama un tossico “perché è complicato” oppure “perché ha un passato oscuro che lo rende interessante”. Le recensioni, i commenti, i like: “OMG adoro”, “voglio un amore così”. Ma se sei adolescente, magari non hai ancora capito che non è amore se uno ti fa sentire meno di ciò che sei.

E ci sta che qualcuno pensi: “Ma non voglio essere censurato, voglio scrivere o leggere quello che voglio.” Certo. Ma dove sta il limite tra promuovere fantasia e normalizzare dinamiche malsane?

E se invece l’eroina (o l’eroe) di turno decidesse di prendere il toro per le corna e dire: “Sai che c’è? Ti salutone, bye, mi merito di meglio.” Immaginate: niente lacrime infinite, niente perdoni impossibili, niente baci sotto la pioggia dopo cento litigi. Solo dignità, autoconsapevolezza, rispetto.

Magari il dark romance non sparisce , ma si potrebbe introdurre qualche regolina buona: avvisi per i minori di 18 anni (“attenzione: contiene relazioni tossiche”). Oppure una svolta narrativa: sì, c’è il cattivo bello e maledetto, ma alla fine vieni salvata (o salvi te stessa) abbandonandolo.

Non voglio uccidere i vostri sogni gotici né a dire che il “cattivo” non possa avere un fascino da mozzare il fiato. Il dark romance può essere finzione potente, evocativa, sexy. Ma forse è il momento di mettere anche una dose di verità nell’equazione. E per le eroine: sì, avete il potere – e non è male usarlo. Fanculo il tossico. Abbracciate qualcuno che vi rispetta.

Cosa ne pensate?

Alla prossima^^

Recensioni in collaborazione: l’arte (triste) dello scambio di favori

Cari lettori, oggi parliamo di un tema delicato: le recensioni in collaborazione. Quelle che, in teoria, dovrebbero essere scambi culturali e, in pratica, diventano più simili agli scambi di figurine Panini al campetto.

C’è sempre un momento, nella vita di un lettore appassionato, in cui arriva la fatidica domanda: “Vuoi leggere il mio libro e farmi una recensione?”
Una domanda innocente, all’apparenza. Ma dietro, spesso, si apre il vaso di Pandora dell’editoria amatoriale: aspettative non dette, complimenti preconfezionati, e quell’aria da mercatino rionale del tipo “io do una cosa a te, tu dai una cosa a me”.

Ora, sia chiaro: io leggo per passione. Sempre fatto, da sempre. Non mi serve un contratto, non mi servono pacchetti promozionali: un libro lo apro perché mi attira, lo divoro perché mi piace, e se mi va scrivo due righe su quello che ho provato. Punto.
Per anni ho recensito, soprattutto romance MM, su Amazon e su Instagram. Finché un giorno mi sono ritrovata sotto tiro per una recensione non del favorevole alla massa su un romanzo. Un attimo di lucidità e mi sono chiesta: ma chi me lo fa fare?

Ecco quindi la mia regola aurea: la recensione è un’opinione, non un applauso garantito.
Da autrice, quando affido i miei romanzi ai blogger, parto da questa premessa: chi legge può amarmi o odiarmi, può trovare la mia trama geniale o illeggibile. È il rischio del mestiere. Non c’è altra via.

Eppure, negli ultimi tempi, sto assistendo a delle evoluzioni degne del manuale delle giovani marmotte del ricatto emotivo.

Su TikTok: inviti a leggere su Wattpad con la promessa non detta che il feedback dovrà essere “gentile”.

Su Facebook: proposte ancora più creative, tipo “io compro il tuo, tu compri il mio, e ci lasciamo entrambi una splendida recensione a 5 stelle”.

La mia risposta? Blocco immediato, senza nemmeno il beneficio del dubbio.
Perché le recensioni non sono figurine da scambiare, né un applausometro da sagra di paese. Sono opinioni. A volte fanno male, a volte scaldano il cuore, ma se sincere hanno valore.

E allora mi chiedo: se un autore non è disposto ad accettare una critica, per quanto dura, che senso ha chiedere una recensione? Non sarebbe meglio collezionare piante grasse, che almeno non contraddicono nessuno?

La verità, forse un po’ scomoda, è questa: il problema non è chi legge.
Il problema è chi scrive.

Lo so è un po’ crudele ma non fondo di verità c’è… cosa ne pensate?

Alla prossima^^

In difesa della prima persona (o perché non dobbiamo sparare sullo “io” letterario!)

Non sono sparita o stata rapita dagli alieni (esperienza che farei più che volentieri, magari con abduction all inclusive e navetta a forma di calamaro spaziale), ma semplicemente andata in vacanza. Eppure, anche tra le onde spumose e le montagne insidiose, le “notizie” sono giunte a me come un piccione viaggiatore d’altri tempi.

C’è chi l’ha dichiarata guerra santa, chi la considera la radice di ogni sciatteria stilistica, e chi, appena legge un “io” all’inizio del romanzo, lancia il libro dalla finestra.

La prima persona è diventata, nella critica da bar e nei manifesti incendiari dell’editoria alternativa, il nuovo capro espiatorio: colpa sua se i romanzi non hanno spessore, se i lettori non imparano più la complessità. Eppure, parliamoci chiaro: senza “io” non ci sarebbe neppure la letteratura.

Gli alfieri della scrittura “trasparente” sostengono che il narratore debba sparire, come se la lettera fosse una finestra pulita. Ma davvero qualcuno legge senza accorgersi che c’è una voce dietro quelle parole? Davvero un libro è più puro se finge che l’autore sia evaporato come vapore acqueo?

La trasparenza totale non esiste: c’è sempre un occhio che guarda, e quando quell’occhio dice “io”, almeno è sincero. L’alternativa? Una voce che si maschera da oggettiva ma che è ugualmente soggettiva, solo più ipocrita. Certo, l’“io” può diventare fastidioso: egocentrico, narcisista, melodrammatico. Ma anche questo è parte del gioco. I personaggi non devono per forza essere simpatici, e i narratori inaffidabili, quelli che mentono, che si contraddicono, che ti fregano a ogni riga, sono tra i più affascinanti della storia letteraria.

Senza “io” niente Proust, niente Dostoevskij, niente Sylvia Plath. E no, non è che fossero tutti influencer su Instagram del 1900: l’“io” era già allora strumento per scavare nelle pieghe della coscienza.

Probabilmente, ciò che infastidisce molti critici dell’‘io’ è che questo tipo di narrazione impone un contatto diretto con il lettore. Il narratore onnisciente ti tiene a distanza, ti osserva dall’alto, ti spiega e ti guida. Ma il narratore in prima persona ti guarda negli occhi, ti dice: ‘sei qui con me, ora’.

La scrittura trasparente è comoda perché illude di avere il controllo. La prima persona, invece, toglie le sicurezze: ti fa dubitare, ti mette dentro la testa di qualcuno che non sei tu. È più rischiosa, quindi più viva.

In fondo, parlare contro la prima persona è come parlare contro la prima colazione: puoi anche evitarla, ma prima o poi ti accorgi che ne senti la mancanza.

Forse è questo il punto che sfugge: non esiste un solo modo giusto di scrivere. Non esiste un dogma: né la trasparenza, né l’opacità, né il rifiuto dell’“io”. Ogni libro sceglie la sua voce. A volte sarà un coro, a volte un sussurro, a volte un grido: io, io, io.

E va bene così.

Cosa ne pensate?

Alla prossima^^

Breaking News dal magico mondo dell’editoria di BookTok: quando le stelle (dell’internet) non allineano le virgole

Cari lettor*

non sono sparita, anche se per me ora cominciano le meritate vacanze. Il weekend scorso sono stata presa da altro e quindi non ho potuto informarvi su questa gustosissima news letteraria.

Nel fantastico regno del BookTok, dove le copertine contano più dei contenuti e i follower sono la nuova unità di misura del talento, è successa una cosa epica. E con “epica” intendiamo… tragicamente comica.

Un’autrice americana da milioni di follower ha avuto una visione cosmica:
“E se scrivessi un romanzo epico ispirato ai segni zodiacali?”
“E se lo arricchissi con le illustrazioni di 15 artisti diversi, perché uno solo è troppo mainstream?”
“E se lo vendessi in prevendita come se fosse il nuovo Harry Potter, con tanto di teaser lacrimevoli e aura di mistero?”
“E se poi, piccolo dettaglio, saltassi completamente la fase di editing?”

Spoiler: lo ha fatto davvero.
Altro spoiler: ha funzionato.
Le copie sono andate sold-out più in fretta di un segno d’acqua che piange guardando un tramonto.

Peccato che, una volta arrivato tra le mani dei lettori, il libro si sia rivelato un disastro editoriale degno di essere studiato nei corsi di “Cose da non fare mai, mai, MAI in un romanzo”.

Parliamo di:

  • Personaggi profondi come il fondo di un bicchiere vuoto
  • Impaginazione da labirinto esistenziale
  • E uno stile che ricorda un oroscopo scritto alle 3 del mattino dopo tre gin tonic

Quando i lettori hanno osato far notare qualche piccolo (enorme) problema, l’autrice ha risposto con elegante distacco: “Non lo capite.”
Certo, come no.
Esattamente come io non capisco il libretto delle istruzioni dell’Ikea: non perché sia complicato, ma perché non sono svedese e nemmeno ubriaca.

La verità è semplice e un po’ amara: oggi il marketing vale più della grammatica.
Puoi vendere anche un tomo illeggibile, basta che abbia la giusta copertina, le giuste illustrazioni, e un video virale con musica epica in sottofondo. E se qualcuno osa dirti che il testo è un casino? Zitta, è “arte”.

E così il self-publishing, che potrebbe essere una rivoluzione meravigliosa per autori indipendenti con talento vero, diventa troppo spesso la versione letteraria di Wish.
Hai presente?
Vedi l’annuncio: “Romanzo fantasy cosmico, illustrazioni mozzafiato, trama che cambierà la tua vita.”
Aspetti con ansia. Arriva il pacco. Apri. Leggi. Piangi.
Riapri il libro di grammatica delle medie per ritrovare la speranza.

Morale della favola?
Se il tuo piano editoriale è “viralità + astrologia + illustrazioni + 0 editing”, forse più che una scrittrice sei un segno d’aria. (Con l’ascendente in “superficialità lunare congiunta a Marte retrogrado in quinta casa della sintassi”).

Senza scherzo: se sapete vendervi, se avete un pubblico, un minimo di responsabilità ce l’avete.
Curate il vostro romanzo fino alla nausea.
Fatevi editare, rileggere, massacrare a colpi di penna rossa.
Non perché ve lo chiede un algoritmo, ma perché lo meritano i vostri lettori. E anche voi.

Cosa ne pensate?

Alla prossima!

Il diavolo riveste Prada: Miranda è tornata, tremate influencer

Cari lettori, aprite l’armadio, spolverate i tacchi e piegate le magliette in stile KonMari: Miranda Priestly sta tornando, e stavolta non accetta scuse, né codici sconto.

A quasi vent’anni di distanza dall’iconico “Questo… è tutto”, Hollywood ha deciso di rifare il trucco a uno dei film più quotati nel guardaroba pop: Il Diavolo veste Prada 2 è ufficiale, reale, e – se tutto va bene – tagliente quanto il colletto di una camicia bianca di Valentino.

Miranda, interpretata dalla sempre divina Meryl Streep, è ancora al comando di Runway – anche se ora la carta stampata è vista come un hobby vintage, tipo il vinile, i francobolli e le conversazioni dal vivo.

Ma attenzione, c’è un colpo di scena degno di una riunione alle sei di mattina: la sua ex assistente, Emily (Emily Blunt), è diventata una boss delle pubblicità digitali. In pratica, ora è lei che decide se Runway avrà i soldi per pubblicare il prossimo numero. Karma in cashmere, tesoro.

Andy (Anne Hathaway), invece? Ancora non si sa bene cosa combini, ma pare indossi gonne a pieghe e stia cercando di capire se fare la giornalista o aprire un podcast sulla moda e la maternità minimalista.

Il film promette una cosa: una battaglia epica tra l’eleganza old school e la tirannia dell’algoritmo. Miranda dovrà affrontare un mondo dove i trend durano sei ore, gli editoriali si fanno in selfie e la moda si compra via stories sponsorizzate.

Eppure, non possiamo fare a meno di sognare il momento in cui lei, seduta in un ufficio dove Alexa è muta per rispetto, sentenzierà:

“Influencer? Ma io ho influenzato Vogue nel ’92 con uno sguardo.”

La bellezza di questo sequel non è solo nella nostalgia. È nella promessa di nuovi sguardi taglienti, completi impeccabili e guerre psicologiche condotte a colpi di trench. E poi, diciamolo: dopo anni di leggings e pantofole in smart working, abbiamo bisogno di essere giudicati da Miranda. Serve disciplina estetica. Serve stile. Serve paura.

Certo, potrebbe andare tutto storto. Potrebbe essere un’operazione nostalgia in piena crisi creativa hollywoodiana. Ma voglio crederci. Voglio credere che ci sarà ancora spazio per una battuta secca, una trasformazione con eyeliner e una battaglia ideologica tra contenuti sponsorizzati e contenuti con contenuto.

E se non altro, avremo almeno due ore di silenzi imbarazzanti, cappotti immacolati e la rassicurante sensazione che, anche in un mondo in continua evoluzione, una sola cosa è certa:
Miranda non clicca su “Mi Piace”. Miranda comanda il “Mi Piace”.

Voi cosa ne pensate?

Alla prossima^^

Festival Romance Italiano: tra cuori, contratti e comunicati

Cari Lettor*

vicini e lontani, anche se ormai le distanze si sono assottigliate, sono qui per parlarvi di un tema spinoso.( Quello non bastava il caldo, il web sta rendendo le state bollentissima.)

Andiamo per gradi, tanto per restare in tema, che io sono peggio di un Bradipo svenuto.

C’erano una volta una scrivania, una tazza di caffè e le appassionate di Romance che volevano solo capire se potevano prenotare il treno per Milano. Spoiler: ancora no.

Perché, qui noi autrici armeggiamo con i nostri protagonisti tormentati e i loro occhi di ghiaccio/smeraldo/birra artigianale, là fuori va in scena il più classico degli amori tossici: quello tra il romance e la burocrazia.

In questi giorni, sulle pagine ufficiali del Festival Romance Italiano, abbiamo assistito a una serie di comunicati stampa, post, smentite e puntualizzazioni che sembrano scritti da un personaggio secondario di una chick-lit in crisi mistica.

Riassunto della telenovela, atto I:

“Il marchio FRI è oggetto di una controversia legale. Alcune comunicazioni recenti non sono state autorizzate.”

Firmato: il Festival stesso, sulla sua pagina ufficiale. Sì, avete letto bene. È come se Bridget Jones scrivesse al diario che qualcuno sta uscendo con Mark Darcy… ma non lei.

Da un lato abbiamo chi sostiene di organizzare il FRI dal 2019, con tanto di foto e stand. Dall’altro lato c’è chi dice: “Hey, attenzione, il marchio non è libero. Il nome non si usa a caso.”

E qui, mi spiace, ma scatta l’applauso legale: senza un contratto firmato o un documento ufficiale, l’uso del nome è un salto nel vuoto. O peggio, nel tribunale.

Finché non viene chiarita questa storia del marchio e dell’autorizzazione, molte autrici hanno detto no.
Anch’io sono per il NO. Non perché mi manca lo spirito, eh. E che non ho voglia di ritrovarmi in mezzo a una disputa legale mentre cerco di autografare un MM enemies-to-lovers in mutande di paillettes.

E vi dirò di più: non sono sola.
Questa posizione è condivisa da molte autrici MM (e non solo)

Care lettrici, autrici, blogger e follower appassionate: il romance è fatto di cuore, sì, ma anche di regole. E se qualcuno organizza un evento con un marchio “in discussione”, non è polemica ma fare chiarezza. È buon senso.

Per ora, io resto alla finestra. Con taccuino in mano e caffeina nel sangue. Ma il mio amore per il romance non è in discussione.

Voi cosa ne pensate?

Alla prossima^^

Le donne nei romance: istruzioni per l’uso (e per la sopravvivenza)

Cari lettori,

oggi sono più spinosa del solito (o esaurita, fate voi) quindi voglio trattare un argomento che non credo farà piacere agli amanti del romance. Spoiler: io scrivo romance.

Avete presente i romance? Quei libri dove l’amore trionfa, i cuori si intrecciano, e alla fine tutti vivono felici e contenti in una villetta con giardino, golden retriever e tre figli biondi dal nome anglosassone? Bene. Ora che ho la vostra attenzione… parliamone. Ma non dell’amore, no. Quello è spesso banalizzato ma parliamo delle donne nei romance. Quelle che, inspiegabilmente, vengono trattate come se fossero uscite da un catalogo degli stereotipi anni ’50, lucidato con cura e aggiornato solo per includere qualche lavoretto moderno (tipo social media manager… ma solo finché non arriva lui. L’unico lui. Il principe azzurro.)

La perfetta protagonista romance?

Abiti comodi. Tacchi? Mai. Trucco? Ma che sei matta! Meglio l’effetto acqua e sapone, che tanto si sa: gli uomini amano la naturalezza.

Lavoro creativo ma non troppo. Barista, pasticcera, libraia. L’importante è che sia sottopagata ma soddisfatta, perché la vera ricchezza è trovare un uomo che la veda per ciò che è davvero. Ovvero: semplice, docile, pronta a essere salvata.

Obiettivi di vita. Matrimonio, figli, magari un cane. Finito qui. Dirigente d’azienda? Viaggiatrice solitaria? Artista affermata che non vuole figli né relazioni? No grazie, quella roba lì non è realistica.

Chi lo dice? Altre donne, ovviamente. Chi lo scrive? Altre donne, ovviamente.

Mei romance MM, la musica non cambia. Non sia mai che in un romance MM ci sia una donna con personalità, carisma, battute intelligenti e spessore narrativo. No no no. Se osa rubare anche una sola scena agli uomini che si amano ,TAC!, puntuale come le tasse ad agosto arriva la recensione a una stella in meno: troppa presenza femminile.
Traduco: Questa donna mi ricorda che potrei essere interessante, forte e tridimensionale, e questa cosa mi disturba.

Lui può tutto. Stronzo, milionario, tossico, emotivamente inaccessibile, con un trauma alle spalle e il carisma di un frigorifero rotto? Nessun problema! Perché tanto alla fine si redime, compra casa e fa i pancake la domenica. Lei? Lei si annulla, si adatta, si taglia l’anima a fettine pur di incastrarsi nei suoi vuoti emotivi. Romanticissimo, vero?

Già sento qualche vocina che grida: ma è il romance. Ed è qui che casca l’eyeliner. Perché il 90% di questi libri (e delle loro recensioni) sono scritte da donne. E quindi la domanda sorge spontanea: cos’hanno contro le donne forti?
Quelle che non vogliono essere salvate. Quelle che magari sanno stare da sole. Quelle che non sognano l’abito bianco ma un attico vista skyline e una promozione. Quelle che sanno amare, ma non elemosinare.

Sì, lo sto scrivendo con un sorrisone sulle labbra: fanno paura. Perché non rientrano nel sogno da principessa che ci propinano da quando ci hanno regalato la prima Barbie. Quelle donne sono fredde. Antipatiche. Poco empatiche. In sintesi: non abbastanza sacrificabili da meritare l’amore.

Chiamiamola con il suo nome: misoginia interiorizzata. Quella che ci fa credere che valiamo solo se qualcuno ci sceglie. Che l’ambizione è un difetto e che la vera felicità sta in un uomo che ci completa, perché da sole, si sa, non possiamo mica bastare.

Siamo cresciute con la libertà sfrontata di Samantha ma ci comportiamo come Carrie, sperando che il nostro Mr. Big smetta di essere tossico e ci porti finalmente all’altare. Vi faccio un non spoiler: spesso ci lascia sullo scalino.

Miei cari autor* di romance è ora di cambiare trama. Basta pasticcere timide e librarie col cardigan beige. Vogliamo donne ambiziose, indipendenti, affermate, che scelgono l’amore non per bisogno, ma per desiderio. Che magari non vogliono figli. Che si mettono il rossetto rosso alle sette di mattina solo per se stesse. Che quando vedono un uomo emotivamente indisponibile non si mettono a piangere, lo ghostano. Perché noi non siamo solo il premio finale nella lotta del protagonista maschio contro la sua incapacità di provare sentimenti.
Siamo protagoniste anche noi. E vogliamo finali diversi. Magari, una volta ogni tanto, vedere una recensione con cinque stelle per la stronza ambiziosa che ha detto: No grazie, io mi salvo da sola.

Voi cosa ne pensate?

Alla prossima^^

BookTok: dal boom al boomerang

Cari lettor*

oggi vi parlo del BookTok: come i social hanno illuso lettori, editori e influencer… e ora si piangono i cocci. (Siamo solo all’inizio)

C’erano una volta TikTok e i libri. Due mondi che sembravano incompatibili come le infradito sulla neve. Eppure, in un colpo di bacchetta algoritmica, è nato BookTok: un angolo digitale dove milioni di utenti hanno cominciato a piangere, ridere e sognare… leggendo. O almeno, così pareva.

Per un paio d’anni, tutto è sembrato possibile: libri venduti a milioni grazie a un video di 15 secondi, autori diventati rockstar nel tempo di una transizione, editori che festeggiavano con prosecco e cartonato opaco.

E poi… puff. Come ogni sogno social, anche BookTok si sta sgretolando. E nel frattempo, qualcun altro paga il conto.

Non giriamoci intorno: BookTok ha avuto un impatto enorme. Ragazzə che non avevano mai letto oltre i messaggi di WhatsApp si sono improvvisamente appassionati a romanzi young adult, dark romance, storie tossiche travestite da favole moderne. Il tutto condito da lacrime in slow motion, luci LED e frasi tipo “questo libro mi ha cambiato la vita”.

Il formato era vincente: breve, emozionale, virale. E i libri? Sempre quelli. Una manciata di titoli diventati torce olimpiche, passate da un TikToker all’altro con entusiasmo e cliché. Autori come Colleen Hoover, Emily Henry o Ali Hazelwood sono diventati brand, più che penne.

Ma i trend, si sa, nascono e muoiono alla velocità di una stories. E così, anche BookTok ha cominciato a mostrare le crepe:

Troppe storie tutte uguali (lui dannato, lei fragile, trauma incluso)

Consigli sempre più forzati (alias: marchette)

Algoritmi impazziti (video spinti a caso, letture fuori target)

Il pubblico ha iniziato a sentire odore di bruciato. O meglio: di marketing. E quando la magia si rompe, la festa finisce.

Cosa facevano i giganti editoriali, nel frattempo? Investivano in influencer e printing a tamburo battente, le piccole case editrici italiane, che hanno creduto nella “rivoluzione BookTok”, restavano spesso con il cerino in mano. Inseguivano trend, traducevano titoli virali, stampavano edizioni da scaffale Instagram-friendly… Ma l’onda è durata poco. E quando il pubblico ha smesso di comprare il “libro del mese”, il castello è crollato. Negli ultimi mesi, diverse piccole CE hanno annunciato la chiusura, schiacciate tra i costi, l’algoritmo e l’indifferenza.

Tutto questo cosa insegna? Che leggere è ancora bellissimo. Ma forse non è il caso di affidare il gusto letterario a un social dove si diventa virali anche scivolando su una buccia di banana.

BookTok ha fatto scoprire la lettura a molti, e questo è un bene. Ma ora che il polverone si sta diradando, è il momento di:

Scegliere libri che ci interessano davvero
Dare spazio anche a editori indipendenti e voci nuove
Ascoltare i librai, i lettori veri, i blog di qualità
Leggere meno per moda e più per amore

BookTok non è morto. Ma ha smesso di essere il nuovo Eldorado. La sua parabola ci ricorda che l’editoria non può reggersi su un trend volatile, e che la buona letteratura ha bisogno di tempo, di cura… e di lettori attenti.

Siamo pronti a tornare a leggere con cervello, cuore e gusto?

Spoiler: non serve nemmeno ballare mentre lo fai.

Cosa ne pensate?

Alla prossima!^^

Resistere (con ironia) nel Far West del self-publishing

Cari lettor*

oggi mi rivolgo proprio a voi, perché chiunque scrive dipende dalla vostra lettura e voglia di storie sempre nuove.

Parto con un link, che vi invito a leggere: https://queenseptienna.medium.com/la-crisi-silenziosa-del-self-publishing-tra-kindle-unlimited-fast-books-e-resistenza-creativa-6b25cbc701e7

Quando ho scelto di pubblicare da sola, non l’ho fatto perché “non ce l’ho fatta con le case editrici”. (Ho pubblicato due romanzi con CE, esperienza meravigliosa.)
L’ho fatto per una parola che allora mi sembrava sacra: libertà. Ma soprattutto voglia di imparare a muovermi in questo mondo da sola.

Per un po’, è andata anche bene. Ho imparato. Ho pubblicato. Ho persino venduto. Non abbastanza da abbandonare tutto e vivere su un’isola tropicale a scrivere romanzi mentre sorseggio mojito. Ma abbastanza da crederci.

All’improvviso è arrivato Kindle Unlimited.

All’inizio sembrava un sogno: “Più lettori! Più visibilità!” Soldoni da mettere da parte per editing e cover.
In pratica? Ho barattato i miei libri con un buffet a consumo, dove il lettore paga una volta (Amazon), si mangia di tutto (me compresa), e io ringrazio per quei 0,0000-non-so-quanti cent a pagina letta.

La verità è che scrivere è diventato un investimento a fondo perduto.
Fondo, come il “fondo globale” che Amazon elargisce ogni mese per le pagine lette.
Perduto, come la fiducia nel sistema quando vedi che a macinare le classifiche non sono le storie curate, ma i cosiddetti fast books: romanzi scritti in tre giorni, editati in due (forse), impaginati su Canva e venduti a 0,99 come le noccioline al bar.

Io non ci sto.
Non riesco a scrivere in modalità catena di montaggio.
Non voglio svuotare me stessa per riempire un file Word ogni mese. Ho bisogno di tempo io lo devo amare, odiare, farmi i film mentali.
Scrivo lento. Scrivo pensando. Scrivo male, riscrivo meglio.
E lo faccio con ostinazione, anche se questo significa essere invisibile agli occhi dell’algoritmo.

Sì, ho fatto errori. Sì, ho sbagliato a pubblicare titoli troppo di nicchia, a fidarmi di certe “strategie vincenti”. Sì, ho notato che quando sei onesta e fai le cose con cura, spesso ti passano davanti quelli che usano ChatGPT senza nemmeno rileggere. (almeno cercate coerenza) Che poi ditemelo come si scrivono i libri con AI, io ho provato ha sfornato delle cose che non avevano senso.
Comunque, non mi pento.

Perché in un sistema che spinge alla velocità, io rivendico la lentezza.
In un mondo che ti misura in download, io scelgo la profondità.
E se questo significa avere pochi lettori, ma veri, consapevoli, attenti… allora tanto vale restare piccola, ma integra.

Il self-publishing sta cambiando.
Da terra promessa è diventato terra di conquista.
Ci sono le major travestite da indie, i guru del marketing narrativo, le “academy” che ti insegnano come vendere anche se non sai scrivere.
E poi ci siamo noi: gli autori resistenti. I romantici. Io continuo a scrivere.
Perché non posso farne a meno. Perché la mia voce, anche se fuori moda, anche se paga poco, è ancora mia. E no, non mi rassegno a diventare una tipografia umana per Kindle Unlimited.

Cosa ne pensate?

Alla prossima^^

Quando Mollare un Libro È un Atto di Coraggio (e Non un Fallimento)

Cari lettor*

ammettiamolo: mollare un libro fa un po’ l’effetto di lasciare una cena a metà dopo aver ordinato tutto il menù. All’inizio c’è l’entusiasmo: Questo libro cambierà la mia vita!, il dubbio: Ma quando comincia a essere interessante?, infine la rassegnazione: Forse se leggo con una benda sugli occhi sarà meno doloroso.

E lì, in un angolo della coscienza, si affaccia una voce: “Non puoi lasciarlo! Hai già letto 137 pagine! Ce la puoi fare!”
Spoiler: no, a volte non ce la puoi fare. E va benissimo così.

Perché ci sentiamo in colpa nel mollare un libro? È come se avessimo paura di deludere qualcuno: l’autore, la libreria, la nonna che ce l’ha regalato per Natale. Ma la verità è che l’unico a rimetterci, se vai avanti controvoglia, sei tu. E il tuo tempo. Che, a meno che tu non sia un elfo immortale, è limitato.

Mollare un libro, oggi, è un atto rivoluzionario. È dire: Caro romanzo, mi spiace, ma non sei tu… sono io. Che ho bisogno di una storia con un po’ più di vita e un po’ meno descrizione di tappezzerie ottocentesche.

Hai letto dieci pagine, poi ti sei accorto che stavi pensando alla lista della spesa.

  • Lo prendi in mano solo quando hai esaurito tutte le notifiche su Instagram.
  • Inizi a fare pensieri pericolosi come: “Magari se salto direttamente ai ringraziamenti capisco tutto lo stesso.”
  • Senti il bisogno di pulire casa piuttosto che leggere un altro capitolo. (E tu odi pulire casa.)

Bisogna seguire la regola dei 50. Se arrivi a pagina 50 e non senti nessuna scintilla, nessuna voglia di vedere “che succede dopo”, la risposta è semplice: chiudi, metti da parte, passa oltre.
Leggere è come uscire con qualcuno: se alla terza uscita stai ancora pensando al tuo ex, il cuore ha già deciso.

Cosa ne pensat*

Alla prossima!

Il Segreto del Mio (in)Successo – Annina R.

Car* amici concedetemi un minuto

guardate bene la cover…

Preorder: [https://amzn.eu/d/4MY0ruR

Il Segreto del Mio (in)Successo, una Rom-Com divertente e ironica.

Il 25 giugno disponibile su #Amazon

Sai qual è il prezzo del successo?

Sei pronto a pagarlo?

Il successo è il capriccio di un istante, un mix fortunato tra scelte indovinate e casualità.

Ares ha imparato a muoversi in una giungla di eventi, passerelle e V.I.P., veri o supposti che siano. Clienti insicuri, indecisi e isterici decisi a stare sotto le sfavillanti luci della ribalta londinese.

E a Londra, si sa, tutto è possibile.

Quanto meno per gli altri.

Per Ares è una rincorsa in perenne affanno tra il lavoro dei suoi sogni e l’insormontabile ostacolo di un cugino-rivale che è anche il suo capo.

E all’improvviso arriva Terence: una miscela esplosiva di fascino, mistero e guai in salsa Infierno.

No, non è una nuova ricetta, ma il nome del suo locale, e tocca ad Ares trasformarlo nel pub più IN di Londra.

“And Just Like That…”: Stagione 3, Episodi 1 e 2 – Quando la moda inizia a fare rumore (tipo quello dei topi)

Miei cari, non sono sparita ma ho solo preso un bel weekend per non rilassarmi. Sì, sono anche capace di questo! Metteteci che qui i gradi cominciano a salire, più salgono e più la mia pressione va giù, le poche forze che mi restano le tengo buone per il lavoro. ma comunque non ho intenzione di lasciar languire questo blog per colpa dell’estate. le serie tv, quelle che seguo, stanno tornando, quindi bando alla ciance cominciamo con quella perla cringe di And just like that.

“And Just Like That…”, il revival che ci ricorda ogni anno due cose:

  1. Che il tempo passa per tutti.
  2. Che forse era meglio lasciarlo passare in silenzio.

Ma io no. Io torno, stagione dopo stagione, come ex che non sanno accettare il ghosting. E così, eccomi qui: due episodi, tante domande e zero risposte sensate. Ma almeno gli outfit sono sempre più assurdi.

Episodio 1 – “Outlook Good”

Carrie è single di nuovo. O almeno ci prova. Ha un gatto e una relazione a distanza con Aidan che fa sembrare l’amore ai tempi del modem 56k un’idea brillante. In una scena che probabilmente farà scuola nei corsi di “intimità goffamente disastrosa”, Carrie tenta un momento hot al telefono… mentre il gatto la giudica e lo spettatore si contorce. Per la cronaca: anche Shoe sembrava più coinvolto di Aidan.

Miranda, invece, ha riscoperto il piacere di non avere alcun senso di orientamento emotivo. Si lancia in un’avventura con una donna misteriosa che si rivela poi essere una ex suora. E niente, ormai la trama è scritta da un generatore di prompt di ChatGPT impazzito (ehm).

Charlotte? È rimasta bloccata in una sottotrama che sembra un episodio di Law & Order: SVU – Special Victims Unit Canino. Il suo bulldog viene accusato di aggressione. Ma, sorpresa: non era lui. Com’è che si dice? “La colpa è del cugino a quattro zampe”. Classico.

Episodio 2 – “The Rat Race”

Carrie scopre dei topi in giardino e decide di assumere un giardiniere. Ma non un giardiniere qualsiasi: uno con i pettorali scolpiti e lo sguardo intenso, da far svenire anche le ortensie. Naturalmente, tutti pensano che finiranno a letto insieme. Ma sorpresa! Potrebbe esserci un triangolo con Seema. Perché qui, l’unica costante è che non esistono più costanti. Seema, tra l’altro, viene reclutata da una matchmaker che cerca di “migliorarla”. Tentativo nobile, ma assolutamente inutile. Perché Seema è già perfetta nel suo cinismo brillantinato e nelle sue frasi da bacio Perugina per donne che fumano sigari.

Charlotte, ancora nella spirale genitoriale della scuola perfetta, si ritrova a lottare con l’ammissione al college dei figli. E lì la cosa diventa surreale: consulenti, interviste, performance artistiche, test… sembra una puntata di Squid Game ambientata all’Upper East Side. Solo con più cerchietti di Prada.

“And Just Like That…” è quella serie che guardi con una mano sugli occhi e l’altra sul cellulare, pronta a googlare: “Perché lo sto facendo a me stessa?”

Eppure, lo faccio. Puntualmente.
Perché ci illudo che un giorno Carrie metterà scarpe comode.
Che Miranda troverà la pace interiore.
Che Charlotte smetterà di essere Charlotte.

Ma soprattutto, perché nel disastro emotivo ed estetico che è questa serie… mi sento incredibilmente a casa. E ci piace pure.

Alla prossima!

Tom Cruise, il Benjamin Button di Hollywood: tra Top Gun 3, Days of Thunder e la missione (im)possibile di rallentare!

Tom Cruise è tornato. Anzi, Tom Cruise non è mai andato via, semplicemente ha fatto un altro giro a Mach 10 e ora si prepara per il decollo successivo. Per chi pensava che con l’addio a Ethan Hunt il divo potesse finalmente concedersi una vacanza, magari una partita a bocce in un resort per stuntman in pensione… beh, ripensateci. Durante un’intervista al programma australiano Today – che, incredibilmente, non è una trasmissione dedicata solo al surf e ai canguri – Cruise ha lanciato una bomba che ha fatto sobbalzare sulla sedia i fan:

Stiamo discutendo di Days of Thunder e Top Gun: Maverick”.

Tradotto dal “cruisese” all’italiano: Top Gun 3 è quasi realtà. E sì, anche le corse automobilistiche tornano a far rombare i motori.

Il nostro Pete “Maverick” Mitchell non ha ancora finito di volare basso per schivare missili e alti per sfiorare il sole. Dopo un secondo capitolo che ha incassato più di 1,4 miliardi di dollari (e almeno altrettante lacrime di nostalgia), Cruise ha deciso che è tempo di tornare in cabina. Questa volta, forse, con la cintura allacciata.

Secondo quanto dichiarato, l’attore sta “lavorando su idee” con il suo team creativo. Un modo elegante per dire: sto pensando a un altro film in cui rischio la vita mentre sorrido alla telecamera a testa in giù. Il regista Joseph Kosinski è pronto a tornare a bordo, insieme a Glen Powell e Miles Teller, che ormai hanno smesso di chiedere se devono mettersi il casco: lo portano anche al supermercato.

Ma attenzione: non c’è solo Top Gun. Cruise ha riacceso anche i motori di Days of Thunder, il film del 1990 in cui correva come un pazzo sulla NASCAR. A bordo c’erano Nicole Kidman e Robert Duvall, anche se ora la vera sfida sarà convincere la Kidman a tornare… o almeno a mandare un vocale su WhatsApp.

Il film, inizialmente accolto come “Fast & Curious”, è poi diventato un cult. E in un’epoca in cui anche i cartoni animati anni ‘80 hanno diritto al reboot, perché non rimettere Cole Trickle dietro al volante? Magari con il cambio automatico e l’aria condizionata, ché l’età avanza.

E se pensate che si fermi qui, sbagliate di grosso. Tom è anche al lavoro su un film con Alejandro Iñárritu, regista di The Revenant. La trama? Un uomo potente cerca di salvare il mondo da una catastrofe… che ha causato lui stesso. Insomma, il solito lunedì per Tom Cruise. L’uscita è prevista per ottobre 2026. Fino ad allora, probabilmente, lo vedremo scalare una montagna senza corde, saltare su un treno in corsa o recitare Shakespeare sott’acqua.

Intanto, l’ultimo Mission: Impossible, presentato a Cannes, ha strappato una standing ovation di sette minuti e mezzo. Il pubblico francese – notoriamente difficile da stupire, a meno che tu non sia un croissant – ha applaudito Cruise come se avesse appena sconfitto Thanos e sistemato le pensioni.

“Sono molto grato”, ha detto emozionato l’attore, mentre probabilmente pensava a quale altro edificio scalare con una mano sola.

Con Top Gun 3 sul radar, Days of Thunder in pole position e altri mille progetti nel cassetto (che dev’essere grande come l’hangar di un F-18), Tom Cruise conferma di essere il highlander del cinema d’azione. Non invecchia, non si ferma, e soprattutto non sbaglia un colpo. Anzi, se lo fa, probabilmente lo rifà senza controfigura.

Insomma, se state cercando un attore da rallentare… cambiate corsia. Cruise ha già sorpassato tutti, col sorriso stampato e il vento nei capelli.

Cosa ne pensate?

Alla prossima!

Netflix rinnova Bridgerton per altre due stagioni: la Reggenza non molla l’osso (né la parrucca)

Altro che Game of Thrones o The Crown: la vera guerra per il trono è quella del cuore, tra duelli a colpi di sguardi intensi, guanti lanciati con nonchalance e dichiarazioni d’amore pronunciate tra un valzer e una crisi esistenziale. Netflix ha appena annunciato il rinnovo di Bridgerton per una quinta e sesta stagione, e ormai possiamo dirlo: Lady Whistledown ha più job security di noi.

Il 2026 sarà l’anno del ritorno del nostro libertino preferito, Benedict Bridgerton. Luke Thompson tornerà nei panni del secondogenito più introspect del clan Bridgerton, mentre Yerin Ha interpreterà Sophie Baek, la Cenerentola 2.0 con un pedigree romanzesco e una matrigna (Lady Araminta Gun, interpretata da Katie Leung) degna di un reality sulle cattive maniere aristocratiche.

Confermati anche gli altri volti noti del cast, perché in fondo una stagione di Bridgerton senza almeno un monologo di Eloise sul patriarcato o un’alzata di sopracciglio della Regina Carlotta, che senso avrebbe?

Ispirata al romanzo La proposta di un gentiluomo, la quarta stagione seguirà il percorso sentimentale di Benedict che, inizialmente troppo occupato a fare il bohémien della situazione, si ritroverà colpito da una misteriosa dama in argento. È la versione Regency di “Ci siamo conosciuti a una festa ma non ho preso il numero”. Fortunatamente, ci penserà Lady Violet a organizzare balli con più frequenza di quanto la gente cambi idea su Twitter.

Quanto odio le attese!

Alla prossima!

Quando i protagonisti non ti parlano (e tu vorresti solo strozzarli con amore)

Cari lettori, si fatemi causa per il Copyright violato.

Avete presente quella sensazione di vuoto intorno a voi? No, non quella mistica da meditazione zen. Quella fastidiosa, tipo stanza vuota con l’eco dei tuoi sospiri disperati. Ecco, quando uno scrive ha bisogno di calma, almeno io. Calma vera. Quella dove le parole scorrono, i personaggi ti chiacchierano nelle orecchie, e tu ti senti una sorta di medium della narrativa.

E invece no. Silenzio.

Ma non un silenzio rilassante, eh. Un silenzio tipo “abbiamo scioperato, cara autrice, arrangiati”. I miei personaggi — quelli che dovrebbero parlarmi h24, confabulare, litigare, fare battute brillanti — si sono zittiti. Muti. Come se fossero in un film muto ma senza nemmeno la musica in sottofondo.

E io? Io scrivo lo stesso. Perché sono una professionista (o almeno ci provo). Solo che quello che esce… meh. È come cucinare un piatto elaborato ma dimenticare il sale. Bello da vedere, magari anche ben impiattato, ma poi lo assaggi e dici: “Ah. Tutto qui?”

La trama ce l’ho. Mi piace pure un sacco. È una di quelle che ti fa venire voglia di saltare sulla sedia e urlare “QUESTA è una storia!”. Ma senza i personaggi che si animano, è come fare karaoke con il microfono staccato. Muovo le labbra, ma non succede nulla. E loro? Mi guardano da dietro le quinte come a dire: “Fai pure, noi nel frattempo ci facciamo una vacanza alle Hawaii.”

Così mi ritrovo a interrogarmi: come si fa a scrivere un romanzo quando i protagonisti ti snobbano?

Provo di tutto. Cambio scena. Li butto in una rissa. Li metto su un dirigibile in fiamme solo per vedere se almeno in quel caso si degnano di urlare “AIUTO!”. Ma niente. Passivi-aggressivi fino al midollo.

Altre volte tento la tattica del “ok, fate come volete”, e mi metto a fare tutt’altro: lavatrici, biscotti, scroll compulsivo su Instagram. E indovinate un po’? In genere, appena mollo la presa, uno di loro si rifà vivo con l’aria da genio incompreso: “Ah, guarda che in realtà volevo dire che…” E lì, ovviamente, sono sotto la doccia. Senza taccuino. E con shampoo negli occhi.

Capita anche a voi? Quei periodi in cui i vostri personaggi si comportano come divi capricciosi con la clausola “niente interviste prima del caffè”? E voi come fate? Li assecondate, li ignorate, li minacciate con il cestino del computer?

Perché a me, giuro, a volte viene voglia di scrivere una storia dove i protagonisti sono zombie. Almeno loro, per definizione, non parlano. E io finalmente potrei dire: “Era tutto previsto.”

Alla prossima^^

Peaky Blinders non muore mai: il film è solo l’inizio (di un altro giro al Garrison Pub)

Lo ammetto: ancora devo smaltire l’adrenalina dell’ultima stagione di Peaky Blinders, e già mi trovo a fissare l’orologio aspettando il film su Netflix. Ma Steven Knight, benedetto lui, ha deciso che il mondo dei Peaky non può spegnersi così. E grazie al cielo.

Knight, il nostro demiurgo delle coppole affilate, ha rivelato a “BBC Breakfast” che le riprese del film sono ufficialmente terminate il 13 dicembre. Ora siamo in fase di montaggio, dice lui. Io intanto sto già rivedendo le puntate con la stessa energia con cui Arthur Shelby prende a pugni la vita. “È fantastico”, dice Knight, e aggiunge che il cast è da urlo: Stephen Graham incluso. Insomma, la crema della crema britannica pronta a scendere di nuovo in campo

Siamo di fronte, pare, a un addio. Ma Knight, con il fare sornione di chi sa benissimo come farci impazzire, ha subito precisato: “Questa parte, sì”. Ah. Quindi c’è un’altra parte? Ecco, io non ho ancora finito di metabolizzare l’ultima scena di Tommy nel campo e già mi fate ripartire?

Knight ha visto i primi montaggi e ha detto che il film non deluderà nessuno. Che è una promessa grossa, ma detta da lui, mi fido. Anzi, mi gaso. Perché se c’è una cosa che Peaky Blinders ha sempre saputo fare è alzare l’asticella. E da come ne parla, sembra che stavolta l’abbiano lanciata direttamente sulla luna.

E poi arriva quella frase: “Il mondo di Peaky continuerà”. Che vuol dire? Un altro film? Uno spin-off? Un prequel su Alfie e i suoi cani? Non si sa. Ma io, da brava fan, sono già pronta. Cappotto, bicchiere in mano, musica di Nick Cave in sottofondo e un solo ordine in testa:

By order of the Peaky Blinders!

Alla prossima!

Mercoledì 2… speriamo che non sia una bolla di sapone.

Ragazz* come sono andate le giornate di festa? Be, anche oggi è una giornata di festa… Buona Liberazione!

Di sicuro non vi siete liberati di me, anzi sono qui con la novità della settimana (in ritardo ma sempre novità è) è uscito il primo trailer della seconda stagione di Mercoledì. Presso che parto prevenuta perché è raro che le seconde stagioni mi facciano esplodere di meraviglia. Anzi spesso non valgono molto rispetto alla prima.

Se non avete guardato il trailer, fatelo, anche se capire che direzione prenderà la storia, rispetto a dove l’abbiamo lasciata, è abbastanza difficile. Ora non so che continuità potrà avere o se sarà qualcosa di completamente diverso… io non mi sono esaltata a guardarlo.

Il fulcro principale è che vengono introdotti i poteri soprannaturali di Pugsley iche, al pari di zio Fester, è in grado di lanciare scariche elettriche. Quindi approderà anche lui alla Nevermore Academy. Ammetto che questa rotta potrebbe non piacermi, visto che la serie si chiama Mercoledì io mi aspetto lei, non l’evoluzione del fratello. Voglio vedere come va a finire con il mostro… cioè chi ha cominciato tutto questo. Alla fine scoprire quello che non abbiamo avuto nella prima stagione che è tanto. Posso capire, se si ha previsione di altre serie, di lasciare il sospeso mettendo altra carne sul fuoco. Però nel frattempo la carne che stava già cuocendo diventa poltiglia, quindi questo è da valutare bene.

Ogni dubbio verrà spazzato via il 6 agosto, be i primi quattro episodi. Poi giusto per farci cuocere a fuco lento per gli ultimi toccherà aspettare il 3 settembre.

Curios*?

Alla prossima!

🐣✨ Buona Pasqua a tutti! ✨🐣

Cari lettori del blog,

oggi nella domenica di Pasqua sono pigra, sarà l’abbuffata di carboidrati che atrofizza il cervello? La pigrizia di non dover andare a lavoro lunedì? Tutto può essere quindi il blog per questo weekend riposa.

In questo giorno speciale ricordiamoci i veri valori: amore, pace e… un’incontenibile abbuffata di cioccolato mascherata da “tradizione religiosa”!
Che la Resurrezione del metabolismo sia con noi da martedì in poi.

Alla prossima ^^

Booktok, Wattpad e le vetrine delle librerie: quando il marketing batte la qualità!

Ieri sono entrata in libreria con la solita curiosità famelica. Quella sensazione un po’ infantile e un po’ sacra di quando cerchi storie nuove da divorare. Solo che, invece di emozionarmi, ho provato una strana sensazione di déjà-vu: scaffali invasi da romanzi nati su Wattpad, copertine urlanti con frasi “acchiappa click”, bollini “Fenomeno da milioni di visualizzazioni su TikTok”. Insomma, Booktok regna.

E allora viene spontaneo chiedersi: cos’è successo alle librerie? Quando è che sono diventate una prosecuzione del feed di TikTok?

Le case editrici, si sa, devono vendere. Non è una novità. Ma oggi più che mai, il successo non si misura in recensioni entusiaste o premi letterari, bensì in follower, trend, e contenuti virali. Se un romanzo ha spopolato su Wattpad o ha fatto il giro di Booktok, allora ha alte probabilità di finire in libreria. Anche se la scrittura è acerba, la trama prevedibile, i cliché più fitti del bosco di Cappuccetto Rosso.

Perché? Perché porta pubblico. Porta vendite sicure. E in un mercato in crisi, è comprensibile. Ma resta una domanda: che spazio rimane per la qualità, la ricerca, la voce originale?

Le librerie stanno smettendo di essere un luogo di scoperta per diventare uno specchio del web. E il problema non è Booktok in sé — ci sono creator appassionati, lettori onesti, anche romanzi nati lì con valore. Il problema è la standardizzazione dei gusti. Se qualcosa funziona online, viene replicato, clonato, spinto. La narrazione editoriale diventa un algoritmo.

Così ci ritroviamo con decine di romanzi young adult con la stessa struttura: bad boy tossico + ragazza “normale” + triangolo amoroso + colpo di scena “dark”. O drammi LGBTQ+ che sembrano scritti per “insegnare qualcosa” piuttosto che per raccontare davvero.

Nel frattempo, autori e autrici che non hanno milioni di follower faticano a farsi leggere. Le storie che osano, che sperimentano, che parlano al margine, finiscono nell’angolo “editoria indipendente” (quando va bene). Perché oggi, prima di leggere un manoscritto, spesso si guarda il profilo Instagram.

Forse è il momento di ripensare il ruolo della libreria: può essere solo un’estensione dei social, o può tornare a essere un luogo di proposta, di scoperta, di rischio? Un posto dove ci si fida dei librai e non solo delle classifiche?

Chi legge davvero, chi cerca storie con carne e sangue e verità, ha ancora bisogno di librerie che non siano solo una vetrina, ma un filtro critico. Che mescolino i fenomeni virali con le voci nuove, le penne silenziose, i romanzi che magari non faranno milioni di visual, ma che ti restano addosso.

Cosa ne pensate?

Alla prossima^^

Quanto potere abbiamo dato ad Amazon?

Essere un autore in self-publishing è un po’ come giocare a campo minato mentre cerchi di costruire una torre di carte, con il budget di un film indipendente e la pazienza di un santo. Passi ore su editing, copertina, impaginazione, magari con un paio di crisi esistenziali alle tre di notte (perché le idee geniali arrivano solo quando dovresti dormire). Poi, finalmente, la tua opera, perfetta e lucida, fa il suo debutto su Amazon.

Pensi: “Ce l’ho fatta. Ora basta solo aspettare che i lettori mi trovino. Le insidie sono finite!” Ah, che dolce ingenuità.

Fermati subito. Perché Amazon, il simpatico colosso che ormai governa il nostro angolo letterario, non si accontenta di farti pagare anche la spedizione dell’ebook (sì, perché anche l’invio digitale ha il suo prezzo, evidentemente). Da ieri, l’IVA sui libri cartacei è aumentata. E, ovviamente, lo ha fatto in silenzio, senza nemmeno una notifica. Un colpo basso, ma a Amazon piace fare le cose senza preavviso: niente email, niente “Ehi, prepara il portafoglio”, niente di niente. Funziona così: loro fanno come gli pare e, se non ti va, puoi sempre cambiare lavoro.

E, naturalmente, questi soldi in più non vanno a noi autori, eh. Sarebbe troppo bello, no? Noi siamo solo i creatori invisibili, quelli che fanno tutto il lavoro e, se va bene, vedono una piccola parte della torta. Questi soldi extra finiscono chissà dove. Magari nella grande cassaforte digitale di Amazon, perché chi ha tempo di preoccuparsi di noi?

E ora, parliamo anche degli editori. Ah, gli editori tradizionali, quelli che un tempo dominavano la scena e ora faticano come noi, ma con un po’ più di budget per una copertura stampa. Loro sì che devono tenere il passo con questo caos digitale, ma è tutto un po’ confuso. L’illusione di essere ancora i veri padroni del gioco sta svanendo, e la loro soluzione per rimanere a galla? Entrare nel mondo dell’autopubblicazione. Un gran passo, eh. Ma spesso si ritrovano a rincorrere gli autori indie che ormai sono diventati maestri nel navigare questo mare agitatissimo.

Quindi mentre Amazon aumenta i prezzi e manda a tutti noi un abbraccio virtuale con un aggiornamento che ti fa sentire come se ti stessero dando un calcio nelle gengive, la domanda è sempre la stessa: dove finiscono questi soldi extra? Beh, la risposta è semplice: non certo nelle tasche degli autori o degli editori. Piuttosto, fanno una bella figura nelle tasche di chi ha il controllo di tutto questo mercato, lanciando decisioni senza nemmeno un cenno di spiegazione.

E intanto ci chiediamo: ma davvero Trump ha dichiarato guerra anche agli autori indie? O è Amazon che si sta preparando per invadere Westeros? Perché, francamente, sembra che siamo tutti un po’ come contadini in una guerra digitale che non avevamo nemmeno deciso di combattere.

Un po’ di chiarezza, per favore. Ma niente, eh. Noi, gli autori e gli editori indipendenti, rimaniamo sempre nel buio, mentre Amazon gioca a fare il padrone del mercato. E chi se ne frega, tanto siamo solo quelli che scrivono. Chi ci ascolta?

Voi cosa ne pensate?

Christopher Nolan e la sua Odissea: preparatevi a un viaggio che neanche Ulisse capirebbe!

Christopher Nolan, l’uomo che ha reso il tempo un concetto opzionale e le trame più intricate della tela di Penelope, ha deciso di affrontare una delle sfide più epiche della storia del cinema: portare sullo schermo l'”Odissea” di Omero. Perché? Probabilmente per dimostrare che il poema epico può essere ancora più incomprensibile se girato al contrario, con dialoghi a specchio e un minotauro che compare per sbaglio.

Diamo un’occhiata al cast, che potrebbe essere il sogno proibito di un agente di Hollywood o un delirio da febbre alta di Zeus:

Matt Damon è Ulisse. Dopo aver colonizzato Marte e salvato il soldato Ryan, ora deve sopravvivere ai capricci degli dei e alle scelte registiche di Nolan. Si mormora che per prepararsi al ruolo sia stato abbandonato su un’isola siciliana con una copia dell'”Odissea” e una GoPro.

Zendaya è Calipso, la ninfa che trattiene Ulisse per anni. Sarà interessante vederla passare da star di “Euphoria” a in trappolatrice seriale di eroi greci.

Tom Holland è Telemaco, il figlio che aspetta il ritorno del padre mentre probabilmente combatte la voglia di lanciarsi in qualche acrobazia alla Spider-Man.

Anne Hathaway è Penelope, che passa vent’anni a tessere e disfare una tela, una metafora perfetta della pazienza che servirà agli spettatori per capire il film.

Robert Pattinson è Hermes, il messaggero degli dèi. Speriamo solo che non brilli al sole.

Le riprese si svolgeranno in giro per il mondo, con Favignana che ospiterà alcune scene. Si vocifera che Nolan voglia girare senza CGI, quindi ci aspettiamo veri ciclopi reclutati tramite LinkedIn.

Il budget è stimato intorno ai 250 milioni di dollari, una cifra più che sufficiente per costruire un vero cavallo di Troia e magari anche qualche tempio. Alcuni insider dicono che Nolan voglia girare le scene nell’ordine esatto della narrazione omerica, quindi è probabile che il film duri vent’anni e venga rilasciato a puntate.

La grande domanda è: riusciremo a capire il film? Sarà raccontato al contrario, con flashback che si intrecciano tra presente, passato e qualche realtà parallela? Forse scopriremo che Polifemo è in realtà un proiezione mentale di Ulisse o che la guerra di Troia non è mai esistita, ma è solo una costruzione onirica.

L’uscita è prevista per il 17 luglio 2026, giusto in tempo per lasciarci il tempo di rileggere l'”Odissea” almeno cinque volte nel tentativo di prepararci. Nel frattempo, possiamo solo sperare che Nolan non decida di girare la pellicola in dialetto greco antico con sottotitoli in codice Morse.

Una cosa è certa: dopo “The Odyssey” di Nolan, i professori di lettere potranno finalmente farci rimpiangere le interrogazioni su Omero. Prepariamoci all’epica… o al mal di testa più grande della nostra vita.

Come Scrivere un Romanzo con l’AI e Scoprire che ti Manca Qualcosa (Tipo un’Anima)

Ah, il sogno di ogni aspirante scrittore: scrivere un romanzo epico, immortale, che farà piangere i critici e vendere milioni di copie. Ma c’è un piccolo problema: scrivere è difficile. Davvero difficile. Fortunatamente, oggi c’è l’Intelligenza Artificiale, che può fare il lavoro sporco mentre voi vi prendete il merito. Semplice, no? Forse. Ma a che prezzo?

Non tutte le AI sono uguali. Alcune sfornano capolavori, altre generano deliri psichedelici incomprensibili. Dovrete scegliere tra software sofisticati come ChatGPT o modelli open-source più anarchici. Se siete pigri, vi basta dire: “Scrivi un romanzo” e lasciare che l’AI faccia il resto. Se siete più esigenti, potreste dare qualche input. Ma ecco il problema: l’AI può imitare, può combinare frasi e generare colpi di scena, ma non può sentire davvero quello che scrive. E se voi non intervenite, il vostro romanzo sarà un castello di parole senza anima, più simile al copione di una soap opera brasiliana scritta da un tostapane.

Ogni romanzo che si rispetti ha un tema profondo. L’AI, però, non ha esperienze di vita, quindi potrebbe prendere male la richiesta. Ad esempio, potreste chiederle un romanzo sulla disperazione umana e ottenere la storia di un tostapane triste che sogna di essere una lavatrice. Ma il vero problema è che l’AI non conosce la disperazione. Non ha mai sentito il cuore spezzarsi, la nostalgia pungente, l’ebbrezza dell’amore. Può descrivere tutto, ma non vivere nulla. E questo, prima o poi, si sente. Anche perché il dolore esistenziale di un tostapane, per quanto intrigante, potrebbe non emozionare il lettore medio.

Qui arriva la magia: basta scrivere una frase tipo “Un detective solitario indaga su un misterioso omicidio in un futuro distopico”, premere Invio e in pochi secondi l’AI genererà un intero capitolo. A volte perfetto, altre volte incomprensibile, con personaggi che cambiano nome a metà paragrafo e un assassino che si scopre essere… un frigorifero senziente (l’AI ha un’ossessione per gli elettrodomestici). Ma soprattutto, con dialoghi che sembrano scritti da un’entità che non ha mai parlato con un essere umano. Le parole ci sono, la struttura è solida, ma l’anima? Quella è ancora da cercare.

L’AI è infallibile, fino a quando non decide che il protagonista è morto nel capitolo 3 ma riappare vivo e vegeto nel capitolo 8. O che la trama si risolve con “Era tutto un sogno”. Dovrete intervenire e sistemare questi piccoli dettagli, ma niente panico: basta un po’ di editing umano. Oppure, se siete audaci, dichiarate che è tutto “arte sperimentale” e fate finta che sia voluto. Ma il vero problema è un altro: quando rileggerete il testo, vi sembrerà strano. Come se mancasse qualcosa. Perché manca voi. La vostra paura nel mettere nero su bianco un’emozione autentica. La vostra esitazione nel descrivere un sentimento troppo personale. L’AI non esita, non teme, non soffre. E si vede.

Ora il vostro romanzo è pronto. Vi siete sforzati? No. Avete risolto i problemi narrativi? A malapena. Ma è vostro e potete stamparlo, pubblicarlo e dire a tutti che l’avete scritto voi (tecnicamente vero). Però c’è una domanda che continua a tormentarvi: è davvero mio?. Vi sentite scrittori o solo revisori di un testo che non vi appartiene del tutto? È un po’ come giocare ai videogiochi con i trucchi: vincete, ma senza divertimento.

Usare l’AI per scrivere romanzi è un’arte a sé. È il perfetto equilibrio tra pigrizia e creatività, tra tecnologia e presunzione. Ma è anche un gioco pericoloso. Perché, in fondo, scrivere non è solo combinare parole in un ordine accattivante. Scrivere è sentire, ricordare, soffrire, gioire. E, almeno per ora, l’AI non può farlo.

Quindi, cari scrittori moderni, usatela pure. Fatela lavorare per voi, fatela sudare per riordinare le vostre idee, per suggerirvi svolte narrative e per evitare il famigerato “blocco dello scrittore”. Ma non dimenticate di metterci anche voi. Perché se affiderete tutto all’AI, non avrete scritto nulla. O peggio: avrete scritto qualcosa che sembra un capolavoro, ma che non dice niente. Un po’ come i testi delle canzoni pop che suonano bene ma di cui nessuno ricorda il senso.

The Witcher: affoghiamo nel Dolore!

Come sapete, cari lettori miei, Henry Cavill ha lasciato al nostro triste destino la quarta stagione di The Witcher. Un colpo al cuore che neanche una pozione da witcher potrebbe curare. Non voglio, anche perché non sono quel tipo di persona (giuro!), parlare male del sostituto, ma Liam Hemsworth… beh, diciamo che non è come il fratello (quel manzo di Thor). D’altronde, non si può impugnare una spada d’argento a torso nudo e aspettarsi fulmini e saette, giusto?

Ma come dicevo: non spariamo giudizi… Peccato che a farlo non sia io, ma Anya Chalotra, la nostra Yennefer di Vengerberg. E chi può darle torto? Stare accanto a Geralt fin dalla prima stagione e poi doversi adattare a un nuovo witcher? Roba da far tremare persino i maghi di Aretuza. Immaginatevi voi: dopo anni passati con Cavill, ti ritrovi sul set con un Hemsworth. È come passare da un bicchiere di idromele a una tisana al finocchio.

Diciamocelo, Cavill era nato per quel ruolo. Aveva la prestanza fisica, lo sguardo da “uccido mostri per professione ma soffro in silenzio”, e soprattutto… conosceva la lore meglio degli sceneggiatori! Lui non interpretava Geralt, lui era Geralt. Più witcher di così si muore… o si muta.

E Anya, in un’intervista di cui ho letto poco ma capito abbastanza (come quando cerchi di decifrare una pergamena elfica), ha detto chiaro e tondo che lavorare con Cavill era meglio. E come darle torto? Diciamocelo: se una strega così potente non riesce a fingere, allora siamo proprio messi male.

Ma non disperiamo, cari witcheriani. Il futuro è incerto, come la sorte di uno strigo dopo una notte di bagordi con una succube. Forse Hemsworth ci sorprenderà. O forse no. Intanto, prepariamoci a guardare la quarta stagione con lo stesso entusiasmo di Jaskier dopo l’ennesima delusione amorosa. “Gettate una moneta al vostro nuovo witcher”, ma con un po’ di malinconia nel cuore.

E se proprio va male… beh, sempre meglio un Hemsworth che un Dandelion che ci prova a ogni locanda, no?

Alla prossima^^

Quando il Fuoco si Spegne: Il Declino delle Scene Spicy nei Romanzi?

Oggi miei cari prendo spunto da una domanda di un gruppo che seguo su Facebook.

Le scene Spisy… perché piacciono e vendono?

C’era un tempo in cui le scene spicy nei romanzi erano il mio pane quotidiano. Il bam bam bam letterario, il calore sulla pagina, il battito accelerato mentre il protagonista “posava le labbra” e l’eroina “si scioglieva come neve al sole”. Poi, un giorno, qualcosa si è rotto. O forse si è semplicemente esaurito il piacere di leggere la centesima descrizione dettagliata del muscolo guizzante, del respiro irregolare e di altre amenità che sembrano uscite da un manuale di fisioterapia avanzata.

Le scene hot vendono. Perché vendono? Perché piacciono. Perché piacciono? Mistero della fede (e degli ormoni). Ma a un certo punto, ammettiamolo, stufano. Quando? Quando sembrano più un bollettino medico che una scena di passione: “il battito accelerava fino a 120 BPM”,il calore scendeva tra le cosce”, “un’ondata di piacere attraversò la colonna vertebrale”. Oppure quando diventano un’Olimpiade del talamo, con protagonisti che sfoggiano resistenza degna di un Ironman e posizioni che neanche nei migliori giorni dello yoga tantrico.

E vogliamo parlare delle metafore? Oh, le metafore! Una volta erano poetiche, adesso siamo a metà tra un ricettario e un bestiario mitologico: lance che affondano, fiamme divoranti, cataclismi tellurici, fiumi in piena, boccioli che si schiudono con la delicatezza di un martello pneumatico, cavalli imbizzarriti che (spoiler!) non hanno nulla a che vedere con l’equitazione. Certe scene sembrano più un’esercitazione dei pompieri che un momento d’intimità. E il lettore, anziché accaldarsi, si trova a chiedersi: “Ma è possibile che nessuno mai, in questi romanzi, inciampi nel tappeto, prenda una storta o si ritrovi con un crampo letale a metà performance?”

Un tempo ero tutta per la tensione erotica, gli sguardi che bruciano, le mani che sfiorano e i vestiti che volano con la grazia di una pubblicità di detersivi. Ora, quando arrivo a quel punto del libro, il mio pollice parte in automatico alla ricerca del paragrafo successivo. Perché? Perché so già cosa succederà. E non parlo dell’atto in sé, ma della prevedibilità: sguardo torvo e penetrante, gemito strozzato (che sembra sempre un problema respiratorio più che passione), ginocchia che tremano manco fossero reduci da un’escursione sull’Himalaya, il “nome pronunciato come una supplica” che ormai suona più come un’invocazione divina che altro. Un ciclo infinito che non sorprende più.

E allora? Il genere è destinato a morire? Certo che no. Ma forse, dopo anni di fuoco e fiamme, siamo pronti per qualcosa di più autentico. Magari meno fuochi d’artificio e più realismo: una scena in cui qualcuno si dimentica di togliersi un calzino, o in cui l’eroe, invece di un ringhio animalesco, emette un inaspettato “ops” mentre cerca di slacciarsi la cintura. O forse una scena in cui, finalmente, qualcuno ammette che certe acrobazie vanno bene solo nei film porno e che nella vita reale un materasso con le molle cigolanti può trasformare un momento di passione in una jam session di musica d’avanguardia.

O forse no, e il bam bam bam vincerà per sempre. Chissà. Intanto io, se posso, passo oltre. E voi?

Alla Prossima!

Volevo parlare di Bridgerton… ma mi tocca altro!

Cari lettori,

oggi avrei voluto parlarvi di tutt’altro. Avrei voluto inondare questo blog di cuoricini, di romanticismo e di tutto l’entusiasmo che ci ha regalato Netflix per San Valentino. Avete visto il nuovo teaser di Bridgerton? No? Allora correte su TikTok, perché Benedict sta arrivando… e con lui una valanga di emozioni.

Penelope che sussurra all’orecchio della Regina Carlotta durante il ballo in maschera? Pettegolezzo in anteprima? La bellezza dei costumi, le atmosfere da sogno, le scene che lasciano presagire qualcosa in perfetto stile Cenerentola… tutto meraviglioso. E avrei voluto soffermarmi su questo, davvero. Ma non posso.

La mia etica morale me lo impedisce.

La serie Bridgerton nasce da romanzi, e questo blog nasce dalla mia passione per la scrittura e per i libri. Ed eccoci qui, ancora una volta, a parlare non di storie, non di personaggi, ma di qualcosa che sporca il mondo della letteratura: il plagio.

Dopo la pirateria e il problema dei resi selvaggi, ora ci tocca anche questo.

TikTok scoppia, i booktoker sul piede di guerra

Un’autrice conosciuta ha pubblicato un libro che, sorpresa delle sorprese, si è rivelato essere un insieme di scopiazzamenti da Wattpad. E la cosa assurda? Alcuni stanno cercando di minimizzare la questione.

Il plagio è plagio, eppure sto leggendo cose da brividi: ‘Non ha copiato il libro intero, solo qualche paragrafo!’ Ah, certo, perché se rubo solo qualche banconota dal portafoglio di qualcuno, non è furto, vero?

L’autrice, dal canto suo, si difende con un grande classico: ‘Nei romance le storie si somigliano!’ Certo, e se copio un tema dico che la grammatica è di pubblico dominio.

Ma il meglio deve ancora venire: i fan, invece di indignarsi, urlano alla congiura. ‘Vogliono distruggerla per invidia!’ No, miei cari, la rovina da sola. Ma del resto, oggi non conta più essere onesti, conta avere un esercito di follower pronti a difendere l’indifendibile.

Viviamo in un’epoca in cui il numero di like pesa più dell’integrità, in cui le accuse di plagio vengono soffocate dalle urla di chi preferisce chiudere gli occhi davanti alla realtà, perché accettarla significherebbe ammettere di aver idolatrato una persona che non lo meritava.

Siamo davvero arrivati al punto di giustificare il plagio nel 2025? Il mondo della scrittura sta evolvendo… o implodendo?

Forse è arrivato il momento di chiederci dove sta andando questa passione che ci unisce tutti. E, soprattutto, che valore diamo davvero alla creatività e all’onestà?

Nel frattempo, continuo a sperare che il prossimo scandalo letterario riguardi solo la cattiva scrittura e non la scrittura rubata.

Alla prossima!

“Piratare e Restituire i Libri: Guida Pratica per Far Impazzire uno Scrittore”

C’è un brivido sottile che corre lungo la schiena di ogni scrittore quando vede che il suo libro è stato piratato. È un misto tra un infarto e un’esclamazione colorita, tipo “Oh, che bello, il mio lavoro è abbastanza interessante da essere rubato!” seguito immediatamente da “MA STIAMO SCHERZANDO?!”

E quando pensi di aver toccato il fondo, ecco che arriva la nuova moda: i resi. Perché leggere e poi restituire il libro dopo averlo divorato è un po’ come mangiare un’intera torta e poi dire al pasticcere: “Non mi ha convinto, ridammi i soldi” .

Insomma, la pirateria era già un colpo basso, ma il trend dei resi è il colpo di grazia. Il karma letterario esiste, sappiatelo.

Piratare un libro: il furto con scasso del mondo letterario

Immagina di passare mesi, anni, a scrivere una storia. Giorni e notti a combattere con la trama, a riscrivere dialoghi, a imprecare davanti alla tastiera perché quel maledetto personaggio ha deciso di fare di testa sua. Poi il libro esce. Lo vedi in libreria, su Amazon, ovunque. Sei felice. E poi… PUF! Lo trovi disponibile gratis su un sito di dubbia legalità, pronto per essere scaricato da orde di lettori che non spenderebbero un euro neanche sotto tortura.

E sai cosa fa più nervoso? Leggere i commenti sui siti di pirateria. Gente che scarica gratis e poi si lamenta della storia, dello stile, delle virgole. Ma almeno pagare per avere il diritto di critica, no?

I resi: l’arte suprema della furbata

Se la pirateria è il furto con scasso, i resi sono la truffa perfetta. Funziona così: il lettore acquista il libro, lo legge, magari lo divora in due giorni, poi va su Amazon e chiede il rimborso. Perché? “Non era quello che mi aspettavo” .

Eh già, perché pensavi di aver comprato un libro di ricette e invece hai trovato una storia con personaggi e trama? O forse speravi in ​​un manuale su come accendere un faro e ti sei ritrovato dentro l’anima tormentata di un protagonista?

Come fare pace con la coscienza (e con gli scrittori)

Se hai scaricato un libro illegalmente, almeno COMPRA una copia per rimediare. Oppure regalala a un amico. Oppure fai finta di niente e spera che gli autori non abbiano modo di tracciare la tua posizione.

Se hai restituito un libro dopo aver letto tutto… be’, almeno consiglia il titolo a qualcuno con il buon cuore di pagarlo. Il karma letterario esiste, ed è implacabile.

A tutti quelli che invece hanno comprato, letto e amato Il Faro di Hook Head , grazie di cuore. A chi lo ha reso… tranquilli, vi voglio bene lo stesso. Forse.

Nel frattempo, se vedete il mio libro in giro su un sito pirata, avvisatemi: giusto il tempo di prendere una torcia e una forca.

Con affetto (e un filo di esasperazione)

Alla prossima!

Ma voi lo ricordate: Cuore Selvaggio?

Ragazz*, soprattutto per chi bazzica su TikTok ma avete notato che sta spopolando la telenovelas messicana degli anni ’90… Cuore Selvaggio?

Dove il protagonista, Juan del Diablo, Edoardo Paolomo (pace all’anima sua) ha fatto sognare milioni (me compresa) di italiane con la sua storia con Beatrice. Diciamo anche che in italia hanno saputo dargli il doppiatore giusto: Luca Ward, che lo rende ancora più sensuale e misterioso.

Comunque su canale28 è in replica facendo andare in brodo di giuggiole, anche chi quegli anni non li ha vissuti. Io c’ero ed era il delirio con le serate a tema su rete4 prima della messa in oda delle puntate. Presentava Patrizia Rossetti e non ne ho persa una.

Io ovviamente non mi sono fatta prendere da questa mania… la conosco a memoria e poi a quell’orario lì sono a lavoro. Però mi ha risvegliato tanti ricordi, quelli belli con la nonna che la guardava con me. Quello del giornalino che usciva con la telenovelas romanzata ogni settimana.

Ahhh… che tempi XD

A voi piace? La conoscevate?

Alla prossima!

House of the Dragon… riprese a marzo!

Quanto ci mancano i Draghi? Tanto e pensare che dovrò aspettare ancora parecchio mi vengono le lacrime agli occhi.

Come sappiamo le riprese di House of the Dragon stagione 3 inizieranno a marzo, ma purtroppo siamo ancora a bocca asciutta su nuove info… giusto per farmi stare sulle spine. Eppure oggi ho letto una notiziola che dovevo condividere con voi.

James Norton, si unisce al cast ed è ufficiale come notizia. Ma quale personaggio interpreterà? No, non è l’ultimo figlio di Alicent che ancora non ci dicono chi sarà l’interprete, ma Ormund Hightower. Lord di Alta Torre e capo della Casa Hightower al tempo della Danza dei Draghi. Nipote di Otto, cugino di Alicent, la sua spada era in acciaio di Valyria ed era chiamata Vigilanza.

Ammetto che questa scelta mi piace molto, Lui come attore è davvero un grande interprete quindi non vedo l’ora di vedere come sarà inserito nella sera e soprattutto il suo modo di interagire con un cast già bello rodato e affiato.

A voi questa scelta piace?

Alla prossima^^

Il Faro di Hook Haed… il mio prossimo romanzo!

Ragazz* oggi mi prendo io questo spazio!

Sono un po’ egoista, lo so, ma permettetemi di presentarvi il mio prossimo romanzo: Il Faro di Hook Head, in preorde su Amazon: https://amzn.eu/d/gnSErjd

Un bambino a cui è stata rubata l’infanzia è condannato a diventare un mostro a sua volta?

Haris ha un passato oscuro e un presente fatto di eccessi e nessun legame, ma quando posa lo sguardo su Ryan qualcosa cambia.

Ryan è troppo giovane, ha una famiglia disfunzionale ed è… la vittima perfetta.

Per Ryan però, lui è come un faro nella tempesta, e Haris non ha mai voluto diventare un mostro.

Dare rifugio a un ragazzo smarrito e bisognoso è un rischio, ma come due navi in balia dei flutti, non resta loro che seguire la luce di un faro e sperare di approdare in un porto sicuro.

Un viaggio tumultuoso tra il desiderio e un affetto tanto puro quanto spaventoso.

In attesa che Ryan cresca e corrisponda il suo amore.

Attenzione! Storia #Age-gap e scene #Dub-con

Alla prossima^^

Sta tornando…. Mercoledì!

Buongiorno ragazz*

no non sono impazzita di colpo, tranquilli. Ma se non lo sapete molto presto potremmo avere la seconda stagione di Mercoledì. Date certe all’orizzonte non se ne vedono ma è stata presentata come serie del 2025, quindi almeno siamo nell’anno giusto.

Jenna Ortega ritorna nei panni della DarkLady vestiti devo dire egregiamente nella prima stagione. Allora precisiamo che non sono stata attratta subito, credevo che fosse una di quelle serie da pubblico di ragazzini (in verità ho ancora questo sentore) però nell’insieme hanno messo su uno spettacolo godibile e ben fatto. Anche grazie al cast azzeccato, sebbene certe scene non si possono proprio vedere per come sono “bruttarelle”.

Cast quasi confermato tranne che per Percy Hynes White non riprenderà il suo ruolo di Xavier Thorpe, causa di accuse di molestie sessuali. Certo mi dispiace per me l’autore di tutto era lui. Ve lo spoilero tanto il personaggio è stato cancellato e non sarà sostituito da nessun altro attore. Vediamo come se la giocano perché non parliamo di un personaggio secondario.

Tante new entry ma quella che attendo di più è lei. Queen Gaga nel suo ambiente naturale il Dark, spero di non essere delusa.

Voi avete aspettative su questa seconda stagione? Fatemelo sapere nei commenti.

Alla prossima!

Meghan… quando Stanford esisteste davvero!

Passate buone feste? Il Natale è andato come il Capodanno ma purtroppo i miei auguri sono rimasti in stand by, quindi ve li faccio ora.

Buttiamoci questo periodo alle spalle e ricominciamo più carichi di prima^^

Tante novità ma partiamo da quella che più mi ha fatto ridere. Meghan Markel, duchessa del Sussex, ritorna con un serie su Netflix di life style girata in quel di Montecito in un villone da mille e una notte. Premesso che amo la monarchia inglese, lei non mi è mai piaciuta più di tanto e adesso anche meno, è giusto che sta donna trovi la sua strada come meglio crede. Raga però… avete visto il trailer? Cosa vi ricorda? Io ho avuto un flash incredibile.

Vi ricordate il fiilm la Donna Perfetta? Questa soleggiata cittadina dove tutte le donne erano bamboline sorridenti, perfette, quasi nauseanti nelle faccende domestiche? Ecco la serie White love… Meghan, mi ha dato quel feed incredibile. Cioè lo avete visto?

C’è talmente tanto beige e bianco che ho pensato di essere diventata daltonica. Neanche un piccolo schizzo di sugo o cioccolato sul ripiano immacolato, talmente immacolato che riflette le immagini. Poi dai chi non cucina con un orologio costoso e anelli di diamanti? Senza neanche legarsi i capelli?

Ora non voglio criticarla perché quella è la vita in quella zona del mondo, ma davvero è un prodotto così artificioso di cui abbiamo bisogno? Villa da sogno? Orto, verande, api… chi ha a disposizione questo? Non sarebbe stato più divertente vedere di qualcosa più vicino ai comuni mortali? Magari anche per toglierti quella patina di dosso che ti etichetta come una votata solo alla celebrità e bella vita?

Per ora io mi sono immaginata qualcosa stile Stanford… magari si scopre pure che sono tutte robot XD

Voi cosa ne pensate?

Alla prossima!

Occhi di Gatto… un altro reboot di cui possiamo fare a meno!

Ragazz* i giorni che precedono il Natale sono frenetici, quanto li detesto. Sì sono Grinch sin nelle ossa ma non lo scopro ora alla mia veneranda età.

Quindi oggi è l’ultimo aggiornamento del sito sino a Gennaio. Ovviamente ho già programmato gli auguri, così da non lasciarvi proprio senza notizie.

Ma bando alle ciance parliamo di cose serie: un nuovo reboot, mi vendo i brividi al sol pensiero!

Non so quanto ne avessimo bisogno ma nel 2025 ritornano le ladre in tutina sexy. Ora non è che io sia mai stata una grande fan però era un’anime che guardavo volentieri.

Ahhh… quando sognavo di diventare grande e bella come loro, oggi posso dire che qualcosa è andato storto ma giusto quelle due/tre cosine che non si notano proprio -_-

Attualmente in lavorazione, ovviamente non ci sarà il doppiaggio storico (non si sa ma orai sappiamo come stanno andando le cose) mi aspetto di “vedere” quello che hanno combinato visto che Ramna io non sono riuscita più a guardarlo.

Non credete che queste nuove grafiche invece di migliorare un prodotto li stanno rendendo uno la fotocopia dell’altro. Un po’ come la chirurgia estetica… son tutti cloni!

Aspetto di scoprire come sarà.

Alla prossima!

The Witcher… la sto aspettando già delusa!

Datemi qualcosa di bello di cui (s)parlare. Questo tedioso mondo di serie tv e film mi sta profondamente annoiando che non trovo neanche le parole per scrivere qualche articolo decente.

Allora ho deciso di puntare su quello che ancora deve uscire ma che aspetto.

The Witcher è un’incognita. Hanno tolto quel manzo di Cavilli, che ci stava nel personaggio a meraviglia, per uno che proprio non mi è mai piaciuto per come recita.

Abbiamo delle info: considerando che la produzione è iniziata a novembre 2024, non possiamo aspettarci The Witcher Polaris prima della fine del 2027, un tempo abnorme anche per chi come me si aspetta un fiasco colossale.

Notizie buone ci sono molte conferme, anche se l’alchimia sul set non potrà essere la stessa e questo mi rode non poco. Già nella terza stagione hanno fatto un casotto esagerato non oso pensare che a quello che stanno partorendo. Ma dico io: vero che sono ispirati ma cavolacci come potete andare così fuori trama, tanto vale scrivere una cosa originale e metterla in produzione.

Voi cosa ne pensate?

Liam Hemsworth sarà in grado di prendere un eredità di tre stagioni di un Cavilli che per quanto non perfetto era azzeccatissimo come Geralt di Rivia?

Se questa no n è una fake immagine le vibres, personali, sono tutt’altro che positive.

Alla prossima!

Gladiatore II… quando al “giovane” aitante preferisci il “maturo” ruspante!

Questa è la sequenza che mi ha davvero “entusiasmato” ma partiamo per gradi.

Non demolisco il film, Scott a modo suo gioca con la storia e l’inventiva, com’è giusto che sia in un film che vuole riprendere i fasti di una Hollywood che ormai non c’è più. Nel suo scenario dell’Impero Romano ci sono richiami a varie realtà di quel tempo che si perdono dietro…. una scritta in inglese su una tomba romana, ma so dettagli ragazzi anche solo per rendere memorabile, a modo suo, la scena.

Un cast di tutto rispetto, non si può dire che non siano loro a reggere una scrittura a volte traballante e poco coinvolgente. Su tutti spicca il personaggio di Denzel Washington, un villan ben strutturato e che rapisce la scena. In un certo senso sono d’accordo con questa scelta, rendere gli imperatori Caracalla e Geta più sullo sfondo lo trovo un modo per non intoccare la memorabile interpretazione di Commodo, Joaquin Phoenix, e ridicolizzare i due che sono anche più eccessivi del predecessore. Macrino è davvero un grandissimo antagonista quindi tanto di cappello.

Lucio/Annone è il protagonista di questa storia, ma neanche tanto, lui tira le redini di un passato per traghettare Roma verso il futuro. Lui che deve rivendicare un trono che non desidera, poraccio, ma allo stesso tempo smascherare il marcio che regna a Roma. La sua storia è un intreccio con quella del padre Massimo, ma comunque non spicca mai davvero. Ora so che fare paragoni è inutile: ogni film è a sé, anche quando parliamo di sequel, ma Crowe è stato immenso e forse aveva dalla sua anche l’innovazione di un film che viene visto per la prima volta. Non demolisco Paul mescal ma come attore non è riuscito a prendermi.

Pedro Pascal… il mio feticcio dai tempi di GOT, ancora più affascinate con il passare degli anni. Qui lo vedo esplodere, regge le scene e le fa sue. Il combattimento con Lucio è stato maestoso ma è dalla sua prima scena che si capisce che è lui a prendere una parte dell’eredità di Massimo. Uomo disilluso di Impero che non vuole più servire. Pronto a tradire per ridare lustro a Roma, muore per un bene più grande: non far morire Lucio figlio di sua moglie Lucilla. Tanto di capello a lui, che quando muore lascia un vuoto nella scena e il film ne perde parecchio.

Squali al Colosseo. Rinoceronti addomesticati. Scimmie cannibali. Ecco la cafonta che Scott poteva anche risparmiarsi ma è giusto anche che un regista, che sa che farà boom al botteghino, si conceda qualche licenza storico e giochi anche con il discorso MOOLTO POLITICO che lancia il film. Io mi sono goduta queste due ore al cinema, ci sono andata senza grandi speranze e invece il film mi ha intrattenuto.

Lo consiglio!

Alla prossima^^

IL ragazzo dai pantaloni rosa… andate al cinema a guardarlo.

Spesso è difficile fare una recensione, soprattutto su un film del genere. Non sai mai come spiegarti o anche solo far comprendere quanto sia importante la visione, ma soprattutto la comprensione, di un film come Il ragazzo dai pantaloni rosa.

Qui non si tratta di invenzione, una trama nata dalla fantasia ma si apre la finestra su una vita spezzata dal bullismo. Un male che affligge generazione dopo generazione e che ormai è arrivato al suo culmine. Un culmine a cui va detto BASTA.

Non voglio parlare del film, al di là delle pecche o delle bravure ma vorrei solo che i ragazz* uscissero dalla sala con la consapevolezza che quello che hanno visto accade ogni giorno. In qualunque realtà e uccide o lascia cicatrici indelebili. Ho sentito troppi commenti stupidi e privi di empatia. Ho visto video del prima e dopo, come se ancora una volta il LIKE fosse più importate del sentimento che questo film doveva suscitare in ognuno di noi: imbarazzo, vergogna, orrore. Siamo tutti Andrea e siamo tutti Christian.

Chi più chi meno ha subito e fatto bullismo, anche inconsciamente, allora è questo che deve far capire il film: non è una moda passeggera ma qualcosa che dobbiamo IMPARARE. Il rispetto. A non aver paura di questa maledetta DIVERSITA’. Siamo diversi: guardati allo specchio non saremo mai uguali anche nell’aspetto.

Ma purtroppo credo che passata questa MODA di andare a fare i tiktok al cinema con le lacrime agli occhi questa storia sarà dimenticata.

La domanda è: quanti Andrea ancora devono morire per capire?

La risposta la lascio a voi.

Scusatemi il tono accesso ma io sono stata bullizzata per buona parte della mia vita. Mi sono chiusa in casa per paura del mondo, sapere che altri non hanno avuto la mia fortuna di poter comprendere e andare avanti fa male troppo male.

Alla prossima!

Serie che ho recuperato: I Bridgerton… la prima stagione resta la migliore!

Ragazz* chi non è impazzito per i libri e la serie dei Bridgerton? Io, lo so sono un’atipica commentatrice ma piano piano le recupero tutte (anche quelle serie che non mi fanno impazzire) Detto questo: come non parlare della serie che ha fatto andare in brodo di giuggiole le telespettatrici e non solo? Dovevo recuperarla e capire cosa c’era di così attraente in questa famiglia dell’alta aristocrazia inglese.

Non ho letto i libri, ma ammetto che nell’insieme (parliamo di una serie molto corale, dove si intrecciano varie storie e spesso si perde la principale) non mi è dispiaciuta, Alcuni personaggi catturano più di altri, Queen Charlotte su tutti, ma non sempre mi ha fatto dire “cavoli bello”. Anzi molte volte era noiosa e ripetitiva.

La prima stagione: il Duca e la Duchessa per ora detiene il primato come migliore. La storia è ben articolata, ci sono parecchi flashback che si amalgamano perfettamente nel presente. Sebbene molte cose lascino a desiderare, la grafica certe volte è proprio un no. C’è una scena che rincorre spesso e si notata proprio che è modificata in post produzione. Gli attori mi sono piaciuti, spesso li ho trovati un pochino rigidi e non proprio coinvolgenti ma la storia di Dafne e Simon e quella più emozionante.

La seconda stagione: il visconte Antony che speravo fosse un botto con i fiocchi per me, e lo sottolineo come pensiero personale. è stata la più noiosa! Il personaggio di Edwina è un fake totale. Un’atteggiamento da accondiscendente damina senza personalità, mi dispiace demolirla ma davvero la guardavo e vedevo una finzione completa: a dispetto anche dell’epoca. Non demolisco loro due, ma la pesantezza totale che hanno dall’inizio alla fine con questo happy and così scontato… un no, ma non me ne vogliate.

La terza stagione: Colin e Lady Whistledown, almeno doveva essere incentrata su di loro ma ci ritroviamo una marea di intrecci in mezzo che perde tantissimo e poco si capisce. Cioè Colin si innamora di lei dopo che lo prega per baciarla? Capisco tante cose: l’amicizia che diventa amore (un po’ il fulcro delle varie storie) ma davvero è troppo “veloce” rispetto agli altri. Nel mezzo abbiamo Francesca, Lady Violet Bridgerton che riscopre il desiderio per un uomo, i Mondrich che diventano nobili… potrei continuare ancora ma la finisco qui. ma dico la mia: loro due non mi sono piaciuti e non mi hanno neanche dato quel senso “fisico”. Forse proprio in virtù di non averli approfonditi sono arrivata alle loro scene hot che mi sembravano due messi lì tanto per.

La quarta stagione: il prossimo sarà il mio preferito. Immorale, sperimentale, aperto e assolutamente esilarante. Benedict ha tutte le carte per rianimare la serie, nella speranza che l’amore non renda anche lui: banale e scontato.

Alla prossima^^

Ritorna… Il Ponte delle Danze Macabre!

Ciao a tutt*^^ù

Come sapete non recensisco solo ma scrivo anche. Oggi infatti l’articolo è dedicato al ritorno di una storia che ho amato immensamente scrivere: Il Ponte delle Danze Macabre. Una versione rivisitata e corretta, con una nuova cover è pronta a tornare online su Amazon in versione ebook e cartacea il 31 Ottobre. La notte dei Morti viventi, Halloween. La sera perfetta per inscenare danze macabre e irretire anime inclini all’oscurità.

Pronti a tornare sul Ponte delle Danze Macabre con Edward?

Link Amazon Preorder: https://amzn.eu/d/96jhRXn

Ci sono uomini in cui l’oscurità è così profonda da divorare il confine tra la vita e la morte… Andreas è l’ultimo discendente dell’antica e nobile famiglia Stalder, e il suo destino è indissolubilmente legato al quadro che sta dipingendo. Può un quadro consumare l’anima dell’artista che lo sta realizzando? O l’amore del giovane e talentuoso pianista Christien riuscirà a salvare Andreas prima che la maledizione, che da generazioni si è abbattuta sulla sua famiglia, si compia per l’ultima volta? Sullo sfondo di Lucerna, città di nebbie e segreti, dove il ponte sul Reuss racconta storie di morte, sta per compiersi l’ultimo atto di uno spettro vendicativo.

Peaky Blainder…. uscite il film!

Ragazz* io qui lo dico e qui lo nego: odiavo le serie “mafia”, proprio è lontano dal mio “mondo” sia di TV, Serie TV, Film, Libri… cioè proprio tutto quello che può avere un qualche legame io… aborro.

Ma doveva arrivare LUI… l’unico lui in grado di farmi cambiare completamente opinione e farmi stramazzare al suolo con gli occhi a cuoricino.

In termini di scrittura, scene e cast credo che queste sia una delle migliori serie uscite fino ad oggi. Una produzione di tutto rispetto in grado di farti incollare allo schermo. Sì, ho recuperato le sei stagioni in meno di tre giorni. Ero avida… di lui.

Thomas Shelby è il fulcro su cui si muove tutta la famiglia, il gruppo. Ma non è il solo che cattura lo sguardo: la storia dei fratelli, Artur su tutti, davvero ti mostra dove si può arrivare quando la guerra ti corrode il cervello. Un grandissimo attore per un personaggio, forse, ancor più complesso del protagonista.

Ma la star indiscussa, la sua mancanza si sente nell’ultima stagione, Polly Gray è il fulcro intorno in cui gira tutta la serie. L’attrice straordinaria nel dare al personaggio la giusta dose di ironia e teatralità da renderla VERA. Lo amata dalla sua prima apparizione e ho detestato sapere che l’attrice ci ha lasciato per una brutta malattia.

Attualmente sono in corso il film tratto dalla serie e io sono in fermento. Alcuni giorni fa sono uscite le prime immagini ma questo comunque non da ancora la certezza di quando uscirà il film.

Non mi resta che attendere… ma non vedo l’ora!

Alla prossima^^

Ranma1/2 il reboot del momento!

Ragazz* ho cominciato a guardare il reboot dell’anima Ranma1/2. Partiamo da un presupposto: io sono sono una boomer fatta e finita, quindi questo riproporre anime dei miei anni mi fa storcere il naso. Per quanto mi riguarda erano perfetti così, senza bisogno di nuove grafiche e voci.

Ranma, tra gli anime in voga nei miei anni (come fa tanto vecchietta che racconta!!) era quello, sempre secondo il mio parere, quello più sopra le righe. Vuoi per la particolarità della storia, del pericolosamente vicino al limite della censura ma era bellissimo. Personaggi a tutto spiano che ti facevano ride, trasformazioni assurde, e in mezzo una storia d’amore senza troppi infiocchettamenti e traumi.

Per adesso, questa nuova versione, è un NO. Non so voi ragazzi ma questa grafica plastificata comincia a darmi fastidio. Insomma sembra che sono tutti sotto effetto lifting tanto da rendere i personaggi uno uguale all’altro. L’esempio più lampate è Kasumi, che nella vecchia grafica era, secondo me, la più carina oltre a dimostrare l’età più adulta rispetto alle sorelle. Nella nuova versione è addirittura più giovane di Akane.

Altra nota dolente: il doppiaggio. Precisiamo che io sono quella generazione che tra le poche cose che aveva erano gli anime. Gli anime anni 80/90/2000 erano doppiati quasi sempre dagli stessi doppiatori. Le voci che si susseguivano erano principalmente quelle. Che poi io sia un’appassionata di doppiaggio è un di più. Premesso che capisco che molte voci storiche non ci sono più o hanno deciso per la pensione, ci sta per carità ma il cast qui si poteva riunire, come hanno fatto in Giappone. Forse Massimiliano Alto ha chiuso il capitolo anime ma Monica Word avrebbe volentieri ripreso il suo posto. Inoltre ricordiamo che Ranma ha avuto due doppiaggi, quindi magari se i i primi dicevano no si poteva contare su Fabio Boccanera.

Ovviamente non posso avercela con i doppiatori che hanno scelto, anche se ne devono doppiare di Anime per raggiungere i livelli dei sopra citati. Ma anche questo vuol dire ANDARE AVANTI. Guarderò questo reboot per quello che è: un semplice fare cassa. Perché in un colpo ti becchi i nostalgici della mia epoca, la nuova generazione e quelli che devono parlarne perché fa tanto COOL.

Voi cosa ne pensate?

Alla prossima!

Gli Anelli del Potere… critica sì, ma obbiettiva!

Abbiamo la conclusione della seconda stagione degli Anelli del Potere, una serie che convince a metà e divide tantissimo il popolo del web.

Parto dal presupposto che ci sono parti buone e altre meno buone, la serie di per sé non è brutta. Al contrario ci sono dei bei spunti per una serie corale stile libri di Tolkien, che spaziano per la Terra di Mezzo in lungo e in largo per poi unirsi. I protagonisti, parlo degli attori che hanno dato vita ai vari personaggi, non gli si può dire nulla; certo chi più chi meno ha dato mordente a quello che per me è stata la pecca: la sceneggiatura.

L’espressività dell’attore che supera quello che dice, che se chiudi gli occhi davvero non riesci ad immergerti nella scena è quello che condanno. Ma non per questo mi sento di crocifiggere questa seria bollandola come orrenda. Al contrario, se si abbandona l’idea che abbiamo (non tutti ovviamente) su Tolkien è un buon prodotto fantasy.

Entriamo nello specifico dell’ultima puntata. Una cosa che non mi è piaciuta è queste storie d’amore che davvero mi hanno fatto storcere il naso, insomma potevano evitarle salvo la pace di qualcuna. Hanno rubato tempo alle storyline che alla fine metterle tutte nell’ultimo episodio è sembrato troppo veloce.

Ribadisco quello che ho detto l’altra volta: i NANI vincono a testa bassa, la loro storia è fantastica. L’arrivo del Barlog e la morte del padre di Durin è stato spettacolo (veloce) mi è piaciuto come ha rinnegato l’anello prima di sacrificarsi. Ma ancor più bello è Durin che, dopo averlo tanto condannato, punta l’occhio sui sette segno di come la loro malvagità è corrosiva. Bimba felice quando i nani hanno aiutato gli elfi a fuggire del Eregion ormai in fiamme.

La morte di Adar mi è dispiaciuto, marionetta nelle mani di Sauron senza accorgersene ha consegnato a lui l’armata degli Uruk e Orchi. Il suo è stato un personaggio perfetto: ben scritto e interpretato peccato che gli abbiamo dato poco spazio. Ci ha mostrato una parte della vita degli orchi, delle loro regole oltre alla guerra.

Celebrimbor, l’attore è stato fantastico. Lo ammetto all’inizio odiavo questo personaggio ma ha saputo riprendersi alla grande. Grazie anche a una sceneggiatura degna negli ultimi episodi di tale ATTORE. La sua morte mi ha fatto piangere. La morte del Eregion mi ha fatto piangere. Una parte della storia elfica andata in fumo, con Erlond che prova a fermare gli orchi senza successo.

Elrond e Alto Re anche qui ero scettica sugli attori, ma anche loro sono cresciuti tantissimo nelle ultime puntate hanno fatto VEDERE quella luce elfica che ti rende schiavo della bellezza degli elfi. L’arrivo nella valle di Imladris, è stato un colpo al cuore. Per la prima volta l’abbiamo vista senza costruzioni elfiche ma solo pura magia e natura.

Gandalf finalmente ricorda, ritrova il bastone e saluto la sua amica Nori. Qui ho solo un appunto da fare… parte il nonsense della storia d’amore tra Poppy e quel tipo strano: come si può ricreare il bellissimo monologo di Sam a Frodo nelle Due Torri. Capisco che si voglia andare di allegoria, memoria, malinconia però cavoli mi andate a toccare proprio i nervi scoperti. Comunque alla fine la storia di Nori è quella che mi è piaciuta di meno. Per quanto riguarda Gandalf avrei voluto vederlo di più con Tom Bombadil(personaggio riuscitissimo per quel poco che viene mostrato.) Lo stregone io non ho capito, sono anche confusa, ma non dovrebbe essere Saruman… lo scopriremo.

L’anello debole: Numenor. Peccato perché c’è tutto per renderla bellissima ma proprio non ci si riesce. Sarà che io non riesco a trovare credibili nessuno, ma la storia della caduta di Numenor ad oggi non si è capita. Come avverrà, perché avverrà e quando si comincerà a notare. Anche qui ho un nervo scoperto. Adoro Elendil, mi piace l’attore e la sua interpretazione, ma anche qui perché rimandare alla bellissima scena di Elrond e Aragon? Capisco che è fatto per dare ricordo, per legare le due figure ma cavolacci: NO!

Sauron e Galadriel. Sono cattiva se dico che Sauron è il vero vincitore di questa serie? No, lasciatemelo dire, perché lui dalla prima serie ha fatto crescere il personaggio in modo magistrale (salvo qualche dialogo orribile salvato solo dalla bravura dell’attore) un crescendo di perfezione nel modo in cui riesce ad irretire chiunque si ponga sulla sua strada. Il modo in cui parla di Morgoth, anche della violenza che subisce, quelle lacrime mentre parla con Celebrimbor. Un cattivo che crede di essere il salvatore, un manipolatore che manipola prima se stesso nella convinzione di essere nel giusto. Lo scontro con Galadriel mi è piaciuto, sebbene io abbia una visione (personale) completamente diversa sulla portatrice di Nenya qui mi è piaciuta. Mi è piaciuto come si sono affrontati, di come lei gli abbia fatto credere di essere succube di Sauron e poi di avergli fatto capire che non è più in suo pugno. Quando Elrond le ridona l’anello, sarà perché è sopravvissuta all’oscurità ma ho visto per la prima volta: la luce di Galadriel. Ho visto Galadriel nel finale della serie e questo mi porta a sperare per la stagione tre.

Ragazz* ho letto davvero troppe critiche, poche quelle costruttive e giuste, su questa serie. Diamo onore a un prodotto che ci ha ridato la Terra di Mezzo, forse lontano da quello che crediamo sia quella scritta da Tolkien ma fu proprio il maestro a dire: IO HO CREATO LA TERRA DI MEZZO MA NON MI APPARTIENE. Questo per dire che chiunque di noi può avere una visione di questo mondo bellissimo che ci è stato donato.

Ovviamente questa è una personale, sgrammaticata, opinione!

Alla prossima^^

Gli Anelli del Potere… non è tutto “oro” quello che luccica!

Ragazz* io vorrei davvero cominciare questa recensione, del settimo episodio, come tante altre che ho letto in rete… con entusiasmo ma mi dispiace. Ovvero, sì la puntata merita ma solo perché messa in contrapposizione sia con la prima stagione che con quelle precedenti è nettamente superiore.

Partiamo dal fatto che per la prima volta ho notato un cambio di rotta nei dialoghi, c’è più impatto e lo si nota tantissimo soprattutto quando abbiamo, i già pilastri di questa serie, Sauron/Annatar e Celebrimbor che interagiscono tra loro. Nella mia precedente recensione avevo detto che erano a livello recitativo fantastici, in questa puntata non è più solo la loro recitazione che regge la scena ma anche i dialoghi: più profondi e d’impatto.

Celebrimbor capisce di essere sotto incantesimo, finalmente riesce a liberarsi delle spira di Sauron… in ritardo ormai i giochi sono fatti e può solo andare avanti con la creazione degli anelli per gli uomini. La disperazione dell’ultimo discendente di Fëanor è tangibile, ma proprio nella sua disperazione viene fuori la grandezza Elfica. Quella meraviglia che è la saggezza Elfica e che mi è mancata tantissimo nella serie. Il discorso tra lui e Gladriel è stato un colpo al cuore.

Sauron mostra il suo volto. Un mostro che nessuno può sconfiggere, le sue trame ormai sono annidate completamente nei vari protagonisti che è impossibile quasi capire se qualcuno di loro non è sotto la sua influenza ingannatrice. In questa puntata lo si vede poco ma in quel poco fa tanto da renderlo catalizzatore della scena. Sauron mostra il suo volto. Un mostro che nessuno può sconfiggere, le sue trame ormai sono annidate completamente nei vari protagonisti che è impossibile quasi capire se qualcuno di loro non è sotto la sua influenza ingannatrice. In questa puntata lo si vede poco ma in quel poco fa tanto da renderlo catalizzatore della scena.

L’Eregion ormai è al tracollo, nulla potrà fermare Adar, personaggio inventato ma fatto davvero bene, la sua avanza punta ad avere l’anello di Gladriel per poter sconfiggere Sauron.

L’avanzata di Elrond mi è piaciuta tantissimo, ho trovato finalmente il personaggio coerente con quello che ricordavo. Ma con questa serie “la stranezza” è dietro l’angolo. Voglio capire che doveva darle l’ama per farla scappare. Capisco che doveva fare scena e quindi qualcosa ci voleva ma… il BACIO tra Elrond e Galadriel anche NO! Insomma è stato come guardare due fratelli.. cugini.. migliori amici. Assolutamente bocciato. Promosso in vece per il resto Elrond… io con lei ho un problema per oggi non voglio infierire. Però posso dire che sia con Arondir che Celebrimbor mi è piaciuta.

Passiamo alla nota dolente: i nani! Premesso che la loro storyline è la meglio sviluppata, è stato un dolore forte (che già sapevo ci sarebbe stato) non veder giungere Durin in aiuto di Elrond. So bene che questa sarà la pietra miliare dell’odio tra elfi e nani ma cavolacci potevano farla meglio. Non è che perché il re prende l’ascia tu fermi l’esercito nanico, manda l’esercito e ferma tu tuo padre. So bene che tutto questo è per l’influenza di Sauron, o meglio dell’anello, ma non è accettabile.

Ho sempre difeso i “miei nani”, amati dal Signore degli Anelli, ma così non posso farlo… è stato troppo brutto. Vedere la convinzione di Elrond svanire sotto gli assalti di Adar che gli sfila Nenya dal collo.

Per la prima volta… non vedo l’ora di vedere la prossima puntata. Voi?

Alla prossima!

Gli Anelli del Potere… vorrei ma mi manca sempre qualcosa per esplodere!

Direi proprio che è quello che manca a questa serie: “POWER”. Il potere di esplodere e incantare chi la guarda perché il potenziale c’è. Voglio parlare delle scenografie, che davvero escono dallo schermo, degli abiti (non le armature di Numero che sembrano di plastica) e il cast. Ecco il cast per quanto possa essere azzeccato non può fare miracoli, in quanto la cosa che davvero manca è la sceneggiatura. Io non sento profondità, quella disperazione che dovrebbe esserci ma vedo tutti così PIATTI nei dialoghi, che per quanto l’attore ci metta del suo non riesce a fartelo sentire.

Io non voglio demolire l’attrice, neanche il personaggio, anche perché comprendo bene cosa voglia dire prendere il posto di un mostro sacro del cinema come Cate Blanchett (divina nel ruolo di Galadriel). Voglio anche capire che stiamo vedendo un’Elfa più giovane ma non ha niente della signora di Lothlorien, un guizzo sperduto ogni tanto che mi possa connettere con quello che conosco e che verrà a quello che vedo adesso. Per quanto la storia sia: Galadriel guerriera più spericolata di Legolas, davvero neanche darle l’anello mi ha reso il personaggio simile ai libri.

Gli elfi dovrebbero essere le creature più sagge di tutte nella Terra di Mezzo ecco Celebrimbor si vede che è un’elfo a parte. Qui l’attore mi piace, nel senso che ci mette tanto del suo per rendere il suo personaggio succube, a tratti, di Sauron. La sua espressività e il modo in cui riempie la scena però non posso sopperire a dialoghi scritti con i piedi. Cioè manca la suspense, tra quel guizzo di manipolazione e lucidità in cui dovrebbe trovarsi il personaggio manca completamente.

Lui è il personaggio più acclamato della serie, ci sta perché l’attore si sta dimostrando molto versatile. Il suo modo di fare è coerente con quello che deve interpretare ma anche qui i dialoghi siamo proprio piatti.

Dalla seconda parte degli Anelli del Potere mi aspettavo molto di più. La storia, salvo pochi sprazzi in alcuni episodi, scorre lenta e molto spesso mi ha fatto sbadigliare. I primi tre solo il secondo era degno di nota, il quattro non è male e il cinque mi è piaciuto. Nell’ultimo episodio ho trovato più interesse, sebbene i dialoghi restano a livello basilare. I nani si riconfermano il popolo meglio strutturato in questa serie, sin dalla prima stagione, mi è piaciuto come dopo aver ricevuto gli anelli Durin cominci subito a sentirne l’effetto. Il modo in cui lo cambia è impercettibile se non ad occhio attento.

Mancano due episodi alla fine, non vorrei sbagliare, ma spero davvero che ci sia qualcosa che mi faccia dire: cavolo adesso sì.

Alla prossima^^

La scogliera delle fate… J.V. Sinclair

Finalmente! Sì comincio così la mia recensione. Questo è il libro che J.V. Sinclair che volevo leggere, ne ho sentito parlare troppo e in modo molto entusiasmate per non avere la giusta curiosità di dare anch’io una mia opinione.

Certo quanto più alte sono le aspettative spesso vengono disilluse, questa era il mio peggior timore ecco perché ho deciso di conoscere lo stile del autor* attraverso altri suoi romanzi prima di buttarmi su questa lettura.

Ecco… è un ni, nel senso che non si può negare che la storia sia scritta bene, con personaggi molto ben caratterizzati e una profondità, in alcuni passaggi, che mi ha toccato davvero delle corde emotive nella totalità l’ho trovato troppo “dispersivo” e “lungo”. Un’opinione puramente personale, quindi può darsi che un altro lettore non riscontri questa nota stonata.

Però continuo a dirlo: quest’autor* mi piace. Scrive in modo scorrevole, i suoi romanzi sono molto ricercati, soprattutto questo che si svolge alla fine degli anni novanta nella aristocrazia inglese e irlandese, quasi mai dispersivi.

Davvero vi consiglio di leggere i romanzi di J.V.Sincleir perché merita davvero tanto.

Alla prossima!

Adrenalina by Daniela Barisone e Koorime Yu… salti temporali ma quelli belli.

Personalmente è il primo libro che leggo di Daniela Barisone, un’autrice che seguo da un po’ di tempo sui social (ma chiamarla solo autrice lo trovo riduttivo) ma di cui non ho mai letto niente. Ho cominciato da questo libro, che è stato messo free nel periodo di Natale. Ammetto che i libri BSDM non sempre riscontrano il mio favore, gusto puramente personale che non va a influire sul mio parere: se un libro è bello lo leggi lo stesso. Questo è un gran bel libro.

Ammetto che ero scettica su questi passaggi temporali ma covelletti se le autrici sono riuscite a far funzionare benissimo l’insieme. Il libro è godibilissimo, anche se le scene di sess* sono forti (sempre parere personale) non mi sono ritrovata a saltarle.

Io lo consiglio se siete amanti di libri erotici ben scritti.

Alla prossima^^

Un finale diverso di J.V.Sinclair… autore che sto amando!

Amo i romanzi di J.V.Sinclair, mi piace il suo stile e come mi coinvolge a livello emotivo, quindi non posso che ringraziare per aver messo i suoi romanzi gratis nel periodo di Natale.

Questo libro è una storia nella storia, non posso spiegarla in modo diverso senza spoilerare la trama che per me va letta così senza leggere le recensioni. Mi è piaciuto tanto il dramma che vive il protagonista, un uomo che attraversa quella fase della vita in cui fare i bilanci fa parecchio male ed è impossibile non rimpiangere le scelte sbagliate.

Un romanzo nel romanzo, ma soprattutto l’evoluzione dei protagonisti “secondari” che si evolvono e puntano i piedi per avere il loro… finale diverso.

Ve lo consiglio. Anzi vi consiglio di leggere i libri di questo autore perché davvero merita.

Alla prossima^^

Tokyo a mezzanotte… nuova recensione!

Ragazz* so che sono sparita ma il Natale non è mai un periodo facile, in verità sono mesi che non ho momenti facili. Purtroppo gli impegni si sono triplicati e il tempo è diminuito ma non voglio chiudere il blog anche se lo aggiorno di rado.

Grazie al periodo natalizio ho fatto incetta di ebook, gli autor* sono stati molto generosi nel mettere tanti loro libri gratis e io li ho presi quasi tutti. Quindi preparatevi a un bel periodo di recensioni. Anzi incominciamo con un libro che so apprezzato da molti.

La cosa più interessante di questo romanzo, oltre la cover, è che si svolge a Tokio ma per il resto è davvero un cliché di quelli potenti e strausati e letti.

Hailey è la classica: vorrei essere ma in realtà sono, protagonista femminile che appare cazzuta a tratti ma in realtà è un concentrato di tutte le paranoie femminili.

Naoki è il classico: io sono io e voi non siete nessuno, salvo poi trasformarsi nella brutta copia di Mister Gray.

La parte migliore del libro sono le serate a kabukicho e la vita delle Hoss che ammetto sono la cosa più originale del romanzo, peccato che io ho letto manga più interessanti su questo.

Nell’insieme il libro non è male ma è troppo prevedile, non c’è mai un guizzo. Anche la storia dei debiti del fratello parte come chissà cosa e si perde e risolve in battito di ciglia, siamo proprio nel surreale.

Di solito non demolisco mai un libro, i gusti sono gusti, ma ammetto che leggendo le recensioni mi aspettavo molto di più ma evidentemente ormai sono assuefatta a questi romance che più ne leggo più diventano tutti uguali.

Ovviamente se avete voglia di un romanzo abbastanza carino, che scorre bene, ve lo consiglio

Aspetto la vostra opinione!

The Crown ultima stagione, parliamo dei primi episodi!

Ragazz* finalmente una serie tv di cui riesco a vedere gli episodi senza mollare. Non è così scontato con una come me che si annoia facilmente. Ma come, forse saprete, la casa reale inglese mi ha sempre appassionato e quindi anche stavolta ho subito l’immenso fascino della corona. Come sempre andiamo per gradi.

Di imperfezioni nella serie ce ne sono tante, bisogna dire che è parecchio romanzata ma, se per la prima parte non ero in vita per poter dare un oggettivo parere, quest’ultima stagione posso dire: io c’ero! Per verità così si capisce che sono vecchiotta ma i funerali di Diana, se pur piccola, li ho visti in diretta.

Come ho detto nella precedente analisi della 5stagione, il fascino della storia viene surclassato dal gossip. Siamo negli anni dei paparazzi, degli scatti rubati a ogni costo, i giornali vendono l’esclusive come se non ci fosse un domani. In questo scenario di scandali tra Diana e Carlo, la corona perde il suo fascino ma non solo diventa il “cattivo” della situazione.

Nel bene, soprattutto nel suo male, Diana cambia le carte in tavola e se prima lo fa senza “esperienza” poi poi consapevolmente senza pensare alle conseguenze dei sue gesti. Prima amica della stampa a cui concede e si concede e dopo nemica giurata di una privacy riscoperta. Purtroppo il gioco è sempre quello: vi prendete quello che vi do quando voglio darvelo, ma ovviamente è una causa persa.

I primi quattro episodi rilasciati da Netflix rendono l’idea dell’inferno da cui Diana era assediata, mi è venuta la nausea a guardare quelle immagini. Mi sono immaginata rinchiusa, spiata, imprigionata e non è stato per niente piacevole. Gli ultimi istanti della principessa sono così “strani” ma credo che lei desiderasse davvero stare solo con i suoi figli.

Per fortuna la serie non mostra l’incidente, lo tiene sullo sfondo, non mostra neanche la principessa nell’obitorio (avrei preferito fosse fatto lo stesso per Dodi). Mostra un Carlo distrutto, verità? Chi può dirlo? La morte ti mette davanti ai sentimenti, rimpianti, bisogni. L’unica cosa che vorresti è avere ancora una possibilità di rivedere chi non c’è più. Carlo ha pagato molto “Diana” in senso di odio pubblico e questo mi dispiace perché in lui non ho mai percepito voglia di distruggerla. Ma questa è solo una mia idea.

Un’altra cosa che mi ha fatto stringere lo stomaco è William e Henry. Non so se hanno visto o vedranno ma non credo che per lo sia facile vedersi “rappresentati” soprattutto messi in scena nel momento più tragico, mai dimenticato, della propria vita. Henry si salva un pochino mentre Willian viene proprio sfacciatamente messo su piazza, vero che era più grande ma parliamo di un ragazzo che ha perso una madre e questo non mi è piaciuto.

Poi c’è lei, la regina che per anni si è vista puntare il dito per questa morte. Non sapremo mai cosa nascondeva Elisabetta nel suo animo, è stata di ferro e ha protetto il suo retaggio io non la condanno, saranno i suoi stessi nipoti a dire che lei li ha voluti proteggere da quello che avrebbero trovato a Londra. Una nonna regina. Una regina madre. Una donna regina… chissà se in fondo al suo cuore quel REGINA non le sia costato una vita in silenzio.

Quali sono le vostre opinioni su THE CROWN?

Fatemelo sapere

Alla prossima!

Quando hai tanti libri ma nessuno ti conquista!

Ragazz* November Rain è arrivato, non amo particolarmente questo mese, anzi direi che non c’è mai stato grande feeling tra di noi, quindi il mio umore diventa ingestibile.

Proprio per questa mia condizione di odio profondo per il mese, mi rifugio nella scrittura o nella lettura. La scrittura purtroppo sono in fase di editing e quindi non riesco a mantenere una concentrazione su una nuova storia. La lettura… mamma mia non azzecco un titolo neanche a pagare il libro in oro.

Non sono una che si fa condizionare dal primo capitolo, ma se arrivata al decimo ancora non mi ha preso vuol dire che sto leggendo la cosa sbagliata. Vero che la lettura è soggettiva, che dipende anche dalla condizione d’animo, ma davvero è tutto scritto uguale e di una lentezza da taglio vena.

Io scrivo, almeno ci provo, con il tempo sono arrivata a limare, in parte, la lentezza nel testo perché non mi piace e in automatico non la voglio nei miei romanzi, ma qui parliamo di autor* pluriconosciuti e con tante pubblicazioni alle spalle.

Sommersa da libri ma senza uno da leggerne, ecco come mi sento quando sono lì a scegliere quale incominciare. Ormai ho capito che non importa quanta ricerca fai, recensioni leggi, o consigli ascolti: trovare un buon libro sta diventando davvero difficile.

Comunque spero di finire a breve quello che mi sto sforzando di finire, cioè parliamo di recensioni entusiaste ma io ancora non ho capito di cosa!

AI per creare cover… ma quanto mi sto divertendo?

Ragazz* ho trovato una nuova passione, peccato che è a pagamento dopo i pochi crediti iniziali, ovvero creare immagini con l’Intelligenza Artificiale.

Vero che bisogna fare tremila prove per vederne una buona, ha la testa dura l’AI, ma quando poi si trova la chiave di lettura giusta diventa una droga. Scrivendo di personaggi immaginari riuscire ad avere davvero i due soggetti che voglio lo trovo bellissimo, anche se questo non può prendere il posto dei disegnatori. Paliamoci chiaro: è si bello ma comunque non è al cento centro quello che uno vorrebbe, quindi almeno che sia a pagamento dopo un tot di tentativi non mi dispiace.

Questo è uno dei tanti tentativi, che mi piace un sacco ma non va per niente bene.

Come sapete sto editando un romanzo, sì finalmente ritorno su piazza, ma quello che serve a un buon romanzo, dopo un accurato editing, è una grande cover. Quindi mi sono detta per non utilizzare questa famosa AI di cui tutti parlano?

Ebbene ho la cover che volevo per il mio prossimo romanzo.

Cosa ne dite: Ai grande invenzione o solo fuffa?

Alla prossima

La dura vita da Self al Salone del Libro di Torino!

Ragazz* oggi voglio sfogarmi con voi della dura vita da self publisher. Per mia fortuna ho avuto modo di lavorare con una CE, nel campo degli MM, molto conosciuta e sebbene le vendite non siano andate bene l’esperienza è stata bellissima. Nell’anno 2022 ho passato molto tempo a chiedermi: ma chi me lo fa fare di continuare a scrivere?

Questo perché non ho mai visto grandi risultati. Ma poi ho incontrato la mia attuale editor e lei mi ha indirizzato, non solo sulla scrittura ma anche su un approccio diverso con il pubblico. Ecco perché ho deciso di non mollare ma, prima di ripropormi a una CE, voglio farmi le ossa e trovare il mio pubblico e quindi la decisione di pubblicare in self i miei prossimi lavori.

Ma chi me lo ha fatto fare?

Non so come lavorano gli altri Self, anche se ne conosco molti che lavorano bene, ma ci sono dei costi molto alti da affrontare (ne ho già parlato) per portare sul mercato un prodotto che merita di essere acquistato e letto. Capirete che non sempre si rientra dei costi, almeno per me ora è tutto molto investimento ma non perdo la speranza il mio ultimo libro è andato abbastanza bene.

Proprio in virtù dell’immenso lavoro che c’è dietro una pubblicazione in self non sono d’accordo con la decisione presa dal Salone del Libro di Torino, che ha ben deciso di piazzare i Self in una zona ben definita (ma che siamo appestati?) 150titoli (come verranno scelti?) e solo 25copie per autore (dovessi venderne di più?) ma non si vende il giovedì e il venerdì (caso mai credi di far cassa tutti i giorni con 25copie all’attivo)

Non capisco questa direzione che hanno preso e le spiegazioni date mi sanno tanto di presa per i fondelli. L’editoria è affossata di suo, si scrive il doppio ma si legge per un terzo e molti libri vanno per direttissima al macero, perché non puntare sul mercato del Self. Come si fa a chiudere la porta a chi lavora seriamente e a spalancarla alle CE a pagamento che frega niente basta che l’autore paga e mettono sul mercato pure la munnezza.

Quest’anno, come l’anno scorso, ho deciso di non andare alla fiera proprio perché, un giorno decidessi di presentarmi come Self vorrei avere gli stessi diritti delle CE altrimenti i miei soldi li spendo altrove.

Voi cosa ne pensate?

Ma vi ho parlato della mia prossima pubblicazione?

Quando latito sul blog è solo per due motivi: problemi familiari o impegni, ma stavolta non è nessuno dei due. Sono in piena fase creativa.

https://fb.watch/nybKFrIIpm/

Come dal link che vi ho postato, sto lavorando all’editing di un nuovo romanzo. Questa storia mi sta particolarmente a cuore perché sono legata al luogo in cui si svolge.

bty

Ehhh si vi ho dato un bell’indizio con questa foto presa dal mio archivio personale. Il faro in questione è un pezzo importante della storia ma non è l’unico. Per la prima volta mi solo lanciata in un age gap, ma non è la sola particolarità del mio prossimo romanzo.

Lui è Haris. Chi è? Qual è la la sua storia?

Non c’è Haris senza Ryan. Lui è davvero un personaggio controverso, non vedo l’ora di farvelo conoscere.

C’è anche un altro personaggio importante che vorrei farvi conoscere ma me lo riservo per altri tempi. La pubblicazione è prevista per 2024, ma non so di quale mese ^^

Vi ho incuriosito?

Minerve di Giuditta Ross… una garanzia!

Anche oggi mi ritrovo a recensire un romanzo che giaceva nascosto nel mio Kindle, ma perché mi dimentico dei libri che acquisto >_<

Bando alle ciance che il tempo stinge, oggi recensisco un’autrice che non ha bisogno di presentazioni… Giuditta Ross.

Un romanzo ambientato nell’epoca vittoriana, Londra con il suo fascino senza tempo dove Minerve è la protagonista di una storia d’amore a tre. Premesso che non sono una grande fan dell’amore a tre, quattro, cinque… ammetto che l’autrice è in grado di rendere tutto molto credibile e sotto alcuni aspetti profondo. La storia, sotto il mio punto di vista, è un romance dove ci sono accenni a temi che mi sarebbe piaciuto più approfonditi (la guerra tra tutti). Ho amato l’ambientazione steampunk, credo sia uno dei migliori letti da quel punto di vista.

Ovviamente ci sono state delle lunghe pause nella lettura, che a tratti non mi prendeva o diventava poco scorrevole ma nell’insieme ne esco molto soddisfatta.

Consigliatissimo!

Recensione El Condor J. V. Sinclair… le belle letture!

Non è che mi sono data solo a film o serie tv sono, resto, una grande lettrice. Certo non è facile, nella giungla di libri, trovare una lettura che appassiona ma soprattutto ti coinvolge tanto da finire in poco tempo il romanzo. J.V. Sinclair sta diventando una piacevole scoperta come autor*

Questo romanzo l’ho preso in promo gratis, ammetto che mi è dispiaciuto perché meritava l’acquisto. E’ la seconda opera che prendo e devo dire che anche questa volta non sono stata delusa, anzi.

Come sapete non amo le recensioni dettagliate, bisogna leggere il romanzo senza spoiler, ma anche dare giudizi che non siano puramente PERSONALI. Quindi parlando a titolo personale: questa avventura ai confini tra il Messico e gli Stati uniti, con un pizzico di “vecchio” western ma senza scadere troppo nel mito holliwodiano vale la pena di leggerlo.

I personaggi sono ben strutturati, l’eroe ti coinvolge e l’eterna lotta tra il bene e male anche se con qualche cliché non diventa mai banale. Scrittura scorrevole, più nella seconda parte, la definirei: bella.

Consiglio! Non solo il libro l’autor* va messo tra i preferiti.

Alla prossima!

Rosso Bianco e Sangue Blu… recensione film!

Capita di rado che leggo prima il libro e poi guardo il film, stavolta è una di quelle rare eccezioni.

La recensione sul libro la trovate nella sezione apposita (https://anninar.altervista.org/recensione-rosso-bianco-sangue-blu-di-casey-mcquiston/) e non ho cambiato idea neanche guardando il film.

Ma procediamo per gradi: le cose che mi sono piaciute è uno smorzamento della trama, spesso nel libro si trascina per pagine e pagine di nulla. La storia appare più semplice e meno costruita e forse per questo molto più godibile. Gli attori Nicholas Galitzine, principe Henry, Taylor Perez, Alex Claremont, rendono benissimo sullo schermo e hanno un’alchimia unica.

Il cast è stato sicuramente la punta di forza della pellicola, gli attori hanno saputo prendere il meglio dei singoli personaggi e trasportarli fuori dalla carta stampata in modo fantastico.

Passiamo alla parte trama: se il libro spesso procede verso una lentezza snervante, nel film abbiamo una velocità che spesso guasta l’insieme della storia. Nel libro vengono trattati alcuni argomenti che nel film sfiorano soltato. La parte più bella: quella dell’intrigo di chi spiattella ai giornali la storia di Henry e Alex non è assolutamente menzionata, si opta per una più facile soluzione; questo non è mi è piaciuto. La parte del tormento di Alex non c’è, lui SA di essere bisex nel film ma nel libro ci arriva in un certo modo.

Le scene di sesso non mancano nel libro, sono belle spinte e molto presenti ma nel film ammetto che come hanno reso la loro prima volta è stato molto dolce e “pulito”. Hanno dato un assaggio e questo credo sia la scelta migliore.

E’ stata una bella visione, lo ammetto mi è piaciuta. Quindi stavolta la consiglio.

Alla prossima recensione

Di cosa parlerò? Un libro che ho letto!

In ferie senza neanche avvisare! Chiedo venia. Pronti per la recensione di Barbie?

Ragazz* lo so che non si fa, almeno un piccolo aggiornamento avrei potuto lasciarlo ma quando le vacanze chiamano si deve rispondere. Io ho risposto subito, anche perché avevo bisogno di un bello stacco dal periodaccio che stavo passando.

Ma bando alle ciance riprendiamo dalla recensione rimasta in sospeso: il film di Barbie!

Non mi stupisce il successo a livello mondiale del film, stiamo parlando della bambola più conosciuta di generazione in generazione. Anche per il solo fatto che è il modello di perfezione che si è sempre voluto raggiungere, ma anche l’odio viscerale per tutte le paranoie che si porta dietro.

Il film è un susseguirsi di stereotipi che non vogliono essere stereotipi ma che sono stereotipi… insomma una caciara di politicamente corretto che vuole essere politicamente scorretto.

Margot Robbie fa un certo effetto nel ruolo, bellissima e brava, non posso criticarle niente ma c’è qualcosa di forza nel perenne sorriso che le dipingeva il volto forse per questo rende Barbie più “umana”

Ken, ho adorato Ryan Gosling, credo che sia stato perfetto nel ruolo. Come ha raffigurato il compagno di Barbie, perché non c’è Ken senza Barbie, sia stato fenomenale. Ammetto che faticavo anche a stargli dietro a volte.

Il discorsone di America Ferrara, ho faticato a riconoscerla, non fa altro che mettere in piazza quello che pensiamo in ogni momento: il politicamente corretto ha rotto. Non devi essere perfetta ma devi esserlo. Non devi essere magra ma devi esserlo.

Non boccio il film, nell’insieme è stato divertente guardarlo.

La prossima recensione mi sta a cuore… avete visto il film di Bianco Rosso e Sangue Blu?

Io ho letto il libro e ho ben chiaro quello che dirò.

Alla prossima!

The Witcher… quando qualcosa di cui conosci solo il videogioco riesce a catturarti.

Sono una profana di The Witcher conoscevo solo i videogiochi, vi dirò: ho anche provato a giocare ma troppo negata. Quindi quando è uscita la serie ero completamente a secco di info sui libri da cui è tratta.

No mi dispiace non li ho letti, come per GOT sono refrattaria a farlo.

Il Geralt interpretato da Henry Cavill lo trovo perfetto, cavoli lo guardi ed è come vedere quello del videogioco quindi tanto di capello all’attore.

Voglio continuare a essere onesta: ho cominciato la serie perché ero annoiata e avevo bisogno di distrarmi. Lo ammetto la prima è stata davvero in grado di conquistarmi, benché ci siano stati quei salti temporali che non ti facevano capire un tubo (almeno per me è servita una rivisione), fatta bene gli attori sul pezzo e la grafica abbastanza apprezzabile.

Nella seconda ho cominciato a vedere un certo declino sia per l’insieme della grafica quanto per la storia. C’era qualcosa che non riusciva a conquistarmi com’è accaduto per la prima, un declino evidente è il ruolo di Jennifer, maestosa l’attrice pessima scrittura per il personaggio.

Nella terza il declino è stato totale. Forse quello che salvo nella terza serie è Ranuncolo, nell’insieme il suo personaggio continua a evolversi.

Non so quanto abbia influito tutte le polemiche dovute all’abbandono di Henry Cavill, dalla sua interpretazione traspare una sorta di malinconia che pregna il personaggio e gli fa perdere quella verve che avevo avvertito nella prima stagione. Geralt sembra spinto dagli eventi, non li comanda più, e questo lo fa apparire piatto. Cirilla è il personaggio che più brilla in questa stagione e credo sia ampiamente voluto, in quanto anche Jennifer ha perso la grandezza che la differenziava dalle altre streghe.

Il cambiamento di rotta a livello narrativo è visibile anche per una che non sa niente dei libri, anche un ceco vedrebbe come hanno impostato la terza stagione come se fosse una puntata di GOT. Di Game of Throne ce ne uno, non puoi chiudere dei personaggi così attivi in semplici giochi di potere dove diventano delle marionette. Tanto da dire che l’episodio più emozionante è quello dello scontro tra Elfi e Maghi.

Il finale mi ha lasciato l’amaro in bocca, non so come avverrà la sostituzione di uno dei personaggi centrali della storia. Non so quanto il sostituto sarà in grado di reggere un bagaglio come quello lasciato dal Cavill ma IO CONTINERO’ A GUARDARLA. Anche solo per maledire quegli sceneggiatori che devo andare per forza fuori trama quando basterebbe prendere spunto da quella già scritta.

Alla prossima con la recensione del film Barbie.

Indiana Jones… perché rifiuti la pensione?

Diciamolo a gran voce: già il Teschio di Cristallo era un grande No, questo è proprio da un super NO.

Ho amato il personaggio di Indiana Jones, l’archeologo avventuriero interpretato da un grandissimo attore. Il mio film preferito resta L’ultima Crociata, affiancato da un grandissimo nome del cinema: Sean Connery, un gioiello che avrebbe dovuto restare ultimo film di questo personaggio sin troppo perfetto. Ma l’industria del cinema, a corto di vere idee, ricicla e lo fa nel modo peggiore.

Non è la decadenza fisica di un Harrison Ford che resta comunque un grande attore, ma la decadenza di un personaggio che ormai ha detto tutto quello che poteva dire. Potevano lasciarlo nella gloria del suo essere professore, archeologo e avventuriero scopritore di tesori invece di trasformarlo in un nonnetto pensionato, ubriacone e depresso.

Il ruolo della figlioccia poi è spiegato male, nell’insieme non si capisce lei cosa vuole e cerca. Se la volete tutta è il personaggio che più mi sta sulle pa**le.

Mads Mikkelsen, il cattivo per eccellenza nei film qui sembra solo un burattino senza personalità. la sua impronta graffiante viene lasciata nel ricordo dei suoi passati film. Quando davvero poteva essere IL CATTIVO cancellando i predecessori.

Non sto dicendo che è un film brutto ma non mi ha lasciato nulla, il personaggio e tutto il suo contorno ormai non hanno più nulla da dire. Sono entrati nella storia e lì resteranno come icone del passato. Quindi sono più che contenta che Harrison Ford abbia detto che questo è l’ultimo, forse anche lui ha capito che già si è spinto oltre il “ridicolo”.

Come sempre questa è una mia semplice opinione non una verità assoluta.

Alla prossima^^

indizio sulla prossima recensione: The Witcher e non sarò clemente neanche qui.

Il film sui Cavalieri dello Zodiaco… di cui avremmo fatto a meno, almeno io!

Vorrei incominciare con un sospiro, forse perché trovare le parole è troppo difficile… o facile. Dipende dai punti di vista e il mio, allo stato attuale, non è per niente positivo.

Sono della “vecchia” generazione, quella che guardava le puntante giorno dopo giorno e aspettava… aspettava di vedere quelle scale del Grande Tempio finire per vedere la prossima “casa”. Sono della generazione di OdeonTV, quando tutta gasata nello scontro tra Ioria e Pegasus arriva Cassios… poi il vuoto. Non si capiva perché o per come non li trasmettevano più ma tu continuavi ad aspettare e li ritrovavi quando stavano a scongelare Cristal nella casa della Libra.

Sono della generazione che per anni ha perso lo scontro più figo della serie del Grande Tempio: Virgo contro Phoenix. L’apoteosi dei dialoghi e due mostri sacri del doppiaggio.

Lo so sto allungando ma era doveroso per farvi capire che questo film per me non si doveva fare.

Lui ci prova ed anche carino come attore ma non ha nulla del carisma di Pegasus, sembra una copia sbiadita e senza “cosmo” anche se poi alla fine lo trova ormai io ero stanca di aspettarlo.

Lei… ecco lei la preferisco di gran lunga nell’anime o manga, giuro a un certo punto ho sperato che non fosse la rincarnazione di Atena ma la classica bimba minkia che passava di lì.

Lei è interessante come personaggio, ammetto che ha catturato il mio interessa peccato che resta sullo sfondo e non si capisce bene cosa vuole.

Lui il più figo, cioè ha fatto il salto di qualità a 360°. Lo adorato, talmente surreale da non essere il Mylock dei Cavalieri dello Zodiaco e forse talmente fuori personaggio manga che ha spiccato su chiunque.

Cassion con questo film ha avuto quello che l’anime e il manga gli hanno sempre negato, quindi non me la sento di inveire contro di lui.

Lui dovrebbe essere il “mio” Phoenix. Niente da dire molto caruccio e cazzuto, ammetto che il suo ruolo è stato nascosto fino a un certo punto poi lo fanno sgamare senza patos.

Lui, un attore come lui. Ho maturato l’idea che ha accettato la parte solo per non perdere la sua abituale passione per i personaggi “morenti.”

Non voglio stroncarlo ma sembrano pupazzi senza anima, Castalia su tutti. L’unica cosa che salvo è: si sono passati una mano sulla coscienza e non si sono sentiti Fulmini di Pegasus o Ali della Fenice, e per questo… solo per questo… ma si vale la pena di guardarlo.

Alla prossima!

spoiler: pronti per la mia recensione su Indiana Jones?

La Sirenetta cartone animato… intoccabile!

Sarà l’età? Può essere.

Sarà la malinconia? Ci può stare.

Sarà che ero al cinema quando uscì? Assolutamente sì.

Sarà che è stato l’ultimo album di figurine? Non posso negarlo.

Per quanto non voglia fare la boomer della situazione la Sirenetta del 1989 è inarrivabile. Questo è l’ultimo film della Walt Disney che mio padre ci ha portato, a me e mia sorella, a vedere al cinema prima di fancularci con un bel: ora siete grandi! Cosa non affatto vera.

Sta di fatto che questo live action rispetto agli altri non mi è arrivato. Facciamo cadere ogni polemica: non me ne frega niente di Ariel Afro o Eric principe avventuriero, alla fine il politicamente corretto è questo o ve lo prendete come ve lo propongono oppure gli fate la guerra spietata.

Nell’insieme la parte infondo al mare è quella che mi ha convinta di meno, come se si vedesse troppo la finzione. Non so come spiegarmi ma il corpo sembra scollegato, insomma si vede che è tutto fatto al computer… male. Soprattutto Sebastian che non è paragonabile a quello del cartone, capisco anche che la lotta con il cuoco era impossibile da gestire.

Lei è il personaggio migliore. Oddio un pochino troppo DragQueen ma effettivamente spicca su tutti, anche per la voce che resta identica al cartone. Che però perde la sua verve nel momento in cui si trasforma in umana, per la verità quella parte è fatta proprio male e non so per montaggio o altro ma è confusa.

Nell’insieme non boccio il film, gli attori sono bravi e le canzoni molto belle. Certo chi come me ha vissuto l’uscita al cinema è difficile vederlo come La Sirenetta ma è un buon prodotto per le nuove generazioni… si sono una boomer.

Alla prossima^^

Quando la vita prende troppo spazio!

Rieccomi qui! Lo so il mio ultimo aggiornamento sembra così lontano, neanche tanto, ma per me è stato un periodo davvero frenetico.

Chi mi segue su Facebook sa di cosa sto parlando, mentre per chi non lo fa: mia madre ha subito un operazione importante. Ho messo in standby la mia vita, in tutti i sensi, ogni cosa ruotava intorno a casa, lavoro, papà, sorella e soprattutto mia madre. Non vedevo altro e non sentivo altro. In questo mese sono diventata la copia sbiadita di me stessa e purtroppo sarà così ancora per un po’, però all’improvviso mi sono guardata alla specchio e quello che ho visto non mi è piaciuto.

Quindi ho deciso di riprendere in mano la mia vita, non come ha fatto Bridget Jones qui gli uomini non c’entrano e neanche i chili di troppo, e tronare a rilanciare la mia “scarsa” vita da scrittrice.

Al momento i miei personaggi scappano da me, mi sembra giusto quando bussavano loro io gli ho chiuso la porta in faccia, quindi andando con ordine riprenderò il blog con le mie recensioni.

Parto con il dirvi che non ho letto molto ma alcuni libri di cui non vi ho ancora parlato.

Ma siamo anche in pieno periodo di serie tv, quelle ne ho vite alcune: And just like that, The Witcher, Glamorous. Film: La sirenetta, Indiana Jones, Cavalieri dello Zodiaco, Mission Impossible.

Insomma ho tanto bel materiale e non vedo l’ora di farvi leggere le mie opinioni. parto domani con un film che è la quinta essenza del ricordo

Parliamo di antologie… Short But Sweet!

Come un po’ tutt* gli autori che cercano di farsi conoscere ho partecipato a qualche antologia gratis, le mie storie free le trovate sui portali Wattpad o Ao3 ma penso che le metterò anche sul blog, Short but Sweet è una serie di antologie a cura di Cathlin B., e prende il nome dal suo gruppo FB Short but Sweet – un insolito angolo tranquillo.

La prima che posto è quella Maschere, una serie di storie incentrate proprio su quella copertura che mettiamo o sul volto o sul nostro io per non mostrarci. Ogni autrice che ha partecipato ha portato un piccolo gioiello che vi consiglio di leggere.

Nel mio piccolo ho preso spunto dal mio primo romanzo Profumo di Stella e ho portato la mia personale visione di Maschera. https://www.wattpad.com/story/143949542-mille-maschere-un-solo-profumo

It ends with us… recensione!

Mi farò dei nemici? Probabilmente sì ma chi non risica non rosica… diciamo anche che io e il politicamente corretto non andiamo per nulla d’accordo. Meno male!

Ho preso questo libro perché lo vedevo in ogni dove: Instagram, TikTok, Facebook, librerie addirittura sotto la fermata del tram a Basilea(lasciano libri o oggetti che possono servire/volere qualcun altro) qui capirete che quando mi è stato proposto l’acquisto a pochi euro mi sono fiondata.

Una caduta libera senza paracadute… ahh com’è stato pesante leggerlo.

Non mi ha conquistato il modo di scrivere di Coleen Hoover, c’è qualcosa nel suo modo di scrivere che mi ha reso pesante (stressante) la lettura. La trama è abbastanza scontata e il tema trattato (la violenza) non è stato per nulla approfondito o delineato. Mi dispiace ma qualsiasi libro dove si tratta argomenti “seri” per quanto romance non possono essere trattati con leggerezza; ci vuole tatto e conoscenza. Inoltre il perdono? Non fa per me: la violenza non è perdonabile.

Non voglio parlare delle incongruenze che ci sono, i personaggi che non appaiono mai delineati ma sembra sempre che gli manchi qualcosa.

E’ il primo libri che ho letto di questa autrice, non voglio stroncarla magari ho scelto la storia sbagliata. Non tutti i libri vengono “vissuti” allo stesso modo, quindi può darsi che acquisterò ancora qualcosa di suo.

Lo consiglio? No, ma chi sono io per impedirvi di comprarlo?

Alla prossima!

Memoria delle Piume – Il risveglio del Drago! – romanzo free per chi vuole conoscermi

Wattpad: https://www.wattpad.com/1188924904-memorie-delle-piume-il&#8230;

Buon 1 Maggio!
Cavoli siamo arrivati già a maggio e io sono indietro con tutto, quando dico tutto intendo proprio che ho la vita in standby. Purtroppo questa stop forzato è dovuto a una serie di problematiche, che non mi va di spiegare.
Quindi siccome le letture latitano, anche se voglio scrivere una recensione su un libro che in molti hanno apprezzato (io no) per ora invece parlo di altro.
I romanzi free, storie non a pagamento su Wattpad, sono un'arma a doppio taglio in quanto, almeno le mie, non sono editate o betate quindi hai voglia di errori e incongruenze che ci posso essere. Però lo trovo un buon metodo per farsi conoscere, o odiare dipende dai punti di vista.

Voi cosa ne pensate?

Alla prossima^^

Letture mese di Marzo, recensioni!

Sparisco e appaio che mago Merlino scansate proprio. Sono altalenante a portare avanti il blog perché sono in fase isterico andante, quindi mettermi a scrivere mi diventa motivo di altro stress.

Ma oggi ho voglia di “consigliarvi” alcuni libri che ho letto nel mese di marzo. Sono tutti romance MM e devo dire che alcuni autor* sono una bella scoperta.

https://www.amazon.it/Solo-andata-J-V-Sinclair-ebook/dp/B0B9BWM516/

Gianni, che è il personaggio che si prende la scena, e Brendan danno vita a un racconto intenso. Ecco leggendo è questo che ho sentito forte: intensità. I personaggi sono costruiti bene, non sono perfetti ma hanno quelle sfaccettature che li rendono reali e questo per me è fondamentale in una bella lettura.

La bella Calabria fa da sfondo alla vicenda che li vede coinvolti, con altri personaggi secondari si ma di grande spessore.

Come sapete non amo fare una recensione dettagliata, un libro va letto e questo ve lo consiglio vivamente.

https://www.amazon.it/gp/product/B076HXHM46/ref=dbs_a_def_rwt_hsch_vapi_tkin_p1_i6

Nuel è sempre una conferma di garanzia. Garanzia di una bella lettura, coinvolgente e di ritmo.

Ho avuto un particolare amore/odio per questo libro ma superato l’ostacolo iniziale, si proprio l’inizio che per gusto personale mi ha fatto storcere il naso, ho adorato i Ray e Jason. La loro è una storia travagliata intervallata da momenti di grande tensione, ma l’amore quando c’è si vede e riesce ad avere la meglio.

Bello. Bello. Lo consiglio.

https://www.amazon.it/CODICE-ROSSO-LORENZO-RICHARD-EMERGENCY-ebook/dp/B0BT8NMYX4/

VERONICA REBURN e ALICE V. LONGBOW la rivelazione. Credo, spero di non sbagliare, che questo sia il primo libro per queste due autrici di talento. Non è un genere che amo ma la lettura, andando sempre più avanti, mi ha preso tanto da farmi divorare le pagine senza rendermene conto. Quindi ambientazione medici e infermieri, fanno da sfondo alla storia tra Richard e Lorenzo ma ci sono altri personaggi, il libro fa parte di una serie quindi nei prossimi saranno sviluppati… almeno spero.

Per gli amanti di ER e affini lo consiglio. Loro hanno davvero stile, il libro è curato.

Bene queste sono le mie letture.

Come sempre non recensisco mai negativamente, anche perché quando il libro non mi prende resta non letto.

Alla prossima.

Lo so! Vi sono mancata.

Quando la vita chiama bisogna rispondere, ovvero quando si hanno troppi pensieri scrivere è l’ultima cosa che ti passa per la testa.

In questo periodo ho avuto talmente tanto da fare da non riuscire a stare dietro a NULLA. Zero proprio. Ma ho tantissime novità di cui parlarvi.

La prima fra tutte che Il Principe Dimenticato, la mia ultima pubblicazione, sta andando davvero molto bene. Ben oltre le mie aspettative. Se avete voglia di leggerlo lo trovate qui, anche il Kindle Unlimited: https://www.amazon.it/gp/product/B0BTXLW7CW/

Leggetelo e fate un piccolo viaggio nelle terre baciate dal sole e per lo più coperte dal deserto.

Ma non solo questo, la mia collaborazione con la Triskell Edizione è cessata quindi mi sono tornati indietro i diritti del Il Ponte delle Danze Macabre. Piango tanto per la cover che non potrò usare più. Non disperate perché tornerà in una nuova versione molto presto.

Ci sono novità anche sul fronte letture ma qui voglio dedicare più tempo. Vi dico solo che nei prossimi aggiornamenti vi lascerò le recensioni dei romanzi Rainbow che ho letto in questo mese. Sono tanti perché ho avuto un mese gratis di KU su Amazon, quindi ne ho approfittato.

Bene vi lascio qui ma non per tanto^^

Alla prossima!

Release Day… Il Principe Dimenticato è online!

https://www.amazon.it/Principe-Dimenticato-Annina-R-ebook/dp/B0BTXLW7CW

Ragazz* ci siamo il mio nuovo romanzo è online.

Posso ammettere che è sempre una grande emozione quando è in vendita, la paura che segue è adrenalinica quanto deprimente, dipende da come andrà.

Non voglio dire niente: se siete appassionati di scenari da Mille e una Notte, se quelle notti sanno di deserto e sole caldo, dove intrighi e amori si intrecciano tra loro in una ragnatela dove si rimane invischiati finché non si uccide il ragno tessitore… allora questo libro fa per voi.

Non dimentichiamo l’amore, Arad e Kian, che prova a vincere contro ogni ostacolo. Un pizzichino di Hot che ci vuole sempre… questo è molto altro nel IL PRINCIPE DIMENTICATO.

Alla prossima^^

La recensione della mia Editor… Il Principe Dimenticato. Il 21 Febbraio si avvicina, ma è in preorder su Amazon.

Questa è la recensione che aspettavo. Lei conosceva bene il romanzo e lo ha letto quando ancora era ancora un ibrido con buone basi.

Nuel è stata la mia editor per Il Principe Dimenticato, ha un blog dove lascia molte recensioni di romanzi ed è lei stessa un bravissima autrice. Vi consiglio di seguirla.

Vi lascio il link della recezione, ma la metto anche qui ricordando sempre che il copyright appartiene al blog CHI FA DA SELF:

http://chifadaself.altervista.org/il-principe-dimenticato/

Il Principe Dimenticato, di Annina R, è un romance fantasy dall’ambientazione arabeggiante. Tra le sabbie del deserto si racconta di un principe senza nome, ma il principe guerriero Arad conosce la verità dietro la leggenda perché il Principe Dimenticato lui l’ha incontrato e se ne è innamorato.

Il principe in questione è Kian, un giovane algido, dalla bellezza straordinaria, tale da indurre il suo stesso padre a rinchiuderlo e ad abusare di lui sin da quando era un bambino.

L’amore tra i due giovani termina in modo tragico, per un tradimento. Arad rischia la morte; Kian viene abbandonato, l’amore si tramuta in odio.

La guerra, poi, li fa reincontrare. Kian e Arad sono stati vittime di un inganno, ma chi ha voluto separarli? E perché?

Intrighi, tradimenti, torbidi segreti, omicidi e amore si intrecciano nelle pagine di un romanzo dal sapore esotico pieno di avventura e mistero.

AMBIENTAZIONE:  E ½

La vicenda si svolge prevalentemente nel palazzo della città immaginaria di Ilàm. Prima di arrivarci l’autrice ci regala degli scorci di un’oasi e della città stessa, ma del palazzo vediamo poco. Avrei voluto leggere più dettagli per poter immaginare meglio gli ambienti, ma la storia è abbastanza densa da distogliere il lettore da questa mancanza e, comunque, quello che serve c’è.

PERSONAGGI: 

Oltre ai due protagonisti, ci sono quattro comprimari degni di nota. Confesso di aver faticato a empatizzare con Arad al principio: è una testa calda, irruento, uno che agisce d’impulso e ragiona poco. Arad è sanguigno e il suo aspetto riflette la sua indole. Inoltre è un figlio illegittimo ed è il più giovane dei figli del padre. Queste caratteristiche giustificano il suo comportamento a tratti inadatto a una corte, le libertà maggiori di cui ha goduto rispetti ai fratelli. Arad non è stato educato per diventare re, anche se forse ne avrebbe l’indole. Lui è il personaggio che maggiormente calamita l’interesse del lettore e ruba la scena e, ovviamente, non poteva che innamorarsi di qualcuno che è il suo opposto.

Kian è in apparenza freddo, privo di sentimenti, un bellissimo involucro che troppo spesso viene considerato vuoto. Ha subito gli abusi del padre fin da piccolo e per quanto il suo guinzaglio si sia allentato, le catene che lo legano fanno ormai parte di lui: potrebbe fuggire, ma non lo fa. Kian aspetta di essere salvato o di compiere il destino per cui è nato: essere schiavo di un padrone crudele. Eppure in lui ci sono orgoglio e dignità, un mix di fatalismo e desiderio di libertà che lo rendono un personaggio affascinante e sfaccettato.

E poi ci sono i fratelli e il migliore amico di Arad e il cugino di Kian. Sebbene non siano approfonditi come i protagonisti, sono personaggi interessanti, nel bene e nel male. I fratelli di Arad sono diversissimi tra loro eppure hanno in comune alcuni aspetti che derivano da una cultura e una educazione che li fa identificare come fratelli. Sono il prodotto di una terra brutale in cui bisogna essere capaci di uccidere per sopravvivere, guerrieri coraggiosi, ma anche strateghi dotati di ingegno.

Se Faraz ha spesso atteggiamenti sopra le righe, da fanfarone, gli fa da controparte Tispe, il fratello che, dopo un passato di ribellione, si è riconciliato col padre.

Naser, l’amico fidato di Arad, ricorda alcuni personaggi della commedia classica: è il servo furbo, trafficone, ma sempre dalla parte di Arad. A tratti diventa una spalla comica ed è fondamentale per mantenere leggero il clima della storia.

Infine c’è Hesìam, il cugino di Kian, il suo unico amico e confidente. Hesìam è un personaggio che passa inosservato o quasi per la maggior parte della storia. È il prototipo del perfetto servitore.

TRAMA: 

Nonostante qualche scelta un po’ scontata e alcuni passaggi un po’ troppo veloci, la trama del Principe Dimenticato è intrigante. Presenta più ingredienti del classico romance e li ha ben dosati e mescolati. In particolare ho apprezzato gli aspetti dell’intrigo, i personaggi doppiogiochisti e la sensazione, fin quasi alla fine, che qualcosa potrebbe andare storto per i protagonisti.

SCRITTURA: 

L’autrice ha lavorato parecchio su questo testo e si vede: la scrittura è chiara, scorrevole, abbastanza coinvolgente. Ci sono alcuni infodump e manca ancora qualcosa, ma è sulla buona strada e merita un incoraggiamento.

DIALOGHI: 

Qualche volta i dialoghi sono un po’ innaturali, troppo impostati, i personaggi sono estremamente assertivi, ma mi sembra una caratteristica in linea con la loro caratterizzazione. Sono principi, re, generali arroganti e abituati a dare ordini, a farsi strada con la forza bruta.

SCENE HOT:  E ½

Sono poche e poco descrittive, ma l’autrice riesce a costruire una buona tensione tra i protagonisti. Anche in questo caso non mi sarebbe dispiaciuto qualcosa di più, ma quel che c’è rende bene l’idea.

Il Principe Dimenticato è in vendita su: Amazon

Altre recensioni in anteprima. Non manca molto al 21 febbraio… Il Principe dimenticato.

Ragazz* manca poco e altri due stimati blog hanno accettato di recensire in anteprima il mio romanzo: Il Principe Dimenticato. Vi lascio il link e la recensione, ovviamente il copyright va ai rispettivi blog che le hanno pubblicate.

La prima recensione è di NewBookink, Grazie Barbara

https://bookinkblog.blogspot.com/2023/02/recensione-in-anteprima-il-principe.html?fbclid=IwAR3p5ug9FaRAX_qNW0APgvOpwHY6qSFwQ3f8GlMp-a-Io2X6f9L5I979ep4#.Y–EZ0KOo4w.facebook


Gli pesava dichiarargli ancora una volta il suo amore. Un amore che nulla riusciva a spegnere. Non c’era orgoglio, silenzio, menzogna, lui lo amava e niente avrebbe cambiato quel sentimento.

Intrighi e passione!

Il principe dimenticato” è una storia di ossessione e lussuria, amore e brama.

In un lontano tempo, in un mondo dominato da re e potere, un uomo è solo un “possesso” che diviene il fulcro attorno al quale ruotano, come cani rabbiosi, egoismo e violenza.

Arad e Kian, due giovani che si sono incontrati per destino o pianificazione umana, due giovani che tra schermaglie e lotte iniziano a provare sensazioni nuove e insopprimibili, emozioni che divengono negli anni un amore totalizzante e incancellabile.

Arad è un principe guerriero “bastardo”, un uomo solare e socievole ma, allo stesso tempo, racchiude il cuore di un combattente che lotta per la giustizia, per scoprire la verità celata e per non dimenticare quell’amore da cui crede di essere stato tradito. 

Un assedio, una città che cade, un tradimento e un assassinio portano a un massacro, riportano alla superficie ciò che il cuore non riesce più a negare. 

Ritrovare colui che si è creduto perduto, colui che vive ancora prigioniero della perversione umana, lo portano a lottare per la verità.

Kian, un principe dimenticato, rinchiuso da sempre dall’ossessione malata di un padre abusante e perverso. 

Solo poche occasioni per riuscire ad evadere da una prigionia alienante, ore per respirare e sentirsi vivo. 

Una libertà che è amore verso quel giovane che ha infranto ogni sua mura difensiva. 

Un amore che risiede in un nome, Arad, un uomo che credeva perduto per sempre nella morte.

“Credimi, se c’è una cosa che ho compreso in questi giorni è che nulla è impossibile. Nessuno è innocente e alla fine chiunque può portare una maschera a nascondere il vero io.”

Annina R. ci trasporta in una terra lontana tra inganni e follia, intrighi e tradimenti. 

Ci intriga alla ricerca della verità lungo un cammino periglioso che può costare la vita a chi abbiamo imparato ad amare. 

Tra sotterfugi e macchinazioni mortali tentiamo di scoprire chi si cela dietro ogni inganno.

Riusciranno Arad e Kian a liberarsi dal giogo di una macchinazione infida e tagliente o soccomberanno nel provarci?

Il principe dimenticato” ci parla di un sentimento puro che tenta di sopravvivere nell’oscurità umana, di due giovani che desiderano solo vivere liberi, liberi di amarsi senza catene a trattenerli. 

Da leggere.

Cominciava a non sentirsi più come qualcuno che stava per annegare in un mare in tempesta, ma come un naufrago salvato da una nave di passaggio che gli aveva dato la possibilità di raggiungere la sua metà.

La seconda è del Il Mondo degli M/M. Grazie Milena G.

Recensione: “Il principe dimenticato” è un romanzo di fantasia, con personaggi, Arad e Kian, e ambientazioni di fantasia ma che, da come l’Autrice ce li ha descritti, sembrano tutti reali perché è riuscita a fare volare la mia di fantasia e penso che questo sia lo scopo principale sia per chi scrive che per chi legge.
È un racconto in cui nulla manca, gli intrighi, i segreti, la violenza, i sotterfugi ma anche, con evidenza, ci sono l’amore fraterno, il pieno appoggio dei migliori amici e soprattutto l’amore romantico per la persona che il cuore ha scelto e che nulla può reprimere, nè l’odio e nemmeno i dubbi. È un romanzo che si legge quasi con voracità, sia perché scritto in modo lineare, secondo il punto di vista di entrambi i personaggi, che rende la lettura fluida; pagina dopo pagina lascia sempre una certa curiosità sul dopo, e anche se a un certo punto si può intuire parte del mistero quello che incuriosisce è il perché di certe azioni che giustamente vengono rivelate solo nel finale.
Sicuramente consiglio la lettura di questo libro.

Milena G.

Ringrazio di cuore i blog che hanno letto in anteprima il mio romanzo.

Alla prossima^^

Manca poco al 21 Febbraio, prima recensione!

Ragazz* ci siamo, ho l’emozione sale a mille^^

Oggi è arrivata la prima recensione in anteprima da parte di un blog che stimo molto e seguo da tempo Love Is All Around, che ha valutato il mio romanzo con una bellissima recensione a quattro stelle.

Vi lascio il link e vi copio la recezione, tutti i diritti vanno al blog Love Is All Around

Recensione in anteprima “Il Principe dimenticato” – Annina R.

Pubblicato il 

Titolo: Il Principe dimenticato
Autore: Annina R.
Genere: Fantasy, Royal
Casa Editrice: Self Publisher
Prezzo: 2,99€
Link all’acquisto: Il Principe dimenticato

SINOSSI

Arad e Kian rubano pochi istanti di passione sulle rive di un’oasi sperduta nel deserto di Aresia.
Kian è prigioniero di un padre crudele, la sua stessa esistenza è un segreto, il suo nome è condannato all’oblio, ma Arad è pronto a tutto per il suo amore, anche a sfidare la morte.
Ma quando Kian attenta alla sua vita, tutte le sue certezze vacillano.
Possibile che proprio Kian lo voglia morto? Chi altri conosce l’esistenza del principe dimenticato?
Un mistero si nasconde dietro il tradimento di Kian, e Arad vuole risolverlo a qualsiasi costo quando, con l’esercito del padre, conquista la città di Kian.
Antiche rivalità, scontri e vendette non basteranno a dividere i due principi, che metteranno in gioco le proprie vite per scoprire chi si cela dietro la maschera del traditore.
Chi odia tanto il principe dimenticato da ordire un piano tanto intricato per farlo soffrire?

Evelyne2

Il principe dimenticato” è la prima opera che leggo di Annina R. Quest’autrice mi aveva sempre incuriosita, ma non avevo mai avuto l’opportunità di leggere qualcosa di suo e con l’uscita di questo fantasy non potevo certo tirarmi indietro. Amo le storie con un tocco di originalità e questa lettura è arrivata proprio nel momento giusto.
Arad e Kian sono i protagonisti di questa storia, due giovani innamorati e costretti a separarsi a causa di un evento avvolto nel mistero. Arad è un principe forte e irruento, dolce e passionale, vede in Kian un uomo da amare e sostenere. Non è mai stato influenzato dal passato del giovane e lo ha sempre apprezzato per il suo carattere all’apparenza freddo e scontroso. Arad è l’esempio di come sia possibile amare nonostante i fraintendimenti e la lontananza. In lui ho rivisto molti dei protagonisti che in passato ho amato, perché la sua personalita è impossibile da dimenticare. Sincero fino all’ultimo e convinto delle proprie scelte, mi ha fatto sorridere in più di un’occasione per il suo modo di porsi verso i suoi sottoposti e il suo migliore amico. Sebbene abbia dovuto affrontare numerosi ostacoli e perdite, la speranza non lo abbandona mai, specialmente quando si tratta di aiutare l’uomo di cui è innamorato, che ha attentato alla sua vita. Utopistico forse, ma ammirevole.
Kian è il principe dimenticato, un personaggio che a volte rimane sullo sfondo a causa del suo carattere difficile, ma che conquista il lettore con la sua forza di volontà e la voglia di ricominciare nonostante la violenza subita in passato. È un uomo con un animo forte e una dolcezza nascosta sotto tanti strati di orgoglio e paura. Sicuramente la persona giusta per rimanere al fianco di Arad, che ha così tanto amore da dare.
Mentre proseguivo con la lettura mi sono chiesta più volte come mai l’autrice non si fosse soffermata di più per mostrarci come è nato l’amore. Abbiamo molto del presente, ma il passato rimanere spesso nell’ombra malgrado sia il centro di tutto. Quello che accade ora non può essere slegato dagli eventi che hanno portato il popolo di Arad a invadere la città di Kian. Alcuni passaggi ed evoluzioni mi sono sembrate superficiali, ma nel complesso è una storia che mi ha catturata e non ho mai interrotto la lettura dal primo momento in cui ho letto la pagina iniziale.
Non conoscevo ancora lo stile dell’autrice né la sua penna. Mi è piaciuto poter leggere una storia che sicuramente esce fuori dagli schemi e dà al lettore l’opportunità di immergersi in un mondo nuovo, con personaggi unici e intrighi, forse un po’ troppo scontati, ma pur sempre interessanti.

4

Rullo di Tamburi… il 21 febbraio uscirà Il Principe Dimenticato!

Segnatevi la data il 21 febbraio sarà disponibile su Amazon la mia ultima fatica. Quando dico fatica non lo faccio così per dire, davvero questo romanzo è stato una grande fatica. Dalla stesura all’editing, dalle cover alla segnalazione dei blogger. Insomma è stato un surplus di emozioni che culmineranno il 21 febbraio.

Ovviamente ho una minima speranza di essere letta, come al solito, ma spero tanto che chi avrà voglia di acquistarlo mi lasci un piccolo feedback, senza insulti quelli già me li faccio da sola ^^

Il Principe Dimenticato è in preorder, vi lascio il link:

https://www.amazon.it/Principe-Dimenticato-Annina-R-ebook/dp/B0BTXLW7CW

Che altro dire, non amo auto celebrarmi ma lasciare libero il lettore di scegliere di leggermi.

Alla prossima^^

Cover Reveal del Il Principe Dimenticato!

Ragazz* emozioni a mille, intoppi come sempre, ma eccoci alla presentazione della cover e quarta di copertina del mio prossimo romanzo.

Un fantasy, male to male, dal sapore Medio Orientale. Lasciatevi avvolgere dai profumi del deserto, dal calore del sole. Entrate tra le mura di Ilam, perdetevi tra inganni e passioni dove solo l’amore può vincere. Arad e Kian vi aspettano.

Arad e Kian rubano pochi istanti di passione sulle rive di un’oasi sperduta nel deserto di Aresia

Kian è prigioniero di un padre crudele, la sua stessa esistenza è un segreto, il suo nome è condannato all’oblio, ma Arad è pronto a tutto per il suo amore, anche a sfidare la morte. 

Ma quando Kian attenta alla sua vita, tutte le sue certezze vacillano

Possibile che proprio Kian lo voglia morto? Chi altri conosce l’esistenza del principe dimenticato? 

Un mistero si nasconde dietro il tradimento di Kian, e Arad vuole risolverlo a qualsiasi costo quando, con l’esercito del padre, conquista la città di Kian. 

Antiche rivalità, scontri e vendette non basteranno a dividere i due principi, che metteranno in gioco le proprie vite per scoprire chi si cela dietro la maschera del traditore. 

Chi odia tanto il principe dimenticato da ordire un piano tanto intricato per farlo soffrire? 

Quanto mi è piaciuta la serie di Mercoledì?

Ragazz* perdonate l’assenza ma è stato un bel periodo pieno, però vi informo da oggi che i prossimi articoli saranno dedicati al mio romanzo in uscita^^ Un pochettino fatemi vantare della mia ultima fatica, anche se nu ve frega niente.

Ma passiamo all’argomento del giorno: Mercoledì, e non sto parlando del giorno, di metà settimana, che ti fa sentire più vicino al weekend, ma della serie di Netflix.

Purtroppo io sono una Mercoledì, senza Mano a sostenermi, e questo ha reso la visone della serie ancora più interessante. Il messaggio di base, gli emarginati, è attuale perché le persone “strane” (che poi non lo sono) vivono questa sorta di insofferenza in situazioni e con persone con cui non si ritrovano. Eppure è bello vedere come la diversità si mescola, il fatto che siano tutti ragazzini poi rende il messaggio ancora più forte.

Ok questa è la cosa che andava detta ma ora passiamo al resto.

Questo è il rapporto che mi è piaciuto di più, gli antipodi che si mischiano insieme senza perdere quel leggero astio che fa tanto amicizia vera. Insomma sotto sotto è affetto ma con una buona dose di distanza. I protagonisti maschili non mi hanno fatto impazzire, ma credo che sia perché nessuno di loro ha avuto un grande impatto, per me, come recitazione.

La trama è un NI, sono stati bravi a sviare un paio di volte sul vero cattivo e ammetto di aver urlato alla fine: ma che cavolo lo sapevo che era l**, quindi anche se molto basica bravi gli autori a tenermi incollata per capire il cattivone.

Nell’insieme la serie è godibile, ci sono dei bei momenti e questo dark gotico fa molti Tim Burton, che adoro. Quindi se non avete ancora visto Mercoledì ve consiglio. Ultima cosa: quanto era figo il vestito del ballo? Non ho più l’età ma… lo voglio!

Alla prossima

La dura vita di un’autrice Self… quando sta per pubblicare!

Ragazz* non so come spiegarlo ma davvero sono stressatissima. Non potete immaginare, chi è autore lo sa, quanto sia difficile stare dietro a una pubblicazione in self, le piccole cose che devo essere incastrate una dietro l’altra come in una perfetta catena di montaggio… la mia purtroppo è saltata e questo mi ha fatto fare il doppio della fatica.

Devo ringraziare quella santa donna della mia editor per non aver fanculato tutto il progetto, quando si dice: avere un angelo al tuo fianco… però è anche diavolo perché è stata lei a insistere sulla pubblicazione. Quindi dovrei darle tutta la colpa? Ma anche no, sono felicissima, schizofrenia a parte, di presentarvi il mio prossimo romanzo.

Fatevi avvolgere dalle notti d’Oriente, tra spezie e bazar… no quello è un’altra cosa. Qui ci sono le notti dìOriente ma niente tappeti volanti, lampade magiche e desideri… più che altro ci sono intrighi di potere, vendetta e amore ma anche dolore, sopraffazione e umiliazione. Insomma una storia che spero vi lasci innamorati di Arad e Kian.

Gustevi il booktraiel e restate sintonizzati perché presto svelerò la data di uscita.

Alla prossima^^

Potevo tornare solo il giorno della Befana!

Buona Epifania a tutt*, lo so che mi avrete pensato: ma questa che fine a fatto? Se non lo avete fatto almeno lasciatemelo credere. Posso dire che mi dispiace da morire aver abbandonato il blog ma il tempo a mia disposizione era davvero tirato, e fatto non trascurabile la stanchezza mi ha reso pigrissima quindi alla fine ho preferito il letto a qualsisia altra cosa. Almeno nei momenti in cui potevo permettermelo.

Passiamo alle cose serie: prima di tutto ho una grandissima NEWS, come vi ho aggiornato l’ultima volta il nuovo anno reca con se la mia prossima pubblicazione. Si, sebbene non fossi così convita di farlo alla fine Il Principe Dimenticato vedrà la luce. Quando? Sicuramente nel mese di febbraio ma il giorno ancora non posso dirlo. Vi lascio un piccolo assaggino.

Ma oltre a questo passiamo anche alle recensioni. Ho letto? Ma neanche mezza pagina, purtroppo il libro di cui volevo parlarvi giace fermo alla settima pagina. Mentre per le serie tv sto recuperando Mercoledì, spero a breve di lasciarvi la mio opinione. Vi anticipo anche che, da appassionata storica delle Royal Family, ho deciso di mettere qualche articolo di gossip che riguarda proprio la docuserie di Harry e Meghan e il libro che uscirà a breve.

Pensate che ho finito? Giuro che manca un’ultima cosa. Come sapete ho un profilo Wattpad dove posto quei romanzi, non editati, che non reputo da pubblicazione e oggi ho finalmente aggiornato sia un FM contemporaneo che un MM fantasy.

Memoria delle Piume – Il risveglio del Drago, Thriston è sempre più sofferente ma presto riceverà anche un altro colpo proprio nel momento più difficile.

Il segreto del mio insuccesso, daisy è sempre più spedita nel mettere in atto il suo piano per farsi valere sulle perfida cugina.

Mi sembra di avervi detto tutto, come sempre vi invito a scrivermi per farmi conoscere la vostra opinione.

Alla prossima

Auguri di buon Natale!!

Sono viva, a metà, ma con tante nuove sorprese in arrivo. Spero già dalla settimana prossima di lasciarvi un piccolo assaggio della mia prossima pubblicazione.
Mi sarebbe piaciuto farvi un regalino di Natale, purtroppo i miei impegni sono stati troppi e anche questo momento me lo ritaglio tra mille "faccende".
Ragazz* vi auguro di passare un sereno Natale, per capodanno poi ci sentiamo ;) , di scartare i regali nel caldo abbraccio delle persone a voi care. Non sentitevi in colpa se mangiate un dolce in più e mi raccomando mantenete viva la tra dizione di "sbattere" il pandoro per mettere in modo uniforme lo zucchero a velo.
Alla prossima^^
Ricordatevi che Nathàn e Thriston, Ares e Daesy, vi aspettano ;)
AUGURI!!!

La Biblioteca delle ultime opportunità… che libro!

Eccomi con una nuova recensione^^

Sempre più in ritardo ma i ritmi frenatrici del Natale non risparmiano neanche un Grinch come me!

Non so se avete già finito i regali, che sono un terno a lotto anche per chi si conosce alla perfezione, allora cosa c’è di meglio di un libro?

I libri sono mondi, ogni storia è un modo per scoprire se stessi soprattutto quando sono affini a chi li legge, ecco perché oggi voglio consigliarvi: la biblioteca delle ultime opportuna di Freya Sampson.

La storia di June Jones non è questa grande novità ma l’insieme corale del libro è un inno alla fiducia in se stessi, a non lasciarsi andare e che nascondersi non serve a niente… prima o poi la vita ti spinge a “uscire” fuori.

Ho adorato l’importanza che si da alle biblioteche comunali, di contea in questo caso, che suono luoghi dove lenire la solitudine e trovare qualcuno che può darti una mano.

Se avete voglia di libro che vi dia coraggio ve lo consiglio.

Alla prossima

News! News! Prossima pubblicazione!

Lo so non lo stavate aspettando, effettivamente non vi ho dato nessun indizio, ma il 2023 vedrà nascere un mio nuovo romanzo. Si, dopo tanti tentennamenti e paure mi sono decisa a mettere in piazza i miei bimbi: Arad e Kian, che spero vi piacciano; io mi sono divertita tantissimo a scrivere di loro.

Parliamo di un MM, romance, fantasy con un tocco di dark che non gusta mai e tanti intrighi in cui si troveranno invischiati i nostri eroi.

Ma non mi dilungo troppo, questa era la notizia principale, restate sintonizzati per avere nuove news a riguardo anche su gli altri miei social, per quanto riguarda le recensioni presto arriverà quella sulla chiacchieratissima Mercoledì e un nuovo libro che ho appena finito di leggere. Quindi tranquilli che per Natale avrete miei notizie.

Per ora passiamo al pezzo forte, lo sapete quanto è figo, anche snervante, ascoltare il mio romanzo dalla voce metallica dell’applicazione di cui è dotato word? Mi diverto da matti e quindi vi lascio un bel video che trovate sul mio IG.

Purtroppo sono talmente impedita da non riuscire a mettere il link o il video XD

Fatemi sapere cosa ne pensate al riguardo.

Alla prossima

Finché il caffè (diventa indigesto) è caldo!

Eccomi con una nuova recensione librosa.

Ho impiegato un po’ a finire questo romanzo ma erano tre libri quindi credo di essere giustificata. Ma procediamo con ordine, vi ricordo che le mie non sono recensioni spoiler o riassunti di trama solo puramente parere di lettrice.

I libri di cui parlo sono: Finché il caffè è caldo – Basta un caffè per essere felici – Il primo caffè della giornata scritti da Toshikazu Kawaguchi.

Ora vi chiedere come mai il mio titolo ironico, perché purtroppo dopo un po’ i caffè diventano indigesti, almeno alla sottoscritta.

Metto le mani avanti dicendo che il libro è scritto bene, la storia è appassionante e i vari intrecci si susseguono bene insomma non si perde mai l’insieme del romanzo ma… ma… questo dannato ma che purtroppo mi sento di dover esprimere.

La caffetteria e le storie che vengono narrate in questo luogo, anche grazie alla sua particolarità, dopo un tot di “racconti” sembrano una la fotocopia dell’altra. Il pieno di questo “tutto uguale” si raggiunge nell’ultimo libro quando si spostano da Tokyo, forse se non avessi letto i tre libri in successione sarebbe stato meglio perché a una certa la mia esclamazione era (spoiler): chi è o sta per schiattare?

Capisco che se avessimo l’occasione di parlare con qualcuno sarebbe una persona cara che non c’è più, ma nessuno dei casi citati, che ne so, chiede di rivedere un’amica con cui non ha più contatti per darle magari quell’abbraccio prima che si spezzi il legame. No, qui abbiamo una tragedia dietro l’altra solo per arrivare al bellissimo messaggio di VITA ma che per me passa in secondo piano.

Nel complesso vi consiglio di leggerlo, soprattutto il primo che trovo bellissimo, l’atmosfera della caffetteria è piacevole e i personaggi sono ben strutturati sebbene sembrino non evolversi, nel corso degli anni, la loro crescita si può percepire attraverso le storie narrate.

Che aspettate, entrate nella caffetteria e attendete che una persona vada in bagno per sedersi sulla sua sedia e solo in quel momento vi verrà servito un caffè particolare. La cosa importate da n on dimentare? Dovete berlo finché è caldo!

Come sempre lasciatemi un vostro parere

Alla prossima.

The Crown… il mio piccolo parere sulla serie più chiacchierata da anni!

The crown è lei, l’intramontabile Regina Elisabetta II, e essendo io una sua “ammiratrice” ho guardato la serie solo dopo la sua morte. Prima avevo non so una sorta di rifiuto nel vedere comunque la vita, non perfetta come quella si qualunque essere umano, spiattellata in tv. Lei che ha sempre odiato vederla già spiattellata nei rotocalchi di tutto il mondo… ma poi ho ceduto anch’io.

Nella mia recezione parlerò delle cinque serie andate in onda, da grande fan e da chi ha vissuto gli anni della morte di Diana spero di dare un giudizio imparziale sulla serie si Netflix.

Le prime due serie nel ruolo della regina Elisabetta troviamo Claire Foy, a mio parere perfetta, e al suo fianco come principe Filippo Matt Smith. La coppia funziona benissimo sullo schermo e il grandissimo successo delle prime due serie si deve al fascino che da sempre esercitano guegli anni. Anni del post guerra, degli intrighi in cui ancora si trascinava la monarchia inglese dopo l’abdicazione di Edoardo VIII.

Sebbene nella storia ci siano alcune in congruenze, credo dovute anche per motivi di narrazione, il resto è pura invenzione in quanto MAI sapremo com’erano Filippo ed Elisabetta nella loro intimità. Certo i due attori hanno reso alla perfezione l’unità di coppia in mezzo ai tanti scandali di quegli anni, i caratteri forti dei regnanti inglesi ma soprattutto quella regalità che Elisabetta non ha mai perso negli anni.

Gli anni “turbolenti” toccano alla bravissima Olivia Colman, nel ruolo di Elisabetta, e Tobias Menzies, nel ruolo di Filippo. Qui abbiamo ancora un fascino indiscusso di una monarchia che continua ad affascinare in quanto siamo in anni dove ancora si percepisce la storia, ma al contempo abbiamo i figli della regina che crescono con le loro problematiche. Gli attori sono bravissimi, soprattutto nel rendere bene i drammi di cui abbiamo letto tutti sui giornali. Lo scandaloso amore di Carlo per Camilla e l’arrivo di una giovane Diana che aprono lo scenario a quella che sarà la quinta stagione.

Anche qui abbiamo una grande interpretazione, ma qualcosa già comincia a sfaldarsi e questo perché a subentrare agli intrighi politici saranno un gossip senza fine.

Nella quinta stagione abbiamo Imelda Staunton, nel ruolo di Elisabetta, e Jonathan Pryce, nel ruolo di Filippo, ora non so chi ha fatto il cast, non parlo della bravura degli attori, ma se avete visto le foto di quegli anni per me sono troppo “grandi”. Non parliamo poi di Carlo che non è mai stato fascinoso e bello come Dominic West, sono andati un po’ oltre anche nel dargli quel carisma che non ho mai visto nel nuovo re di Inghilterra.

Questa stagione, a differenza delle altre, mi ha lasciato l’amaro in bocca; posso pensare che questo sia dovuto al fatto che abbiamo meno “Regina Elisabetta” più tormento “Diana”. Perdonate la mia crudeltà: Diana ha sofferto, stretta in un matrimonio che non è mai stato tale, voleva amore e amava Carlo che non l’ha mai voluta e su questo è sempre stato chiaro. Ma tutto questo martirio che viene fuori da lei non le rende giustizia, Diana era una donna che ammaliava pronta sempre a ridere e tendere una mano qui ho visto solo un rimarcare una sofferenza che per me poteva anche essere smorzata.

C’è meno fascino in questi episodi, i più belli per me quello su Al Fayed e i Romanov, e questo il pubblico lo percepisce e in parte non ha esaltato questa stagione come le altre. Volete sapere la mia: Netflix ha fatto centro anche stavolta, quegli sono gli anni della decadenza della monarchia. Il momento peggiore del regno di Elisabetta che non è uscita bene per molto tempo, soprattutto dopo la morte di Diana, quindi ci sta che il pubblico percepisca questa insofferenza.

Per concludere stiamo guardando una serie storica che si rifà un po’ a tutte le fonti, dai libri ai rotocalchi dell’epoca, ma come dicevo all’inizio: dietro le porte chiuse del palazzo non sapremo mai come sono andate davvero le cose.

Alla prossima recenzione^^^

Nuel un’autrice tutta da scoprire!

In ritardo, impegni, ma eccomi con una nuova recensione. Presto arriverà anche quella su The Crown, che dividerò in due parti… però oggi non è quel giorno.

Voglio parlarvi di un’autrice, secondo me la conoscete, che ho avuto il piacere di conoscere per puro caso… cercavo una beta. Il suo nome non mi era nuovo ma non avevo letto niente di suo, tranne poi scoprire che conosco a memoria le sue fanfiction su Salm Drunk.

Nuel ha pubblicato molti romanzi, sia in self che con CE, ma non so perché non ha mai destato la mia curiosità: forse dipende che ho iniziato a sentire di lei con gli omegaverse che non è per nulla il mio genere prefedrito.

https://www.amazon.it/Nuel/e/B01NBETTKZ

Questo è il link dove trovare tutte le sue pubblicazioni.

Come dicevo ho conosciuto questa meravigliosa persona grazie al suo lavoro di betaggio su un mio scritto, mi ha fatto sentire piccola piccola ma le sue “lezioni” sono state fondamentali per capire dove pecco con la mia scrittura. Non si è limitata solo a questo, essendo un editor professionista vi invito a contattarla se avete intenzione di pubblicare un romanzo, mi ha dato una serie di consigli e indirizzato verso corsi di approfondimento di cui non conoscevo l’esistenza.

Chiudendo questa parentesi voglio parlare un pochettino della sua serie omegaverse… si non li leggo ma ho letto i suoi.

Non ci sono spoiler nelle mie recensioni, non vi accenno neanche la trama perché fare il riassunto mi annoia ma voglio parlarvi della cura con cui è scritto. La storia fluisce in momenti di tranquillità per poi sfociare nella passione, un’alternanza di sentimenti e tormenti sino al culmine di un finale che lascia spazio a un seguito di cui si ha un leggero assaggio.

Ho adorato alcuni personaggi, rispetto ad altri, e l’autrice è bravissima a renderli così vivi; sono passata dal mood lovelove a detestante con istinti omicidi per quasi buona parte del romanzo. Quindi se avrete voglia di leggere di Omega & Alfa vi consiglio questi due romanzi.

Vi segnalo solo un personaggio: Zeno… ma non vi dico se lo amerete o odierete.

Con questo chiudo… sia mai che spoilero qualcosa io!

Wattpad… un mondo da scoprire!

Oggi niente recensione, sto leggendo una serie e voglio farne una sola quindi c’è da aspettare ma presto riprenderò con le serie tv: The Crown sta arrivando.

Mettendo da parte libri e serie tv voglio parlarvi un pochettino del canale per leggere free “Wattpad”. Credo che in pochi sono rimasti a non conoscerlo in fondo ha sfornato parecchi libri romance di successo, ovviamente per chi li ha letti e visti i film per quanto mi riguarda non sono di quel filone. Comunque questo canale permette di leggere storie, spesso non editate come le mie, e di scoprire autori che magari non vi ispirano a spendere un euro per leggerli.

Ammetto che pubblicare su wattpad mi fa sentire libera, anche se forse può minare la mia carriera (quale) di scrittrice in quanto le mie opere non sono betate o editate e quindi possono essere delle ciofeche abnormi. Ma, per quanto mi piaccia lavorare con gli editor sia in Self che con CE, è liberatorio poter semplicemente scrivere e pubblicare.

Ho una bella fetta di fanfiction pubblicate sul mio canale di Wattpad ma non solo, ci sono alcuni romanzi che non hanno riscontrato il favore di chi li ha letti e quindi ho deciso di darli in regalo a chi volesse conoscermi. L’unico per ora finito è Lacrime d’arpa – note tra le due di sabbia, un contemporaneo che ha riscosso molto successo e ancora oggi viene letto.

Vi lascio cover e sinossi se avete voglia di leggerlo questo è il link:

https://www.wattpad.com/story/191746504-lacrime-d%27arpa-note-tra-le-dune-di-sabbia

La ricerca di una tomba ancora inviolata. Un diario dove le parole si intrecciano con le note delicate di un'arpa. Due storie parallele. Uno schiavo e l'amore incondizionato verso il marito della sua padrona, una vita fatta di rinuncia e attesa. Due archeologi e la loro relazione costruita su fragili fondamenta che lentamente andranno a sgretolarsi al soffio del vento dell'incomprensione.
Una Fondazione alla ricerca di reperti antichi. Tra ritrovamenti e sentimenti confusi, Tyler e Stephen si troveranno travolti dagli eventi e da qualcosa di inaspettato.
Quando i ricordi si perdono e ogni cosa diventa un muro bianco insormontabile, segui le note del cuore. Lì dove tutto nasce e muore, nulla si dimentica.

Recensione: Rosso Bianco & Sangue Blu di Casey McQuiston!

Ciao ragazz* come accennato oggi parte la mia rubrica: recensione libri letti.

Considerando che sono ferma come scrittrice, non ho uscite di romanzi ma sto pubblicando alcuni lavori free su wattpad, sto leggendo tantissimo. Non solo MM ma anche altri generi. Però incominciamo proprio con la recensione di un romanzo MM che ho letto ad agosto (dire quest’estate mi pareva brutto, fa caldissimo). Non metterò spoiler e non farò un riassunto della trama saranno solo considerazioni personali.

Questo libri è edito dalla HopEdizioni, non è il primo romanzo che leggo pubblicato da questa CE e devo dire che fino ad ora mi sono sempre piaciuti.

La storia è di Hanry (principe Inglese secondo in linea di successione al fratello) e Alex (figlio della Presidente degli Stati Uniti) Questo è l’unico SPOILER se lo possiamo chiamare così quindi chiedo venia se qualcuno lo considererà tale.

Andiamo avanti: il libro ovviamente è concentrato sulla storia d’amore dei due ma non solo, c’è anche una bella componente di accettazione e coraggio che viene fuori man mano che si prosegue sulla lettura.

Per quanto il testo sia stato piacevole e scorrevole, ho trovato alcuni capitoli ridondanti e spiegazioni che appesantivano la lettura. Sono una fans della Casa Reale Inglese e ammetto che era impossibile non notare i vari collegamenti. anzi su certi aspetti non ero neanche tanto convinta ma credo sia giusto lasciare a ognuno una propria interpretazione sui reali.

Hanry è tra i due i personaggio che più mi ha colpito, ben strutturato e molto profondo. la sua situazione “familiare” non gli consente di essere se stesso e questo fa percepire, in alcuni momenti, un senso di soffocamento… in somma tifavo per la sua libertà.

Alex non mi è piaciuto, oer quanto abbia dei lati positivi per me era troppo “piattola” per certi versi macchinoso e anche poco chiaro.

Una pecca di questo testo per me è stato quell’attesa infinita del “colpo di scena” (non dirò quale) lo aspetti per almeno due o tre capitoli, l’autrice è brava a fartelo fiutare ma rimanda talmente tanto che quando avviene non ti colpisce neanche più di tanto. (PARERE PURAMENTE PERSONALE)

Innegabile non ammettere il successo del romanzo, che ripeto è una lettura piacevole ma non mi ha dato più di tanto, arriverà anche una serie tv se non sbaglio; non vedo l’ora di vedere la trasposizione.

Lo consiglio, sebbene non sia una fan sfegatata è un’ottima lettura.

Alla prossima!

Un finale al morso… House of the Dragon recensione decimo episodio!

Ragazzi io devo ancora riprendermi da questa serie tv che mi è piaciuta da morire, per carità avrà avuto le sue pecche e momenti no ma dopo il disastroso finale di Game of The Thornes davvero i Targaryen hanno dato un grande spettacolo… e siamo solo all’inizio della Danza.

Cercherò di essere quanto più breve perché di cose da dire ci sono, ma vi invito a guardarla se non l’avete vista o a vedere l’episodio dieci perché anche a raccontarlo non rende. Come sempre entriamo nel campo SPOILER quindi volate lontano se non volete sapere prima della visone.

La puntata si apre con Lucerys, poi si capirà come mai un po’ tutto l’episodio ruoti intorno a lui, dei figli grandi di Rhaenyra è quello più spaventato soprattutto in termini di discendenza per la casa Valaryon (poraccio soffre il mal di mare) Il loro discorso molto toccante viene interrotto dall’arrivo della principessa Rheanys che racconta quello che è successo ad Approdo del Re, anche il motivo per cui non ha inziato la guerra incenerendo tutti. Daemon non la prende bene la dipartita del fratello anzi punta il dito contro i verdi per la sua morte, un po’ surreale viste le condizioni di Viserys, Rhaenyra invece per il dispiacere entra in travaglio.

Ora per carità la scena nel libro c’è ed è descritta anche nei mini particolari ma io tutti questi parti difficili non li ho retti, questo meno di tutti, praticamente solo Alicent è andata liscia. Comunque, parere personale a parte, mentre la poveretta è in piena sofferenza travaglio da parto Daemon comincia a preparare un piano di guerra. Rhaenyra lo sa e per fermarlo chiama i figli: nulla deve essere approvato finché lei è allettata. Questo non piace a Daemon, ma neanche a Jacaerys che però esegue la volontà della madre e il patrigno gli fa una dimostrazione di come si chiede la lealtà.

Molto trash ma d’impatto la scena della sofferenza di Rhaenyra, la connessione con il suo drago e Daemon che scatena Caraxes. Comunque alla fine la bambina nascerà morta, la scena è molto toccante anche se ripeto avrei evitato la crudezza.

Mentre seppelliscono la bambina arriva Ser Erryk che presta giuramento a Rhaenyra e porta con sé la corona che fu di Viserys. Daemon la prende e c’è uno strano sguardo tra lui e la moglie, forse lei teme di vedersi usurpare il trono dal marito, ma alla fine lui gliela poggia sul capo (quasi una scena simile a quella con il fratello nell’episodio otto) e poi si inginocchia chiamandola: My Queen. Jon Swon insegna.

Abbiamo una sfilza di persone che si inginocchiano davanti alla nuova regina, tutti tranne Rheanys, fa un certo effetto in fondo lei è la regina che non fu.

Molto bella la scena del tavolo che si illumina, cioè abbiamo passato otto stagioni e mai nessuno ha capito come funzionava? Mi sono sentita presa per i fondelli. Riprendo il discorso, si iniziano a fare tirare le somme dei possibili alleati e in questo frangente arriva la notizia che sta giungendo Ser Corlys

Bisogna dire che Rhaenyra ha imparato bene le lezioni fattele dal padre, soprattutto che i Targaryen non controllano i draghi cosa che Daemon non ha capito. Forse anche per questo le escono due frasi davvero azzeccate: non sarò la regina di ossa e cenere (Daenerys ti dice niente?) e che i draghi che hanno non conoscono la guerra. Bella la lista dei draghi presente a Roccia del Drago dove ci sono dei nomi e un drago nuovo che ci viene presentato. Ma prima di questo assistiamo a questa scena molto intensa tra moglie e marito, lei parla delle Cronache del Fuoco e del Ghiaccio e Daemon non sa cosa sia. Credo che ancora una volta il principe consorte abbia compreso a pieno quanto il trono non gli appartenga, non chiede spiegazione alla moglie ma anzi cerca quasi di soffocarla eppure lei sa bene che non la ucciderà.

A Roccia del Drago arriva Otto con un messaggio da parte di Alicent, Rhaenyra lo accoglie con il suo drago e sebbene resti ad ascoltare cosa ha da dirgli alle sue condizioni lo accusa di tradimento, gli toglie anche la spilla della mano del Re. Proprio in quel momento Otto ciccia fuori un messaggio di Alicent, altro non è che la pagina strappata dal libro che vediamo nel primo episodio, subdola la Pollyanna soprattutto perché non si è mostrata molto tenera con l’amica negli anni. Comunque la Regina gli dice che gli darà una risposta la mattina seguente.

Altra scena interessante è il risveglio di questo drago con una canzone in valeriano di Daemon, non so bene come collocare questa scena anche perché non viene spiegato molto. Insomma è un po’ messa lì per far capire che hanno un drago che può competere con Vaghar? Che poi secondo me a Daemon nu gli è andato giù che Aemond si è fregato il drago della moglie.

Lord Corlys è vivo e anche arreso all’evenienza che per loro la salita al trono di spade è preclusa, anzi dice alla moglie di ritirarsi con i nipoti e lasciare che si scannino i neri e verdi. Bisogna dire che qui Rheanys invece di appoggiare il marito, in quello che è sempre stato un suo pensiero, gli dice quasi che non possono tirarsi indietro. I Valaryon appoggiano a Rhaenyra e da uomo di battaglie, Corlus, da anche ottimi consigli. Bisogna dire che finalmente si è chiusa la battaglia per il mare stretto che non se ne poteva più ora lo controlla lui quindi si è appaciato.

Mentre si discute di alleanze Jacaerys chiede alla madre di inviare lui e il fratello dai vari lord, i draghi volano più veloci e danno segno di forza, Lucerys aveva la faccia di chi stava a pensà: ma fatte le tue.

Comunque dopo un giuramento di non scendere in battaglie uno parte per il nord e l’altro per Capo Tempesta.

La scena più bella e raccapricciante della puntata. Lucerys arriva dai Baratheon ma per secondo, a precederlo è Aemond che nel frattempo se pure fidanzato con una delle figlie del lord mentre sto piccoletto, molto in soggezione, non può proporsi in sposo in quanto già promesso.

Aemond ha un conto in sospeso con il nipote, dal nulla ciccia fuori la storia dell’occhio da portare in dono a sua madre… nuovo feticcio di Alicent? Comunque intelligentemente sa di non potersi battere con Aemond quindi Lucerys va via.

Il giovane è spaventato, soprattutto perché l’altro cavalca Vaghar, e crede che questo sia uno stato d’animo anche del Drago e forse per questo a un certo punto non risponde più alla sua volontà. Sono animali, con istinti animali, quindi forse Aemond non puntava a quella fine ma se giochi con il fuoco c’è sempre il pericolo di scottarsi. Vaghar si pappa il giovane con il suo drago e lo sguardo dei Aemond è chiaro e tondo: lui ha dato il via alla guerra.

Tocca a Daemon dare la notizia della morte del figlio alla moglie. In pochi giorni Rhaenyra a causa delle azioni dei verdi ha perso due figli, lo sguardo finale è di un drago pronto a fare fuoco.

Adoro…. adoro… adoro.. non è stata perfetta a livello visivo, i draghi si vedevano bene quando fossero finti, ma la trama seppur con troppi salti temporali ha retto alla perfezione, la mano dello scrittore si vede, e spero continuino in questa direzione.

Un cast spettacolare in un crescendo anche per chi non vedevo di buon occhio, emozionate e impattante tanto che molti erano in grado di riempire lo schermo anche senza battute.

La seconda stagione è stata confermata ma dovremmo attendere due anni per vedere come andrà a finire la Danza dei Draghi.

Ma le mie recensioni non finisco qui, inizia The Crown e ho intenzione anche di darvi qualche consiglio libroso a cominciare da sabato.

Come sempre lasciatemi un commento se vi va.

Alla prossima!

Quel tocco fetish che mancava… House of the Dragon, recensione nono episodio! 

Eccoci giunti alla fatica nona puntata, ammetto che avevo grandi aspettative e qualcosa non mi ha completamente soddisfatta. Non so se è stato un problema di montaggio o perché dovevano concludere la stagione in un modo ma questo episodio è stato leggermente sottotono rispetto all’insieme degli altri. 

Andiamo con calma… come sempre siamo in campo SPOILER, se non avete visto l’episodio non continuare la lettura. 

La puntata si apre con un ‘atmosfera cupa, Viserys I Il Pacifico è morto ma stranamente è un bambino che avverte la dama di compagnia di Alicent, che poi avvisa quest’ultima. Ok è un modo per presentare le spie a palazzo ma mi sembra un po’ troppo. 

Alicent parla subito con Otto, suo padre e primo cavaliere, soprattutto delle ultime parole di Viserys: Aegon deve essere Re. Ovviamente la poveretta ha travisato le parole ma non le posso dare contro: se chiamano tutti così. Si indice subito un consiglio dove si scopre come Otto abbia tramato, anche alle spalle della figlia, per l’insediamento di Aegon sul trono. Anche vedere come chiunque l’appoggi da un certo sentore di quanto Rhaenyra e Daemon non abbiamo alleati ad Approdo del Re. 

L’unico a insorgere è un povero cristo che Cole fa fuori senza tentennamenti. Ora questo fa quello che cazzo gli pare, uccide gente, e nessuno gli dice niente; l’unico è il comandante ma anche lui capisce a una certa che è meglio togliere le tende. Cole diventa comandante della guardia reale e francamente quel discorso tra lui e Alicent: se ami la tua regina, a me ha dato da pensare.  

Ormai i verdi sono partiti per usurpare il trono, imprigionano tutti nella fortezza rossa (Rhaenys inclusa) e sia Otto che Alicent vanno in cerca del perduto Aegon. Ecco questa parte della puntata è quella che mi è piaciuta di meno. Comunque siccome dal consiglio ristretto si è usciti spaccati: Otto vorrebbe la morte di Rhaenyra affinché non possa avere pretese al trono, Alicent invece vuole clemenza perché è quello che avrebbe voluto Viserys. Quindi il primo che prenderà Aegon potrà manipolarlo a suo piacimento, ora non voglio essere cattiva ma lo avete visto? No quello non è solo un Targaryen pazzo è completamente fuso di cervello

Quindi da una parte abbiamo per Otto, Ser Erryk e gemello dall’altra Ser Cole e Daemon che girano in lungo e largo Approdo del Re in cera del perduto erede al trono. 

Menzione a Haelena… c’è una bestia sotto le travi, non so se si riferisce a quello che poi accadrà oppure a qualcos’altro, non so se avete notato che stava cucendo un ragno e non vorrei sbagliare ma è un simbolo che poi compare sul bastatone di Larys. 

La parte che mi è piaciuta di meno, ma forse per come è stata impostata è quella che fa scoprire più cose. 

Scopriamo che a fondo delle pulci c’è una specie di arena combattiva per bambini, gli fanno crescere le unghie e gli appuntiscono i denti, una cosa macabra che è resa ancora più vomitevole da quello che Ser Erryk dice o fa intendere: oltre a esserci numerosi bastardi Aegon, che combattono in quella arena, il principe si diletta anche a portarseli a letto. Questa parte va compresa perché per quanto il mondo di Game of Thornes sia sopra le righe qui si va oltre, forse troppo oltre per metterlo in piazza ma comprendo l’accenno altrimenti non si capirebbe quanto sia sadico Aegon. 

Comunque i due vengono avvicinanti da una ragazza che dice di sapere dov’è Aegon ma lo dirà solo al Primo Cavaliere, anzi sarà la Larva Bianca a dirlo. 

La parte della chiacchierata tra Otto e Mysaria va contro ogni mia comprensione, lei chiede e crede che lui manterrà la promessa. Insomma non viene svelato nulla del motivo di quelle spie a palazzo o altro, quindi delusione

Cole e Aemon vagano per le strade e quest’ultimo palesa apertamente quanto spetterebbe a lui il trono, è quello che studia e tira di spada ma soprattutto possiede il drago più potente ma nonostante questo farà in modo che il fratello salga sul trono. Mentre chiacchierano vedono per puro caso, quanto odio sta cosa irreale proprio, Otto e Miysaria parlare e così seguono Erryk e fratello sicuri che li porteranno da Aegon. 

Che poi dove si nascondeva? Nel tempio. Ora Cole vince facile contro Erryk ma Aegon che supplica al fratello di lasciarlo andare e di prendersi il trono la dice lunga. 

Otto non perde tempo e chiede ai lord di giurare di appoggiare la pretesa al trono di Aegon, solo due non sono d’accordo ma poi scopriamo che anche un altro non lo era e, mentre sta per fuggire, viene catturato e impiccato… credo che la cosa stia sfuggendo di mano al Primo Cavaliere. 

Bellissima la scena tra Rhaenys e Alicent, la fierezza di questa mancata regina che spiattella in faccia alla Pollyanna mancata quanto sia asservita agli uomini senza avere la forza di uscire dalla sua prigione. Il modo in cui resta ferma sulla posizione di appoggiare la salita al trono di Rhaenyra ma soprattutto quel insinuare: ti sei mai immaginata sul trono di spade?  

Comunque la regina ha Aegon quindi ora si fa come dice lei, informa il padre di questo e dopo una lunga giornata si ritira nelle sue stanze… dove trova Larys. 

Alicent capisce subito cosa vuole e infatti lo informa che è stanca ma il subdolo ha l’informazione su la Lava Bianca e le spie a palazzo. Ora non so se ricordate ma Alicent in presenza di Larys si è già tolta le scarpe una volta, ma questa volta si va oltre. 

Uno di fronte all’altra, lui spicciola le parole e lei gli piazza i piedi d’avanti come un bel trofeo finché a conclusione di eliminare la Larva Bianca lei si gira e lui si ma*turba allegramente guardandole i piedi… la scena fetish mancava in Game of throne e non comprendo tutto questo scandalizzarsi che ho letto in giro. 

Il gemello di Ser Erryk (o lui non ho capito) libera la principessa Rhaenys, l’unico ad opporsi a quello che stanno mettendo in atto i verdi. Lei la prima cosa che chiede è di recuperare il suo drago, in quanto sappiamo bene quanto saranno fondamentali i draghi nella lotta tra neri e verdi. Mentre la porta in salvo vengono divisi dalla folla, i cittadini di Approdo del Re stanno andando verso il Tempio ignari di quello a cui assisteranno. Nel mentre nella carrozza reale Alicent cerca di convincere il figlio che quella è la volontà del padre, come è anche sua volontà che non venga fatto del male a Rheanyra. Ammetto che in questo frangente viene fuori Aegon, un ragazzo che non si è mai sentito amato dalla sua famiglia o preso in considerazione. Sarà lui stesso a mettere in dubbio le parole della madre: non mi ha mai voluto come erede per 20anni; addirittura chiede alla madre se lo ha mai amato e forse gli sarebbe piaciuta una risposta diversa da quella che gli dà Alicent. 

Nel momento dell’incoronazione si può leggere a chiare lettere quanto Aegon non vuole quella corona. Il suo volto è scuro, sottolineato anche dagli occhi che guardano la sua famiglia quasi con odio mentre cammina sotto le spade. C’è da dire che anche quando la corona viene posta sul suo capo e si volta verso ognuno di loro quello che ottiene è un freddo inchino; a ripagarlo però sarà il popolo e in quel momento che negli occhi di Aegon cambia qualcosa. Questo ragazzo che non si è mai sentito considerato, ora è acclamato dalla folla e questo, su una mente disturbata come la sua, può avere solo un effetto deleterio per come sarà il suo governare. 

Metterà fine all’acclamazione Rheanys, che riuscita a recuperare Melys il suo drago, ciccia fuori dal pavimento ammazzando una marea di gente. Ora per carità l’idea è anche superlativa ma l’esecuzione non mi è piaciuta, soprattutto perché si vedeva chiaramente che il drago era finto anche solo per come lo hanno fatto uscire dal tempio con le porta mezze chiuse. 

Qui c’è stata un’altra polemica: come mai non ha Dracarizzato tutti? Be mi sembra ovvio che la serie non poteva finire così, ma soprattutto a fermare Rheanys è stata Alicent… non proprio lei ma il fatto che stava proteggendo suo figlio. Proprio perché a lei sono stati uccisi i figli senza che potesse aiutarli credo che questo l’abbia fermata dall’agire, inoltre perché doveva essere lei la causa scatenante della guerra? 

Ammetto che questo personaggio dovrebbe avere molto più spessore perché è assolutamente perfetto

Date le anticipazioni del prossimo episodio mi aspetto un finale di stagione con il botto, cioè qualcuno deve morire e ho un piccolo sospetto.  

Per ora non mi sbilancio nel dire altro perché voglio aspettare il finale ma come detto questo è stato l’episodio che mi ha emozionato di meno, e anche coinvolto di meno. 

Come sempre vi invito a commentare e a farmi sapere la vostra opinione. 

Alla prossima 

Fuochi d’artificio per il finale di stagione… Rings of Power recensione ottavo episodio.

I salti di gioia per questa serie non li ho mai fatti. Adoro il “mondo” creato da Tolkien, ed è grazie a Throin Scudodiquercia che ho incominciato a scrivere, ma non sono una di quelle patite che ogni cosa deve essere uguale a quanto scritto nei libri. Ricordiamoci che lo stesso Tolkien disse: io ho creato la Terra di Mezzo ma non mi appartiene (una cosa del genere), questo per dire che ognuno può avere una sua visione dei suoi scritti. Rings of Power è una di quelle visioni, diciamo anche che trasportare visivamente il Silmarillion non è facile, loro poi non hanno neanche i diritti quindi si sono dovuti arrangiare con le appendici del Signore degli Anelli, quindi non mi sento di criticare la serie tv più di tanto. Anzi posso dire che c’è una bella svolta in questa puntata.

Andiamo con ordine! Come sempre siamo in campo Spoiler quindi evitate di proseguire se non avete visto l’episodio.

L’episodio si apre con lo spiattellamento che l’omone praticamente è Sauron, le tre streghe lo hanno trovato e gli dicono chi è. Ovviamente: chi ci ha mai creduto? Nessuno, ma per certi versi funziona. I Pelopiedi che hanno seguito l’uomo grande si ritrovano di fronte a una scena non propriamente bella. Nel loro modo goffo provano a salvarlo e nasce uno scontro con la strega che maneggia il fuoco, nella colluttazione Sadoc viene ferito ma è proprio in questo momento che il gigante li aiuta e le streghe capiscono di non trovarsi di fronte a Sauron ma è l’altro giunto: Istari. Quindi è Gandalf? Bellissima la scena dei Pelopiedi che aspettano l’alba insieme a Sadoc che sta morendo.

Nel frattempo Galadriel giunge dagli elfi, ritrova Elrond e chiede di guarire Halbrand. Qui c’è uno strano incontro tra Celebrimbor e Halbrand, dove scopriamo quanto in quei tempi gli elfi ne sapessero parecchie di leghe di metalli e altro. Comunque tramite lo scambio di battute tra i due, l’elfo propone all’Alto re di costruire una cosa che possa incanalare il potere. Ovviamente l’Alto Re è convito di dover portare gli elfi via per evitare l’estinzione, e non da quasi ascolto alle parole di chi gli è di fronte. Stranamente è proprio in questo frangente che, dopo una frase particolare: un potere oltre la carne (parole di Adar), che Galadriel inizia a dubitare di Halbrand (era ora).

Elrond riesce ad avere tempo per costruire questo canalizzatole di potere grazie al pezzetto di Mitril. Halbrand prende parte a questa creazione ma è proprio qui che i dubbi dell’Elfa si alimentano, tanto da cercare la stirpe dei Re del Sud.

Nel frattempo Miriel e Elendil stanno giungendo a Numenor, il discorso tra i due non è facile da comprendere si sente solo un grande astio nei confronti di Galadriel da parte del capitano, qui le cose non stanno andando bene. Ar-Pharaôn certo della morte del re gli sta preparando la tomba e pure un bel ritratto. Anzi fa giungere da tutta Numenor i ritrattisti che avranno un’ora con il Re. Una di queste si ritrova in un momento di delirio con i sovrano, che la crede la figlia, e la conduce al Palantir ma poi la scena taglia quindi non sappiamo altro. Cosa certa all’arrivo della nave di Miriel Numenor è a lutto per la morte del re… la fine è vicina?

Nel frattempo gli elfi ancora si stanno prodigando a trovare un modo di amalgamare il Mitril con un altro metallo, Halbrand ha un nuovo colpo di genio e Galadriel ancora una volta sente puzza di bruciato. Finalmente in possesso della discendenza del Sud, Galadriel capisce di essere stata al fianco di colui che stava cercando. La scena al fiume tra Halbrand e Galadriel è impattante, la più bella che ho visto in questa serie tv.

L’Elfa lo smaschera ma anche qui c’è una cosa bellissima, Sauron rigira quanto accaduto dal loro primo incontro dicendo che lui non le ha mai mentito; ed è così perché lui non le ha mai detto niente di diverso che la verità. Anzi è stata lei a insistere affinché tornasse nella Terra di Mezzo. Tutta la visione nella testa di Galadriel è spettacolare: l’incontro con il fratello che lei rigetta, il salvataggio sulla zattera dove abbiamo quell’incredibile discorso sulla REGINA. Che ricorda quello che Galadriel fa a Frodo davanti all’unico anello, tanto di capello davvero bellissima scena.

Nel finale abbiamo nuove strade che prendono i vari protagonisti, Nori decide di lasciare i Pelopiedi e di andare con l’Istar. Mentre Halbrand decide di andarsene, conscio che ora Galadriel sa che è lui il suo nemico. Mentre gli elfi… loro forgiano i tre anelli, bellissimo il sacrificio del pugnale di Galadriel appartenuto al fratello. Comunque continuo a dirlo per me Celebrimbor è corrotto dal male. Siamo alle ultime battute, in qualche modo ora sono tutti nella posizione per far esplodere il finale di stagione e rendere appetibile la seconda in arrivo.

La mia premessa iniziale l’avete letta: è una bellissima serie fantasy. Le sceneggiature sono spettacolari per la cura e oggi c’è stato anche un avanzamento degli attori, li ho sentiti in qualche modo più vicini ai personaggi… in sintonia con il “mondo” di Tolkien. Stavo aspettando questo momento, anche se ancora non mi convince Galadriel ma prima o poi verrà fuori l’Elfa maestosa che conosciamo.

Io vi aspetto alla prossima. come sempre fatemi sapere la vostra.

Immenso Viserys Targaryen… House of the Dragon, recensione ottavo episodio! 

Un crescendo di emozioni in questa puntata che ancora devo metabolizzare. Ci sono state così tanti passaggi “intensi” a rendere giustizia a questa serie, che in quanto a trama non ha nulla da invidiare a GOT. Un cast che è stato un crescendo di puntata in puntata, almeno per quelli che sono rimasti dal primo episodio, soprattutto Viserys che qui è stato il Re indiscusso in tutti i sensi. 

Una menzione al cast: troppi volti nuovi e troppi salti temporali che sta rendendo la visione difficile e la vita complicata a questa prole Tragaryen, insomma io tra tutti sti figli (con nomi simili) fatico a trovarci un nesso. Andiamo con ordine… SPOILER, se non avete visto la puntata non proseguite con la lettura. 

L’episodio si apre a Driftmark, capiamo subito che sono passati altri anni dal discorso tra Vaemond (fratello di Colys) e Rhaenys, che in mancanza del marito siede sul trono di legno. Ancora si parla della guerra nelle Stepstones e apprendiamo che Colys è seriamente ferito, da qui scaturisce il dialogo tra i due su chi dovrà sedersi sul seggio se il poraccio dovrebbe schiattare. Insomma è sempre la storia del fratello secondo che aspetta che schiatta il primo per prenderne il posto, in questo caso ha anche la scusa che i figli del compianto Laenor sono bas*ardi

Rhaenys continua, anche se non convita, a portare avanti le volontà del marito: Lucerys prenderà il seggio di legno. Ma il cognato ha intenzioni diverse e parlerà alla Regina, si perché ora a governare è Alicent… ma più Otto(siamo sinceri). 

Nel frattempo a Roccia del Drago si figlia che un piacere, Daemon è novello esploratore che va a caccia di uova di Drago almeno fin quando arrivano cattive notizie dalla figlia rimasta a Driftmark. Rhaenyra è incinta del settantesimo figlio, mentre la prole dai capelli neri cerca di imparare il valeriano, appena legge il messaggio arrivato da Baela (figlia di Leana e Daemon) decidono di partire per Approdo del Re e difendere la successione di Lucerys. 

Nuovamente tutti sotto lo stesso tetto, salvo morti e feriti. Giunti a palazzo Rhaenyra e Daemon, con tutta la prole, non vengono accolti in pompa magna (per volere del primo cavaliere) ma non è solo quello: la fortezza rossa ormai rispecchia la famiglia Hightower, non c’è più uno stendardo del Drago neanche a pagarlo. I due si dirigono subito da Viserys per richiedere il suo aiuto ma la sorpresa è amara. Non so quanto di proposito o non voluto ma sembra che nessuno dei due si aspettasse di trovare “Gollum”. Viserys è ridotto a una larva che respira, la sua mente appare annebbiata e se Rhaenyra riesce a guardarlo non si può dire lo stesso di Daemon. 

Lei gli fa conoscere i suoi figli, Aegon (l’ennesimo, come se sto nome portasse bene) e Viserys, cosa che rallegra il padre ma è Daemon a mettere le cose in chiaro: sono lì per il suo aiuto. Aiuto che Viserys non può dare, ammetto se da una parte ho apprezzato l’essere diretto di Daemon dall’altro l’ho trovato insensibile. 

Comunque i due fanno bene a muoversi in quanto gli Hightower si stanno allenando con Vaemond per allontanare Rhaenyra. 

Piccola parentesi Aegon, sposato con la sorella, un fancazzista in famiglia deve sempre esserci, mentre Aemond è diventato la copia mal riuscita di Daemon. 

Durante la notte Rhaenyra implora il padre in lacrime di aiutarla, la principessa sa bene che senza l’aiuto del Re non potrà fare niente. Ed è una Rhaenyra convinta di perdere quella che vedremo davanti al trono di spade preseduto da Otto, qui di nuovo abbiamo lo schieramento delle due famiglie e i Valaryon sono l’ago della bilancia. 

Proprio quando la principessa prende la parola per difendere la sua discendenza sul trono di legno, le porte si aprono e Viserys fa il suo ingresso. Spettacolo puro, la scena ha un impatto incredibile da brividi. Questo re che fatica a reggersi in piedi ma per amore del regno e della figlia cammina da solo verso il trono, ed è qui che le emozioni salgono quando, claudicante, prova a salire i gradini per sedersi sul trono e gli scivola la corona. Ad aiutarlo Daemon, l’unico che poteva farlo, il fratello con cui è stato spesso in conflitto fa da appoggio a Viserys sino a farlo sedere e infine gli poggia la corona sulla testa. Una scena commovente e bellissima nata per caso in quanto è un’improvvisazione di Mett Smith (Daemon) 

Viserys mette le cose in chiaro e Rhaenys appoggia la volontà del marito di mettere Lucerys sul trono del mare, e informa i presenti di aver accettato la proposta di Rhaenyra di far sposare le sue nipoti con Jaecarys e Lucerys… insomma resta tutto in famiglia alla fine. 

Vaemon si scaglia contro il Re, praticamente lo sfida ma non solo chiama bas*ardi i figli di Rhaenyra e chiama lei putt*na. Viserys si altera ed è pronto a strappargli la lingua ma a metterlo a tacere è Daemon che gli taglia la testa in due. Bellissimo lo sguardo di Aemond, praticamente voglio vederli combattere perché sono speculari

Mentre quel poveraccio di Vaemon viene mummificato dalle sorelle del silenzio, sotto lo sguardo di una Rhaenys ormai rassegnata a vedere in faccia la morte, Viserys vuole cenare con tutta la famiglia al completo.  

Ancora una volta questo re stanco fa capire quello che davvero avrebbe voluto: una famiglia felice e unita, il sogno della sua esistenza era questo e lo fa quando si toglie la maschera che nasconde la putrefazione del suo volto. Lo chiede disperatamente di seppellire l’ascia di guerra, di liberarsi del malanimo altrimenti sarebbe stata solo la fine della sua stirpe. 

Forse per accontentare un padre, marito, nonno, fratello tutti i presenti mettono da parte le loro divergenze e accolgono la sua preghiera. Un momento di felicità che è stato tanto desiderato da Viserys, il momento è toccate perché si percepisce chiaramente quanto è alla fine. 

Davvero non si contano le scene potenti ed emozionati, ed impossibile dare un voto all’attore di Veserys che da solo ha retto la puntata con la sua presenza malconcia ma in grado di catalizzare lo sguardo.  

Purtroppo appena esce di scena il Re, stanco e al limite delle forze, l’astio tra le due frazioni riscoppia appena un maiale arrosto viene messo davanti a Daemon (ricordate quando non aveva un drago e gli proposero un maiale?) Ebbene Lucerys ha il garbo di ridere ed è il punto di rottura che aspettava Daemon che prende parola e ribadisce un coccetto che gli è costato l’occhio. Ovvero, poco velato, da dei bas*ardi ai figli della principessa. I due reagiscono ma a mettere fine è Daemon, che secondo me ha capito che il nipote sarà un problema forse anche per il fatto che cavalca Vagar, che senza dire nulla divide i contenenti. Rhaenyra informa Alicent che tornerà a Roccia del Drago perché deve portare via i suoi figli da lì, ma la regina non vorrebbe vederla partire così la principessa asserisce che tornerà a dorso del suo drago. 

Devo dire che ho visto una seria volontà da parte di Alicent di mettere pace, anche il suo dichiarare che Rhaenyra sarà un’ottima regina mi ha dato quell’impressione

Sul finire della puntata mentre Alicent mette a dormire Viserys quest’ultimo ciccia fuori la profezia di Giaccio e Fuoco, convito di parlare con la figlia che gli aveva chiesto, la notte precedente, se lui credesse in quelle parole. Viserys non solo ci crede ma è convito che quella persona sia la figlia. Purtroppo, nei deliri del latte di papavero e della morte ormai certa, fa il nome di Aegon che Alicent prende per quello del figlio. Alicent capisce che Viserys vuole il LORO figlio sul trono, quindi la Danza dei Draghi oltre che dall’odio nasce anche da un GRANDISSIMO malinteso. 

Viserys spira con quel “my love” sulle labbra che credo sia rivolto alla moglie Aemma. 

Che puntata ragazzi, non ho parole per descrivere le grandi emozioni che mi ha trasmesso. Ogni personaggio è stato magistrale e una menzione d’onore va a Paddy Considine, la sua interpretazione è stata un crescendo ed è letteralmente esplosa nell’episodio otto. 

Bravo…bravo… bravo… altro non posso dire. 

Questa serie si conferma ancora una volta spettacolare dal punto di vista della trama, che segue una linea precisa verso la rovina dei Targaryen… però basta salti temporali. 

Come sempre vi invito a commentare e a farmi sapere la vostra opinione. 

Alla prossima 

In questa serie i particolari fanno la differenza… Rigs of power, recensione settimo episodio! 

Questi finali di stagione stanno diventando complicati da recensire, ogni volta devo rivedere l’episodio un paio di volte per trovare un filo logico alla storia. Posso tranquillamente asserire che la colpa è mia ma buona parte la trama di rings of power è bella ingarbugliata

Entriamo in campo SPOILER, se non avete visto l’episodio non proseguite. 

Le teorie si sono sprecate su come sarebbero riusciti ad uscire indenni dalla nube di fumo e cenere che investe sti poveracci; vivi i protagonisti di sicuro. Comunque belle le immagini, il cavallo con la sella che brucia su tutti, Galadriel è viva in tutto questo caos di morte dove raccatta Leo e vanno via, così. 

Nel mentre la regina di Numenor cerca di salvare quante più vite perde la più importante ovvero quella di Isidur. Va bene sono cose che capitano, parte dei sopravvissuti si sta recando sul promontorio qui Elendir viene a sapere che il figlio è morto, sto cristiano mi fa una pena ma continua ad andare avanti. Anche quando capisce che la regina ha perso la vista, ecco credo che se potesse piantare la lama nel petto di Galadriel lo farebbe volentieri; forse si sente anche in colpa per averla salvata e portata a Numenor. Comunque Madre Coraggio e Arondir sono vivi, anzi belli freschi di bucato. 

Molto interessante il cammino verso l’avamposto di Galadriel e Leo, ci sono stati dei momenti in cui (non nel modo di muoversi) nel parlare mi ha ricordato l’Elfa maestosa che ho sempre amato. Due menzioni: la spada che poi sarà di Aragor in mano a Leo e Caleborn. Cioè ma come mi si può buttare lì, a fine stagione, che è sposata ma non sa che fine a fatto. Andiamo ha sempre pianto per il fratello, menzionandolo di continuo e mò se ne esce con questo. Ecco perché dico che sulla trama ha toppato alla grande sta serie.  

Halbrand è vivo a metà ma considerando che si alza e va via a cavallo con Galadriel… sa fingere bene, io continuo a pensare che sia collegato a Sauron. 

Numenor tornerà con i rinforzi? Galadriel è convinta di no, io ormai quelle poche sicurezze che avevo le sto perdendo. 

I Pelopiedi… non li amo, mi dispiace ma davvero li trovo molto stupidi e opportunisti. Anche qui partiamo dal principio: arrivano a questo boschetto andato in fiamme, a causa del risveglio del Monte Fato, loro se ho capito bene si trovano nel Bosco Verde (Bosco Atro?) e purtroppo non possono fare provviste… cosa fanno? Ma si chiediamo al gigante di fare qualcosa. Sto poveraccio li accontenta pure, solo per poi essere di nuovo trattato da emarginato; alla fine prenderà la sua strada e devo dire sono contenta. Ma la sua magia ha un grande effetto, il giorno dopo il boschetto è pieno di buoni frutti che i Pelopiedi raccolgono in allegria. Però l’allegria si sa dura poco. 

Sono in difficoltà: non riesco a capire chi sono queste tizie che stanno seguendo il gigante misterioso. Ammesso che stiamo parlando di Gandalf, ma non ne sono sicura, cosa rappresentano e chi le ha mandate? Cioè non voglio spoilerarmi andando in cerca di info ma davvero sta cosa mi intrippa.  

Comunque anche in questo caso Nori si rivela una piantagrane, per depistare ste strane creature indica loro un a strada diversa… ovvio che poi non amando essere prese per il c*lo ti incendiano i carri carichi di vivande.  

Ora dopo una nottata così uno farebbe armi e bagagli in cerca di un posto sicuro, ma siccome le piaghe non finiscono mai Nori, la madre di questa, la Pleopiede simpatica, e il capo brontolone decidono così di andare a cercare il gigante. Io non mi farei trovare

Continuo a dirlo e non lo faccio solo perché sono nana dentro dai tempi di Thorin, ma la parte incentrata tra Durin e Elrond è pazzesca. Primo sta seguendo un filo abbastanza lineale ma soprattutto perché questa salda amicizia è qualcosa che non abbiamo mai visto, insomma Legolas e Gimli si odiavano all’inizio e quindi ora voglio capire come si arriva a quel punto. 

Elornd sta provando a ottenere il Mitril purtroppo c’è un secco no, nonostante le offerte, da parte del re nanico. 

Dis, moglie di Durin, è particolare in questa puntata; in lei ho visto una grossa scintilla di “potere”, non so spiegarlo bene ma quel suo spingere il marito a scavare contro il volere paterno con quegli occhi così scintillanti, quasi di malvagità, mi hanno fatto pensare. Ma può essere solo una mia suggestione, però Sauron può irretire chiunque perché non farlo con lei per risvegliare il Barlog? 

Bellissima e toccante la scena di addio tra Durin ed Elrond, come particolare è stato vedere la foglia che torna a splendere appena si avvicina al Mitril.  

Durin va contro il padre, voglioso di aiutare il suo amico e trova quello che sta cercando. Peccato che viene colto con le mani in pasta e deve dire addio a Elrond e, dopo un diverbio con il padre, viene spogliato del suo titolo. Anche qui Dis gli fa un discorso di “potere” che mi puzza parecchio. 

La scena del Balrog potevano risparmiarsela, buttata così è proprio brutta. 

Gli orchi, Uruk, si godono la nuova terra creata apposta per loro. In questa grande desolazione spicca Adar che cammina felice di aver dato un posto ai suoi figli. Acclamato come signore delle Terre del Sud rifiuta quel nome, perché rispecchia un passato che ormai non c’è più, eppure nel momento di dire come verranno chiamate ora quelle terre… ci è toccata la scritta. 

Ora non so se a chiamarle Mordor sarà Sauron ma ammetto che mi sarebbe piaciuto sentirlo dire dalla sua voce, si sa le illusioni son sempre le prime a crollare

Non difendo la serie nonostante il mio amore smisurato per la Terra di Mezzo, perché qualcosa non mi torna. 

Non difendo i libri o tutto l’insieme scritto da Tolkien, anche perché non hanno tutti i diritti quindi di più non si può fare. 

Ma vorrei spezzare una lancia a favore di questa serie fantasy, è bella per esserlo e nessuno può dire il contrario. Siamo a un altissimo livello di grafica, ti immergi proprio nelle singole immagini e questo va detto. Quello che davvero vorrei è una trama più facile da seguire, alle volte mi sembra di guardare tanti spezzoni che non si collegano tra di loro. 

Come sempre vi invito a commentare e a farmi sapere la vostra opinione. 

Alla prossima 

Mai incesto fu più gradito… House of Dragon, recensione settimo episodio! 

Sempre più in ritardo ma trovare una nuova dimensione è difficile, detto questo non abbandono le recensioni; anzi devono arrivarne anche un paio anche su alcune mie letture. Per qualche libro scritto da me pubblicato nuovo niente ma su Wattpad ci sono alcuni lavori free. 

Veniamo al puntatone di lunedì House of Dragon, ragazzi non so voi ma benché la grafica a volte lasci a desidera questa Beautiful Targaryen mi sta prendendo davvero male. 

Ma andiamo con ordine, ovviamente entriamo in capo SPOILER quindi se non avete visto l’episodio non procedete con la lettura

Incominciamo con il funerale della povera Leana, dove si ritrovano tutti i personaggi insieme. Una bella riunione che dovrebbe essere di famiglia ma sembra tanto quei pranzi di Natale comandati, dove tutti schifano tutti. 

Nel sermone in valeriano non poteva mancare una frecciatina a Rhaenyra e la sua prole bastarda, credo sia quello il motivo per cui Daemon ride attirando l’attenzione su di sé. Calata la bara si trasferiscono su questa terrazza per un aperitivo all’aperto in stile mediarvele.  

Qui è abbastanza chiaro che si sta preparando quello che poi avverrà verso la fine di puntata. Primo tra tutti si guardano male uno con l’altro, specialmente Alicent e Otto (di nuovo primo cavaliere), insieme a Ser Cole; fanno gruppo a parte e non si perdono nulla di quello che accade. Soprattutto gli occhi sono puntati su Rhaenyra. Menzione a Jacaerys, che quasi dice alla madre che loro non c’entrano niente lì e che dovrebbero andare a piangere a Harrenal. 

Molto tenere la scena dove si Jacaerys si avvicina alle cuginette e una delle due gli prende la mano, segno che le bambine sanno e gli danno conforto. Non mi è piaciuta Rhaenys che lo ignora palesemente quando si avvicina alle nipoti per consolarle, ok non è tuo nipote ma sempre un bambino.

Altro momento che mi è piaciuto è Viserys, che ignorando il fatto che sia lui il re, fa il primo passo verso Daemon. Chiara la voglia del sovrano di fare pace, forse anche dovuta alla sua condizione fisica sempre più decadente ma è ovvio che nessuno accoglie questa sua richiesta. Bellissimo il suo mollare Alicent senza guardia reale dopo averla chiamata Aemma (nome della prima moglie) 

Ma diamo anche atto a Daemon che ha smascherato da molto Otto e quando gli passa d’avanti piazza una delle sue memorabili frecciatine. 

La notte arriva ma a Westeros non è fatta per dormire. Da un lato c’è Laenor che viene recuperato dal suo boy mentre si disperava dalla sorella, e mi sa che andranno a smaltire insieme il dolore. Aegon, che davvero lo trovo scemo, è un viziato da paura e per ora il suo personaggio non ne esce bene sebbene sia pregno di quella che chiamo “cazzima”. Aemond c*zzo lui sì che mi dalle vibres da odioso, come ogni secondo genito vorrebbe il trono ma sapendo che non può vuole mettersi in mostra… come lo fa? Diventando il padrone di Vaghar. Ha vinto su tutti. La sorella aveva predetto questo avvenimento, quando chiuderai un occhio, me la fa vedere in modo diverso: quali sono i suoi poteri? 

Ma passiamo al momento che stavamo aspettando un po’ tutti, io almeno di sicuro, è il ricongiungimento tra Rhaenyra e Daemon. Uno dei dialoghi più belli, personalmente, della serie dove finalmente lei si mette a nudo e fa capire chiaramente cosa avrebbe voluto; ovvero suo zio e sarebbe andata contro tutti pur di sposarlo. Non so se parliamo di amore, perché Daemon non mi sembra innamorato anche se tiene a lei, ma Rhaenyra sa benissimo quanto sposarsi con lui l’avrebbe legittimata completamente a essere l’erede del Trono di Spade. 

La scena notturna di loro due che copulano è molto bella, anche se un pochino troppo scura ma devo dire che ormai è sdoganato l’incenso

Arriviamo al momento principale, Aemond si scontra contro i figli di Rhaenyra e Daemon che lo accusano di aver rubato Vaghar. Ammetto che questo piccoletto è tremendo, fregandosene di tutto prende a lottare contro i propri cugini, anche le ragazze le mena, ma non solo ha l’ardire di chiamarli bastardi.  Quello che trovo bellissimo è che, nonostante sia più piccolo e con il naso rotto da Aemond, Lucerys si prende l’occho di quest’ultimo prima dell’arrivo delle guardie. 

La scena che si prensenta nella sala principale è un netto schieramento verdi contro rossi, Alicent contro Rhaenyra, dove Viserys sta in mezzo. Adirato per quello che è stato fatto al figlio ma consapevole che c’è stata una motivazione forte per una simile azione.  

Jacaerys lo dice apertamente: ci ha chiamati bastardi. Nella sala non solo regna il silenzio ma lo sguardo che passa tra Alicent e i suoi figli è chiaro, visto che quello che è stato detto è un tradimento.  

Aemond scarica la colpa su Aegon, che non tradisce la madre ma anzi afferma che è cosa nota che sono bastardi. Visery prende una ferma posizione su questo e difende la figlia, ma la regina non è soddisfatta… occhio per occhio è il caso di dirlo. Così infischiandosene del Re ordina al suo scopa in culo Cole di prendere l’occhio di Lucerys. Ammetto che qui succede una cosa strana: Cole per me lo avrebbe fatto ma è bastata un’occhiata del lord comandante e lui si è messo buono a cuccia: mi sa che in molti hanno notato quanto sono vicini i due. 

Alicent da di matto e, prendendo il pugnale di acciaio valeriano di Viserys, si scaglia contro Rhaenyra. La colluttazione è bellissima, perché tra loro c’è un odio incredibile ma soprattutto Alicent ha il coraggio di ammettere da dove nasce: io mi sono puppata le regole e non avrò niente, tu te ne sei invischiata e avrai tutto. 

La lotta finisce con il ferimento al braccio di Rhaenyra… un atto di tradimento, in quanto è l’erede al trono. 

Nonostante si levi chiara la voce di Viserys nella sala i due schieramenti sono formati, non sono una famiglia ma estranei pronti alla lotta. 

Ed è bellissimo come si notano le divisioni e come sia una pugnalata quasi la frase di Aemond: non preoccuparti madre ora abbiamo un altro drago. Perché così si vincerà la guerra per il trono e lo sanno bene tutti. 

Laenor arriva troppo tardi e parla seriamente a Rhaenyra della sua incapacità di essere un marito e che stavolta vuole provarci davvero, lei non lo incolpa di nulla ma è evidente che non lo vuole più soprattutto alla luce di quanto è avvenuto con Daemon. 

Alla partenza di Viserys, Daemon e Rhaenyra parlano di quello che sarà la lotta che sta per sopraggiungere e lei vuole vicino suo zio, perché nessuno può batterli in quanto sono fuoco insieme. 

Sono convita che la morte di Laenor sia una messa in scena ben organizzata, in questo modo Rhaenyra è libera di risposarsi e il giovane è libero di prendere il mare.  

Splendida la scena finale del matrimonio valeriano celebrato tra Daemon e Rhaenyra con i poveri figli ormai traumatizzati che stanno a guardare come si slinguazzano felicemente. 

Direi che sul finale di stagione confermo quanto detto: è appassionante. Non siamo a livello di Games of Throne, è inutile anche solo fare i paragoni, ma questa sagra familiare per il potere affascina. Nessuno resta immune dal potere e tutti vogliono la fetta più grande… non vedo l’ora di vedere come si muoveranno quando Viserys morirà. Perché solo all’ora la danza dei draghi entrerà nel vivo. 

Come sempre vi invito a commentare e a farmi sapere la vostra opinione, per ora mi ritiro nel mio angolino alla prossima.

La svolta che stavo aspettando…. recensione sesto episodio Ring of Power!

Ragazzi per quanto questa serie non mi stia prendendo ammetto che ci sono quei momenti Tolkeriani che davvero riescono a farmi sentire nella Terra di Mezzo. Credo non dipenda dal fatto dell’era in cui è incentrata la storia, se Elfi, Nani, Mezzuomini e tutto il cucuzzaro ti prendo lo fanno sempre. Qui abbiamo una splendida scenografia, le ambientazioni ti fanno davvero percepire quello che hai attorno ma spesso è la trama a rendere tutto terribilmente piatto.

Andiamo con ordine…. SPOILER, se non avete ancora visto l’episodio non proseguite con la lettura.

Le terre del sud, le terre che poi diventeranno di Sauron, dovrebbero essere di questo giovane che voleva restare a fare il maniscalco a Numenor. Ma prima di arrivare alla sua “sfortunata” storia, perché non è che si svela il mistero andiamo con ordine.

Questa puntata vediamo l’arrivo dei Numeroniani, con Elfa al seguito, nella Terra di Mezzo; ovvero li vediamo in mezzo al mare. Qui abbiamo una chiacchierata tra Galadriel e Isildur. Ora noi conosciamo la storia ma davvero vedendo le origini poi capisci come mai alla prima occasione Isildur ha preso l’anello per sé. Comunque restano troppi misteri, siamo al terzo episodio e ancora devo sentire Elendil sviare sulla morte della moglie? Ma perché? Svelatele queste trame, che chi guarda la serie ha una buona dose di informazioni anche senza andarsele a spoilerare.

Arondir e Madre coraggio escogitano un bel piano per fermare gli Uruk, ammetto che non ho creduto molto alla sconfitta totale degli orchi sotto la torre caduta. Ma sono rimasta perplessa quando, invece di andarsene, hanno deciso di combattere al villaggio. Anche quella spada spezzata, insomma sai che è un pericolo e la nascondi dove puoi essere battuto e ritrovata? Insomma un minimo d’intelligenza potrebbe anche mettercela.

Nell’insieme hanno fatto quello che potevano, non ho mai pensato che Bronwyn potesse morire ma è molto bella la tensione; svia anche l’inquadratura sui Numeroniani che cavalcano in quanto si vede il sole mentre al villaggio è ancora notte. Il salvataggio avviene nel modo più spettacolare, Galadriel novella Legolas fa talmente tante acrobazie che a una certa mi hanno stancato.

Adar prova a fuggire con la spada ma è evidente che Halbrand ha qualcosa in sospeso, infatti non è Galadriel a fermarlo ma lui. Ammetto che questi due non mi danno nessuna vibrazione da ship.

La chiacchierata tra Galadriel e Adar potrebbe essere illuminante, e per alcuni aspetti lo è; sebbene l’identità di Sauron resta oscura non credo proprio sia lui. Adar è un tramite, qualcuno di cui Sauron si serve per mettere in atto il suo piano. In alcuni aspetti non lo vedo neanche così cattivo, è un elfo mutato ma quando dice a Galadriel di non essere il solo ho goduto da matti.

Finalmente qualcuno che le dice quanto poca luce vi sia in lei. Quanto poco resta della magnifica signora degli elfi conosciuta attraverso Tolkien, ma questo purtroppo dipende dalle scelte degli sceneggiatori e orami non si posso cambiare.

Chiudiamo l’episodio con una scena che è un po’ comica, nel senso che si vede il vecchiaccio mettere questa specie di chiave in una pietra e girarla… praticamente è un’apertura di una diga? Comunque l’acqua fluisce in tutto il territorio sino ad arrivare nel cuore della “Montagna”; l’acqua risveglia il fuoco e il vulcano prende vita. Il Monte Fato? Siamo d’innanzi allo scenario della distruzione delle terre del sud?

Questo episodio, seppur debole di dialoghi, è quello che mi è piaciuto di più. Abbiamo finalmente una scolta alla narrazione che per sei episodi è rimasta latente, ed ora attendo solo di capire cosa succederà perché mi sembra ovvio che uscire vivi da quel fuoco è quasi impossibile.

Raga vi avevo promesso una diretta ma non ci riesco, troppi problemi a casa anche scrivere questa recensione è stata un problema.

Vi aspetto, al prossimo articolo.

Quanto figliano i Targaryen… House of Dragon, recensione sesto episodio! 

Anche stavolta arriva in ritardo ma avevo bisogno di rivedere la puntata, perché no leggere anche un po’ i commenti in giro. Che la serie sia bella e interessante questo non si può negare, ma se c’è una cosa che insegnano le serie tv, a più stagioni (salvo The Crown ma vi farò una recensione a breve), MAI CAMBIARE I PERSONAGGI IN CORSO D’OPERA. Lo metto in grande perché questo per me è stato l’errore maggiore, il passo falso della serie grande come Drogon. 

Game of Throne è andato bene per ché abbiamo avuto tempo otto stagioni per innamorarci, conoscere e distinguere i vari personaggi… poi sono schiattati lungo il percorso ma ERANO SEMPRE LORO. 

Ok, la pianto. Passiamo allo SPOILER, se non avete guardato l’episodio non proseguire. 

Questa gif racchiude in pieno quello che sarà da ora in poi la serie, lo scontro tra queste due donne e la loro prole… una bastarda e l’altra invece no. Alicent orami ha capito dove deve fare leva affinché il trono vada a suo figlio senza spargimenti di sangue, per la SUA famiglia. Ma credo punti a un esilio per Rhaenryra e i suoi bambini, giusto perché la Pollyanna che in lei deve venire sempre fuori. 

La principessa Targaryen si è dimostrata sin troppo facilona, la capisco Leanor non è il compagno migliore (se uno è gay non lo riesci a fa figliare Ranly Baratheon ne sa qualcosa.) Quindi oltre al divertimento Rhaenryra mette anche l’utile, ovvero la prole (certo poteva fermarsi a uno). Ma poi con chi figlia? Non con quel palo in c*lo di ser Cole ma con lord Harwin, figlio del primo cavaliere del re. Quando è successo che hanno parlato solo due volte in croce?  

Ecco perché sopra dicevo: non puoi far passare 10anni così, uno si perde. Può funzionare, ma neanche tanto sui lui, nelle serie tv è peggio. Io avrei finito la serie con le protagoniste più giovane e poi avrei fatto subentrare. Ma è evidente che non avessero molta fiducia sull’esito di gradimento del pubblico. 

Ci sono così tanti figli che ho compreso solo una cosa per distinguerli: quelli di Alicent hanno i capelli biondi quelli di Rhaenryra neri. Nella fossa del drago per comprendere che il povero Aemond è l’unico senza drago ho fatto fatica, ma abbiate pazienza troppi bambini e neanche presentati bene mi hanno confuso. Comunque i figli di Alicent sono parecchio particolari; uno si masturba alla finestra, dove poi si butterà di sotto Tommen, l’arrivo della madre che gli fa un discorso mentre quel povero figlio è in piena tempesta ormonale è da manuale. L’altro non ha un drago e sembra fragilino ma secondo me ha più cazzima di Aegon, la figlia è un’appassionata di rettili. Viserys è tanto buono e gentile ma si vede che i figli sono un po’ nerd con la sindrome di martire repressa della madre. 

Continuo con Approdo del Re prima di spostarmi al di là del mare stretto. Ser Cole ha il dente avvelenato, questo si sa, diventato ormai braccio sinistro della regina e in piena sindrome da usato e poi abbandonato, spinge lord Harwin mentre i ragazzi duellano tra loro, a difendere i figli di Rhaenryra. I SUOI FIGLI. Questo Cole lo palesa davanti a tutti, Re e primo cavaliere incluso. 

Lord Strong, dopo aver detto al figlio che sa bene che si strombazza e figlia con la principessa, va da Viserys per le dimissioni. Purtroppo per Alicent il primo cavaliere tace sulla motivazione e il re rispedisce al mittente la proposta, certo è molto meglio di atri che lo hanno preceduto. Quindi il primo cavaliere decide di portare il suo primogenito al seggio di famiglia… Harrenhal, dove schiatteranno tutti e due in un incendio, per nulla casuale.  

Datemi il fuoco di drago su quelle mura… con Alicent e Larys dentro! Anche se la storia non andrà così, se non sbaglio 

Perché ho menzionato il Vermilinguo di Approdo del Re? Semplice Larys, braccio destro di Alicent, ordina l’assassino del padre e del fratello andando a prendere quattro condannati a morte e tagliandogli la lingua. Ovviamente ha in pugno Pollyanna e mi sa che lei ne più che consapevole, ma vedremo chi dei due sarà più marcio dentro

Rhaenryra, durante un consiglio dove si parlerà ancora delle Stephenson, per cercare di appianare le chiacchiere propone di far sposare suo figlio con la figlia di Alicent. Addirittura si scusa per qualunque torto le abbia fatto ma di contro trova un muro. Questo muro porta la principessa a fare i bagli, con marito e amante, di quest’ultimo, al seguito, e andare a Roccia del Drago. 

Chiudiamo con Daemon. L’entrata spettacolare di lui e Laena sui draghi è meravigliosa, anche loro hanno figliato: due gemelle, una senza drago, e un altro in arrivo.  

Qui ammetto mi sono innamorata di Laena, l’attrice è splendida. Lei una vera un’indomita cavalcatrice di Vhagar, un drago vecchio e si vede da come è stato creato. Ci sono una serie di discorsi bellissimi tra Laena e una delle figlie e con il marito. Daemon appare un drago ferito, rifugiatosi dell’altra parte del mondo ma che sente quel richiamo di prendersi il suo posto nella storia.  

Questa (guardate gif) è la scena più bella del sesto episodio. Il parto difficile sta uccidendo Leana, ma Daemon non acconsente a farle fare il cesareo (un contrasto forte con Viserys che acconsentì) Lei consapevole di star morendo va dal suo drago e sofferente gli chiede di ucciderla. Mi ha fatto venire i brividi il modo in cui Vhagar cercasse in ogni modo di non sottostare all’ordine, le lacrime di Laena e lo sguardo finale, prima delle fiamme, tra loro è d’impatto

Il discorso finale di Larys, dove vediamo un Viserys in lacrime per l’abbandono della figlia, fa capire quanto saranno i figli a decretare la distruzione della casa Targaryen

Sabato per la indiretta sul mio tiktok: annina_r_profilo proprio per una chiacchierata su House of Dragon e Ring of Power. La settimana scorsa ho dovuto saltare a causa maltempo che ha fatto saltare la connessione 

Vi aspetto. 

Troppe eroine insieme… Ring of Power recensione quarto episodio!

Vorrei ma non posso, ecco cosa sembra questa serie ed è un peccato perché alla fine le basi ci sono. Spesso quando la guardo mi chiedo: che fine ha fatto il mio amore per la Terra di Mezzo? Amore che non è assolutamente stuzzicato durante la visione che a tratti risulta soporifera, senza guizzi che ti fanno tenere alta la tenzione.

Forse proprio questo manca, quel senso che sta per accadere qualcosa mentre arrivi a fine episodio che è tutto piatto.

Arriva la parte spoiler quindi se non volete andare avanti fermatevi qui!

Parliamo di LEI, Galadriel, l’eroina di questa storia e protagonista assoluta… mi annoia, nel senso che proprio non riesce a coinvolgermi e quella sua danza con le spade è stata avvincente come una spina nel posteriore. Ho trovato anche abbastanza ridicola che sia stata “ferita”, mi spiace se volevate renderla “umana” mi rifiuto è un elfo; ok può essere ucciso e sconfitto ma qui l’ho trovato terribilmente: ok, ma sono troppi quindi ci sta che le strappano il vestito.

Il perduto Re del sud, altra cosa che comunque non ha ancora una sua spiegazione. Questo povero cristo vuole solo forgiare armi in santa pace lontano dalla sua terra: ma alla fine parte. Volontà di ferro, proprio.

Per tutto il resto del filone Numenor, una menzione a Isidul… ora si spiega perché è caduto facile preda dell’anello.

I pelopiedi… i pelopiedi… insomma anche qui abbiamo parecchio mistero e nulla che viene spiegato, ok che è la prima stagione ma siamo al quinto episodio un pochettino di virata nella trama bisogna darla. Comunque questo gigante del mistero, che aiuta Nori, vogliamo tutti credere che sia buono ma non penso proprio e, anzi le strane figure arrivate sul luogo in cui è caduto, mi fa credere che siamo dinnanzi alla causa della Luce degli Eldar che sta scomparendo… Sauron. Ma questa è puramente una mia teoria che può essere prontamente smentita. Nori finalmente apre gli occhi su questo gigante, che forse aiuta la pelopiede solo perché è l’unica che lo avvicina senza terrore… almeno sino a ora.

Madre coraggio e Elfo, con tutti gli abitanti, altro filone che piano piano sta venendo fuori. Lei vuole combattere, ora mi è sfuggito il momento in cui è stata eletta capo, ma c’è chi decide di abbandonare la torre e andare a inginocchiarsi ad Adar. Ora vista la reazione di quest’ultimo quando è stato chiamato Sauron, qualcosa mi dice che forse è uno dei sottoposti che poi vediamo in LOTR. Comunque nell’insieme non è male questa parte, forse perché adesso si inizia a capire che quella in cui si trovano questi uomini è la torre di BaradDûr? Quella famosa dell’occhio?

La parte finale la riservo agli elfi e Durin, ora la magica luce degli Eldar n on risplende in questi elfi e nei loro luoghi, le musiche neanche aiutano, Gil-Galad forse mantiene un quell’aurea ma neanche tanto. Finalmente si scopre il motivo per cui Elrond doveva riavere contatti con i nani… il Mitril. Raga questa forse è la figata più bella, che non vi spoilero andata a guardarla, ovvero da dove nasce il Mitril e il motivo per cui gli elfi ne hanno bisogno. Mi piace tantissimo la lealtà di Elron di non dire se i nani hanno trovato il prezioso minerale a Gil-Galad, neanche quando questi gli mostra come la luce degli Eldar si stia spegnendo.

Non voglio dire che la serie è brutta ma non mi coinvolge, alcune volte mi sono assopita per poi riaprire gli occhi di scatto quando c’era un guizzo di novità o tensione. Mi dispiace perché la base c’è, ma o davvero hanno toppato il cast oppure non riescono a farlo rispendere.

Via aspetto più tardi per la indiretta sul mio tiktok: annina_r_profilo proprio per una chiacchierata su House of Dragon e Ring of Power. 

Alla prossima. 

Matrimonio a sorpresa ma neanche tanto… House of Dragon, recensione quinto episodio! 

Non mi sono dimenticata ma, dopo cotanto episodio, ho avuto bisogno di una doppia visione per comprendere a pieno quanto sia figa questa serie tv. Ogni volta che credo di aver visto il miglior episodio, ecco che vengo prontamente smentita da quello successivo… davvero complimenti agli attori perché hanno fatto un lavoro straordinario. Convincono e coinvolgono e spero che il cambio della guardia abbia lo stesso impatto. 

Ma bando alle ciance e passiamo allo SPOILER, se non avete guardato l’episodio non proseguire. 

Solo lui può entrare con un pittato spettacolare senza dire nulla. Partiamo col presupposto che la moglie di Daemon non è per niente brutta, insomma mi aspettavo un mostro mentre è lui che ha gusti difficili. Ovviamente avevo capito che doveva sbarazzarsi di questo fardello di matrimonio, mai neanche consumato, e quindi quando compare sul sentiero è spudorato che la uccide. Come lo fa poi… sempre alla maniera sua. 

Viserys, povero Viserys, sta andando a dare in sposa sua figlia, si abbassa in prima persona a farlo perché Corlys Velaryon è ancora incazzato nero per la questione del matrimonio mancato, la mancanza di sostegno nella guerra delle Stepstones ma soprattutto perché Viserys ha rubato il trono alla moglie… uomo fedele ad avercene a Westeros. Comunque nell’insieme ormai il Re si regge in piedi per miracolo e da ogni sua conversazione si evince la voglia di banchettare allegramente senza rotture di scatole, un desiderio vano visto che ogni volta gli propinano affari politici. Comunque riesce a convincere lord Corlys a far sposare Rhaenyra con Laenor, ovviamente dopo aver trovato un accordo sul cognome.  

Sulla spiaggia si consuma una bella chiacchierata tra i due freschi fidanzatini, con un discorso se è più buona l’oca o l’anatra di Rhaenryra spettacolare. Praticamente io continuo a mangiarmi Ser Criston Cole e tu il cavaliere di baci. Li vedremo, i due baldi giovani maschietti, poi limonare sulla spiaggia, dopo la partenza del re, così per far capire, a chi non aveva capito, i gusti del futuro principe consorte. 

La parte clou’ dell’episodio è il banchetto che anticipa il royal weeding, nà cosa che il castello delle cerimonie scansati proprio, l’entrata in scena dei Valaryon è spettacolare ma nulla in confronto all’arrivo di Daemon che senza dire nulla, come nel suo stile, attraversa la sala e va al tavolo del re. Si accomoda e fancula in grande stile il cugino della defunta moglie che lo accusa di averla uccisa. Niente… perché i personaggi così sono il fulcro e il centro della narrativa che altrimenti sarebbe piatta. Bello il momento Alicent, il suo vestito verde un richiamo alle marni per gli alfieri della casata… ho sempre detto che non è una Pollyanna. 

Ma tra balletti, mangiate e sguardi languidi di Laena Valaryon a Daemon, il cavaliere di baci trova il tempo per capire CHI è l’amante della principessa e di “minaccialo velatamente”. Mossa sbagliata. Tra Daemon che prima ci prova con Laena e poi con Rhaenyra, mentre Viserys se vorrebbe fa un party tranquillo… la sciagura dei matrimoni a Westeros è dietro l’angolo. Parte una mega rissa tra il cavaliere senza più verginità e il cavaliere di cuori, che ha la peggio e resta spiaccicato al suolo. 

Chiudo con parere personale. Adoro. Adoro anche il modo in cui hanno fatto sposare i due ragazzi, lì in mezzo a una sala vuota e sporca di sangue. Laenor in lacrime, Viserys che stramazza al suolo e l’infelicità negli occhi di Rhaenrya. Un’atmosfera cupa che fa eco a Ser Cole che sta per uccidersi nel parco degli dei, fermato da Alicent che ora in lui vede un alleato. Il cast è eccezionale, lascia un’eredità ai nuovi protagonisti pesante ma anche a chi resta. Daemon può e deve solo crescere, deve diventare ancora più oscuro e cattivo; se vuole continuare a mantenere il titolo di miglior personaggio e interpretazione.

La danza dei Draghi ha avuto inizio… e non vedo l’ora di vedere come andrà avanti. 

Via aspetto sabato per la indiretta sul mio tiktok: annina_r_profilo proprio per una chiacchierata su House of Dragon e Ring of Power. 

Alla prossima. 

Prendi la trama e perdi la trama… Ring of Power, recensione quattro! 

Un’escalation di momenti focali per una puntata che per la prima volta mi fa assaporare la trama per poi togliermela di nuovo. Già quando lessi le appendici di Lord of the Ring ho avuto momenti di smarrimento, conditi da salti temporali e una spropositata serie di nomi, che anche volendo non avrei mai potuto ricordare, qui si sta verificando la stessa cosa. Insomma giro in tondo nella speranza di afferrare l’episodio e collegarlo a quello precedente. 

Entriamo nello SPOILER quindi se non avete visto l’episodio non continuate la lettura. 

Non sono di parte, ma forse lo sono e non voglio ammetterlo, ma per ora la trama dei nani è quella che mi coinvolge di più; anche se questa coinvolgente amicizia tra Elrond e Durin mi sa troppo di forzata. Insomma che io ricordi Gimli non era molto fans degli elfi. In questo filone ci sono state due cose che hanno lasciato dubbi: Celebrimbor, sta costruendo la torre con l’aiuto dei nani ma c’è stato un momento che non ho creduto in lui. Il Mitril, che bello vedere dove l’hanno scoperto e l’ostruzione per l’estrazione, immagino che il Balrog si stia già risvegliando altrimenti non si spiega. 

Il canto della regina dei nani… me lo sarei evitato, ma mi taccio altrimenti potrei scatenare il putiferio. 

Storia a parte per tutta la questione Adar, Arondir e tutto il popolo del sud con annesso madre coraggio e figlio ormai assoggettato al male. Sebbene resti perplessa sull’identità di Adar, magari potrebbe essere il Re degli stregoni oppure quel mostro con la bocca, Sauron… non lo so sto sparando a caso, ma finalmente ho capito che cercano la spada spezzata. Ora non ricordo una spada di Sauron ma è evidente che quella lama rappresenta un potere. Per la prima volta sono riuscita a seguire questa parte, anche se mi sarei evitata il marmocchio che si nasconde dagli orchi e il sole che sorge nel momento meno opportuno. 

Capitolo a parte per Galadriel che io trovo terribilmente irritante, mi dispiace ma non riesco a farmi piacere il personaggio; lo trovo caotico e isterico cosa che non mi fa vederla come un elfo. Sarà la giovane età, oppure il fatto che ha un tumulo dentro ma davvero non rispecchia il mio pensiero su Galadriel. 

La storia che si sviluppa a Numemor è degna di nota, la spettacolare scenografia fa spalancare gli occhi; bisogna dire che è quello a fare della serie qualcosa di spettacolare. Si scioglie qualche nodo ma la trama comunque resta piatta. 

Parere personale: alla visione finalmente non mi sono annoiata, si delinea qualcosa in più rispetto al caos delle altre puntate; ma se devo puntare il dito su un personaggio che mi sta tenendo attaccata alla serie… no, non c’è. Qui siamo in una coralità di insieme che si fonde abbastanza bene nell’obbiettivo finale che coinvolge tutta la Terra di Mezzo. Però in ogni serie deve esserci un personaggio di punta, dovrebbe essere Galadriel, la protagonista, ma non coinvolge; almeno non me e questo mi dispiace perché mi sarebbe piaciuto tantissimo vedere com’è diventata la signora degli Elfi. 

Ma c’è ancora speranza. 

Via aspetto sabato per la indiretta sul mio IG: annina_r_profilo proprio per una chiacchierata su House of Dragon e Ring of Power. 

Vi aspetto. 

Un tocco di hard ed è subito… House of Dragon, recensione episodio quattro! 

In super ritardo chiedo venia.

Siamo arrivati all’episodio numero quattro, di House of Dragon. senza troppi colpi di scena eclatanti e con una trama che ancora non decolla ma intriga parecchio. 

La lenta agonia, se così la posso chiamare, sono questi stacchi temporali che si alternano ma lasciano una staticità credo dovuta ai fini della storia. Ripeto: non ho letto i libri ma si può facilmente intuire che i protagonisti, per adesso, sono in un cerchio di intrippo familiare da cui si sganceranno solo alla morte di Viserys I. Quando e se avverrà perché anche se non ho letto i libri… 

È facile capire che avverrà a breve.  

Entriamo nel campo spoiler, come anticipato dalla gif, quindi se non avete visto l’episodio riandate la lettura a dopo averlo fatto. 

Si parte con un nuovo salto temporale, Rhaenyra sta compiendo un viaggio per trovare marito… lei? Ma perché non era meglio farli arrivare da tutti e sette i regni ad Approdo del Re? Le cose strane che non capirò mai. Comunque i pretendenti devo dire si dividono tra old boy o toy boy, si cambia la prospettiva ma a lei di andare in sposa non gli passa manco per la capa. 

Dopo aver fanculato i lord, con tanto di piccoli cavalieri crescono a pane e uccisioni, torna ad Approdo del Re e chi arriva insieme a lei? La sciagura dei sette regni, colui che cento ne fa ma non gliene va bene una: Daemon, fresco di corona del mare stretto e fratello prodigo devoto al suo re… all’improvviso. C’è da dire che la faccia tosta non gli manca, e il nuovo taglio di capelli lo fa tremendamente figo; si distingue dai Targaryen e fa ben, credo sia anche un modo per imprimere meglio il personaggio. Quasi non rivolge la parola alla nipote, nonostante lei cerchi un contatto, ma le fa odorare la libertà che potrebbe darle il matrimonio con un discorso diretto

Molto interessante la chiacchierata tra Rhaenrya e Alicent, quest’ultima esce finalmente un pochettino allo scoperto e in questa puntata mostra finalmente il suo scontento per un matrimonio non voluto. Inoltre viene sottolineata la sua solitudine, soprattutto nella scena con la figlia in braccio; diventa netto come veniva aiutata con il figlio maschio e come invece la bambina deve gestirla da sola. 

Mi piace quella scena, fa quasi da eco forse a quello che poi è ciò che Daemon mostra alla nipote: nessuno vuole una donna sul trono

Arriviamo alla parte più interessante: Daemon induce Rhaenrya a lasciare la fortezza rossa, entrambi ben travestiti, per immergersi nella vita by nigth di Approdo del Re, non c’è che dire si divertivano parecchio e io che pensavo andassero a dormire con le galline. Daemon apre gli occhi alla nipote sulla sua pretesa al trono, ancora una volta veniamo messi al corrente di quanto la donna è considerata nessuno in fatto di potere; la risposta della giovane fa capire che a lei non interessa cosa pensa il popolo. 

Attratta dalla voglia di scoprire si fa trascinare nelle taverne, spettacoli, nei vicoli sporchi e bui e infine eccolo che giunge il momento alla vecchia Game of Thrones

Rhaenrya è consapevole solo di quanto il matrimonio sia un qualcosa per mettere al mondo i figli, teme di fare la fine di sua madre: quella di essere un’incubatrice per eredi. Non sa cosa vuol dire il piacere di un atto sessuale, Daemon glielo dimostra portandola in un bordello per farle vedere quanto il sesso sia un piacere sia per uno che per donna; cavolo ho adorato la contrapposizione di queste parole che poi venivano sottolineate da un Alicent a letto con Viserys, quasi a smentirle ma a sottolineare che puoi avere quello ma ti poi prendere anche questo.  

La scena dei due Targaryen, privi di travestimento e quindi riconoscibili per volere di Daemon, liberano quella carica erotica che c’è sempre stata tra loro, ed era ben percepibile, davanti a tutti affinché li potessero vedere.  

Mi ha fatto impazzire come Daemon accedesse il fuoco della passione nella nipote, la provocazione di cercarlo e desiderarlo per poi mollarla sola, mezza nuda tra mille corpi che si danno piacere, dimostra ancora una volta quanto sia incredibile questo personaggio. 

Ammetto non so se Daemon si ferma perché ama davvero la nipote e non vuole il trono sino al punto di prenderla davanti a tutti, oppure perché ha raggiunto il suo scopo e quindi può bastare così; sta di fatto che lo avrei troncato di mazzate ma Raenrya reagisce ancora meglio.  

La piccola principessa, risvegliata dal fuoco del sesso sfrenato a cui ha assistito o forse lasciata a metà dal bastardone dello zio, si strombazza alla grande un impacciato Criston Cole; che a un certo punta sembra pure dire: è il capo me tocca anche se non vorrei. La scena è pure comica perché sto poraccio se doveva togliere tutta l’armatura, quindi per forza di cose hanno dovuto farla così ma ammetto non ho sentito molto erotismo nell’insieme. Dite ai cavalieri di venire già svestiti. 

Otto Hightower e Mysaria la coppia che non ti aspetti ma lei non me l’ha mai raccontata giusta, scopriamo finalmente la vera natura del primo cavaliere; non che ci volesse quanto, ma soprattutto finalmente Viserys apre gli occhi. Credo che nessuno abbia capito quanto il Re ami sua figlia, figlia dell’amata moglie, e che vuole sul trono di Spade. Questo segna un importante svolta per i personaggi soprattutto quello de Re che prende spessore. Riportare la nottata da badgirl con lo zio non frutta bene a Otto, anzi Viserys lo mette davanti alla sua ambizione di avere Aegon sul trono. 

La puntata si chiude con Daemon che finalmente mostra le sue carte chiedendo Rhaenrya in sposa, Visery gli molla il due di pecche insieme a un tornate a casa da tua moglie, che poi la vorrei tanto vedere

Rhaenrya acconsente al matrimonio con Laenor Valaryon , che abbia scoperto le gioie del matrimonio imposto… ovvero le corna?  

Comunque il finale con il tea per spiacevoli incidenti è davvero una treshata, che poi è stato il re o non è stato il re? Per me è stata Alicent, certo se Rhaenrya lo beve non ha preso neanche un capello dallo zio…. o forse si? 

Via aspetto sabato per la indiretta sul mio IG: annina_r_profilo proprio per una chiacchierata su House of Dragon e Ring of Power. 

Alla prossima. 

Ring of Power… parliamone!

Raga eccomi qui con una nuova recezione, lo so che ne potevate fare a meno… ma io no!

Oggi parlo della serie, insieme a House the Dragon, più vista del momento; annunciata in pompa magna come un capolavoro e posso dire anche la più ricca di polemiche.

Partiamo col dire che qui si toccano più di un mostro sacro: in primis Tolkien, il padre della Terra di Mezzo e dei suoi ospitanti, la Trilogia del Signore degli Anelli di Peter Jackson, adattamento cinematografico dell’opera del Maestro Tolkien ormai leggenda.

Non sono partita prevenuta contro la serie prodotta da Amazon Prime, sebbene detesti il politicamente corretto adottato per i personaggi, e non perché sono una purista di Tolkien e un elfo nero mi fa storcere il naso ma perché parliamo di un mondo fantasy che si rifà alla cultura nordica. Lasciamo stare le scelte per il cast, che può piacere o no, l’intero cucuzzaro è costato in modo sproporzionato e quindi le attese erano parecchio alte. Avevo poche aspettative ma ben riposte, anzi spesso ho odiato le polemiche avviate durante la produzione.

La scenografia è qualcosa di spettacolare, pulita e nitida, ti fa entrare nella Terra di Mezzo avvolgendoti di quella magia che è tipico del mondo di Tolkien. kazadum è stata rappresentata divinamente, forse perché da sempre abituai a vederla cupa e spenta ha davvero catturato il mio interesse. I costumi e i nuovi paesaggi sono uno sfondo perfetto dove far muovere i personaggi; alcuni nuovi e altri conosciuti… ed è proprio qui che sta la fregatura.

La protagonista è per me il punto debole, Galadriel incarna la bellezza senza tempo è un’elfa potente ma per quanto forte non è mai stata una guerriera. Raga ok il girl power ma qui sembra che nelle serie TV le donne sono tutte cazzute in contrapposizione a uomini con zero carattere, non è così che si può intendere la parità. La giovane attrice, che ne deve mangiare di caramelle per arrivare alla bravura di Cate Blanchett, non mi porta alla mente la Galadriel che ho letto nei libri o visto nelle Trilogie. Bella, brava e scenica ma le manca quell’aurea magica; insomma se non avesse le orecchie a punta sarebbe un’umana che sta combattendo la sua battaglia.

Qui entriamo in spoiler quindi nel caso fermate la lettura.

La trama, tre episodi sono troppo pochi, per il mondo vasto di Tolkien, quindi andrò a fare solo una chiacchierata su quelle cose che salta subito agli occhi.

La prima cosa importante è che, benché si rifaccia al mondo di Tolkien, c’è poco di quello che conosciamo e quel poco è fumoso in quanto la produzione non detiene i diritti del Silmarillion, libro a cui dovrebbe rifarsi la serie, ma solo alle appendici contenute nella trilogia. Io del prologo non ho compreso quasi niente, la spiegazione è stata troppo frettolosa e macchinosa da non prendermi (cosa che nella Trilogia di Jakson ha funzionato bene) Altra cosa che mi ha confuso è la mole di storyline, luoghi e personaggi che ti viene presentata in poco tempo; per carità è una serie corale ma così in mezz’ora quattro posti diversi diventa difficile da seguire. Anche se gli spostamenti vengono fatti comprendere attraverso la mappa auna certa mi sono persa; forse perché i mondi visivi della serie di mezzo, cinematografici, erano un po’ gli stessi mentre questi non conosciamo l’ubicazione quindi può confondere.

Mentre Galatriel porta avanti il suo ritorno nella Terra di mezzo, la nuotata in mare aperto è un NO enorme, Elrond sembra un manichino uscito male. Il villaggio di uomini e gli elfi di vedetta ho capito poco e niente ma può essere colpa mia. I Pelopiedi non hanno nulla degli hobbit li detesto e questo gigante su cui si fanno le supposizioni più strane ancora lo devo capire.

Le uniche parti in cui sono stata più attiva sono solo due: Numenor perché ho sempre amato quella parte della storia e kazadum, esco ancora una volta innamorata dei nani perché fanno esattamente quello che ci si aspetta da loro. Non hanno perso l’imprit dato dai libri o trilogie e per ora restano quelli meglio riusciti. Mentre per quanto riguarda gli elfi ripeto: orecchie a punta a parte non hanno nulla di “magico”.

Sia chiaro non boccio la serie, però davvero sono molti più i momenti in cui mi assopisco e sono distratta che quelli dove ho voglia di sapere. Non sono neanche prevenuta per colpa dei libri o trilogie, ma proprio manca qualcosa che catturi lo sguardo e faccia esclamare: cavolo devo aspettare un’altra settimana?

Questa ovviamente è la mia opinione, se volete parlarne con me vi aspetto stasera intorno alle 19.00 sul mio IG: annian_r_profilo per parlare sia di Ring of Power che House of Dragon; stavolta non mancherò so che dovevo farla martedì ma impegni mi hanno bloccata.

Alla prossima^^

Tutti pazzi per House of Dragon?

Ohh ma quanto mi piace andare in brodo di giuggiole per una serie tv?  

Non potete immaginare, forse non riesco neanche a spiegarlo, perché non mi capitava da un po’ eppure di serie belle ne sono uscite; ma per il fantasy è amore unico. 

Partendo dagli albori, non del mondo di George Martin, sono uno di quelle persone che non rientra nella categoria della lettura dei libri; faccio mea culpa ma davvero non li conoscevo prima della serie tv di Game of Thrones. Ammetto che non è stato amore a prima vista per la serie originale, anzi più ne sentivo parlare e più la respingevo (credo che il troppo parlare delle scene di sesso violento abbiamo contribuito a farmi vedere il “gioco dei troni” in modo negativo. Si è ingenui e scemi a volte) 

Ma il passato è passato ora parliamo della serie House of Dragon, che sto letteralmente amando. Sono stata profondamente delusa dalle ultime due stagioni di GOT, non so se per mancanza del continuo dei libri o oppure perché a una certa hanno avuto la sicurezza che Martin non finirà la storia e quindi ci hanno messo un punto loro, tanto da essere prevenuta su questo nuovo lavoro; sebbene rassicurata dal fatto che i romanzi qui fossero conclusi. Non ho amato molto i Targaryen, sempre stata una Stark nell’anima, ma forse perché la casa del drago ormai era in totale decadenza e la sola Daenerys, sebbene personaggio molto ben costruito nelle prime serie, non bastava a dare il giusto peso a cotanta acclamata dinastia. (per quanto mi riguarda.) 

In questo prequel abbiamo una storia completamente diversa, sebbene il ritornello sia sempre quello: l’erede maschio ha il trono e la femmina fa da fattrice, un po’ il succo che è stato trattato nella serie originale ma abbiamo una visione diversa a mio avviso. Rhaenyra non è la “Daenerys” del passato, questa donna è molto più sicura di quello che vuole ma allo stesso tempo braccata da un destino da a cui non può scappare. Una ragazza amareggiata dalle scelte paterne, dal modo in cui Viserys l’ha sempre messa in ombra per un erede maschio finché non la nomina per gioco forza sua erede. Una nomina debole, si comprende facilmente quando il sogno del figlio maschio si realizza in seconde nozze; si percepisce proprio il senso di solitudine di questa ragazza e il fatto che è rassegnata a perdere il trono nonostante le rassicurazioni paterne. Il suo essere cazzutta, alla sua giovane età, mette ancora più in risalto quanto Viserys I sia completamente inadatto a fare il Re, (giuro con il modellino sembrava me nel mio periodo più nerd). Questo targaryen così incline alla manipolazione, specialmente da Otto Hightower, il personaggio che ancora non riesco a inquadrare come sua figlia Alicent che non è a fatto la “Pollyanna” della situazione, mi dà un senso di sconfitta totale come Re. Forse sbaglio ma vedo in Viserys una paura di non essere adatto al ruolo che ricopre, motivo per cui mantiene il fratello lontano e cerca in ogni modo di avere un erede maschio. Teme che il popolo possa vedere una guida più Daemon che in lui, amarlo di più, e mi sa tanto che lo ha capito anche Hightower. 

Altro aspetto che mi piace di questa sagra familiare è il rapporto padre e figlia, sono entrambe molto soli e si vede quanto avrebbero bisogno l’uno dell’appoggio dell’altra; peccato la loro non comunicabilità permette agli estranei di intromettersi e scavare una trincea ancora più profonda.

I primi episodi sono sempre i più difficili per questo non mi esprimo molto sulla trama, che però con il terzo inizia a prendere forma. Il mondo di Westeros è tornato a splendere di luce nuova, non c’è quel senso di decadenza sebbene si percepisca il declino della dinastia Targaryen alla morte della regina Aemma. Le ambientazioni, i draghi, i costumi per quanto possano accostarsi al mondo che conoscevo della serie madre in questo prequel prendono una forma e anima diversa, ma facendoti sentire a casa. I personaggi li trovo magnetici e alcuni di loro catturano letteralmente lo sguardo: Daemon, si sto parlando di lui. Sarà che ho una predisposizione per quelli messi all’angolo. Per quei personaggi già classificati come la piaga della disgrazia. Lo stronzo che non conosce redenzione… ecc, ma lo adoro.  

Daemon è la punta forte, quello che ti fa sentire il sangue di drago che gli scorre tra le vene. Ma è anche quello in cui si comprende quando la mente dei targaryen sia facile preda delle “illusioni” e della pazzia. Non so voi ma questo lo si nota anche in Viserys. Quando parla del sogno sul figlio ha una luce di follia negli occhi.

Se non volete spoiler non leggete il continuo….

Il terzo episodio, un po’ come gli altri, lo chiude lui, Daemon, e lo fa in modo spettacolare… rubando la scena non solo alla vicenda del successore al trono, al fatto che Rhaenyra può sceglie chi sposare e viene riconfermata futura regina. Cancella quasi la puntata con una spettacolare battaglia in solitaria. Lui, che in molti vedono come la causa della perdita della guerra nelle Stepstones, al messaggio di suo fratello che lo dà come perdente e non accetta che perda per non mettere in pericolo il suo trono, gli manda gli aiuti sempre rifiutati. Come reagisce Daemon a cotanta gentilezza? Tronca di mazzate il povero vassallo e fa quello che fanno i dannati e soli… parte all’attacco e vince. 

Una battaglia epica, solo davanti al nemico. Onore all’attore che senza dire nulla, usando solo lo sguardo, ammalia completamente lo spettatore e lo rende succube della forza del personaggio. Una scena costruita alla perfezione, senza sbavature e di forte impatto che incorona Daemon come punta di diamante di questa serie.

Aspetto con ansia i nuovi episodi, soprattutto dopo aver visto il trailer del quarto. 

Ultima cosa domani sera sarò indiretta sul mio IG: annina_r_profilo, proprio per una chiacchierata su House of Dragon; se avete voglia vi aspetto. 

House of Targaryen per me vince alla grande… per ora! 

Ricominciamoooo!

Non è che sono pronta per un revival della famosa canzone di Pappalardo, benché forse potrebbe darmi più soddisfazione della mia vita da scrittrice, ma è un modo (neanche originale) per dire che sono tornata.

Lo so che in molti neanche si sono accorti della mia assenza, che questo blog è più morto che vivo, ma la speranza ancora veleggia forte sul mare turbolento della mia fantasia; praticamente sto scrivendo una nuova storia.

Ormai dovreste conoscermi quindi la cosa si suppone sarà molto lunga, ma ho imparato a prendermi i miei tempi in fatto di scrittura; anche perché un paio di progetti potrebbero giungere uno a fine anno e l’altro a metà nuovo. Sembra che non faccio niente ma in realtà è trovare il momento giusto per pubblicare quando le CE ti dicono no, perché quel no fa sorgere parecchi dubbi sul tuo operato e quindi devi comprendere cos’è che non va. Trattandosi di me la cosa può portare a non voler proprio più fare niente, mi deprimo facilmente… sono fatta così.

Dopo avervi tediato con i miei progetti di scrittura passiamo alla parte divertente: le mie letture estive. Mai come quest’anno ho letto una marea di libri, non solo romance e MM, quindi come annunciato un po’ di tempo fa ho intenzione di far partire la rubrica: libri e moda. Non è neanche una cosa originalissima ma spero di renderla tale.

Inoltre visto che questo è il mio spazio per le passioni e per la prima volta dopo anni ci sono serie tv che mi esaltano la favella, Il Potere degli Anne e House of Dragon, voglio cimentarmi e recensirne gli episodi; sia chiaro i primi due li ho saltati apposta perché dovevo capire prima se potevo essere obbiettiva quindi già da domani si parte con il primo articolo. Vi aspetto per parlarne insieme.

Mi sembra di avervi aggiornato su tutto quello che mi riguarda, a grosse linee ma adoro la suspense.

Alla prossima.

ps: se avete voglia commentate pure mi può solo far piacere.

Quando il mare chiama!

Non sono ancora in ferie, 😭, ma il richiamo del mare o montagna, per chi ama il fresco, lo sento forte e chiaro. Quindi ho abbandonato la città e mi sono concessa un weekend nella bellissima cornice di Maiori sulla Costiera Amalfitana, potete immaginare quanta voglia avessi di stare al pc a scrivere in quei giorni 🤭. Il pc è rimpastato a casa e il cellulare è servito solo per fare qualche bella foto, insomma un po’ di relax mi ci voleva anche solo per schiarirmi le idee.

Arrivati al quarantaduesimo articolo immagino, credo… spero… non si sà mai, che avrete capito che sono una pseudoscrittrice in cerca del suo piccolo Eldorado, al quanto introvabile per me ma finché c’è vita ho speranza. Nell’arco degli anni ho pubblicato dei romanzi, li trovate su amazon, alcune storie, su wattpad, e fanfitcion, su AO3; purtroppo non è ancora arrivata per me la svolta di arrivare a un pubblico più ampio di lettori. Non mi piango a dosso la strada è sempre in salita quindi per adesso mi accontento di come vanno le cose; attendo tempi migliori perché so che arriveranno.

Nonostante il periodo di stop, non scrivo da mesi non ho smesso di pensare a nuove storie o buttare giù scalette. Ieri poi è arrivata la svolta ho ripreso a scrivere la fanfiction su Slam Dunk, per chi la sta seguendo, e aggiornerò più sovente Memorie delle Piume il mio fantasy free su wattpad.
Mentre per un nuova pubblicazione sappiate che la mia beta sta revisionando un testo, quindi ci sono novità anche su quel fronte.😉 Non posso dirvi altro perché il lavoro è lungo, inoltre siamo ad agosto e tutti meritano le ferie.
In fine ho quasi finito un libro di cui poi farò video recensione😶, seguitemi sia su IG che TikTok se avete voglia di interagire e sentire la mia paradisiaca voce🤣
Mi sembra tutto per ora… a non ho dimenticato la mia rubrica moda e libri ma visto che siamo in estate e il gossip su Ilarii Blasy e Francesco Totti imperversa più della crisi politica rimanderei l’avvio in tempi migliori ❤️

Non solo scrittrice ma anche, soprattutto, lettrice!

Salve a tutt*, spero che la vostra situazione sia meglio della mia… fa talmente caldo che si suda anche stando fermi. Vi chiederete: dove trovi la voglia di scrivere sul blog?

Effettivamente la compagnia del pc non è per nulla piacevole in questo periodo, quando buona parte del mondo sta spaparanzato davanti a un ventilatore o aria condizionata, ma già sono pigra di mio se abbandono è la fine. Poi ammetto che tenere questo blog mi piace, voglio farlo diventare una finestra aperta sul mio mondo.

Il mio mondo non è fatto solo di scrittura e problemi legati alla pubblicazione ma anche di lettura. Ultimamente trovare romanzi che mi sono piaciuti davvero è stato difficile, ammetto anche che leggere troppo romance non fa per me… dopo un po’ mi sembrano tutti uguali. Senza contare il fatto che molto spesso abbandono dopo i primi capitoli perché la storia davvero non mi prende.

Ovviamente non è colpa mia ne dell’autor*, la lettura è come un vestito: ne provi cento ma solo qualcuno ti starà davvero bene addosso.

Ma ci sono anche dei casi in cui insistere e andare oltre i capitoli ostici può riservare sorprese. Il libro che ho finito di leggere è stato una sorpresa, non faccio spoiler e le mie recensioni solo puramente personali.

Alla fiera del libro di Torino ho acquistato il libro di Francesca Zuccato Delivery Dreams, mi aveva incuriosito già prima di uscire e ho seguito i blog che lo hanno recensito e anche l’autrice proprio perché non avevo letto nulla prima di questo libro.

https://www.amazon.it/Delivery-Dreams-Francesca-Zuccato-ebook/dp/B09PTKZRVN

Non è stato amore al primo capitolo, un fantasy, anzi le troppe descrizioni spesso similari hanno reso la lettura difficile ma poi all’improvviso la storia si apre viene fuori la vera anima del romanzo, dei personaggi e le difficoltà che affrontano… una su tutte quella dell’accettazione. Ammetto che nel momento clou mi sono persa, ho dovuto rileggere per capire bene, ma nell’insieme consiglio di leggere questo romanzo.

Bene se dovessi accostare la moda a Delivery Dreams dire che è come un kimono dai toni accessi.

Alla prossima^^

Il marketing è quello che conta!

Siete riusciti a sopravvivere a questa ondata di caldo bestiale? Io sono viva ma per puro miracolo, ho perso il conto degli svenimenti e giramenti di testa per la pressione bassa; inoltre ho un ricordo davvero orribile della pelle bagnata di sudore anche dove non batte il sole.

Comunque per un girono, almeno dalle mie parti, il tempo è stato clemente e dopo una bomba d’acqua notturna da incubo ci siamo goduti un po’ di fresco; ma così giusto qualche ora perché il caldo è tornato. Ed è proprio il caldo che mi tiene lontano dal pc, al lavoro stiamo pieni quindi se posso nel weekend cerco di staccare dallo schermo però… ecco qui con un nuovo argomento su libri e affini.

Credo di averne già parlato una volta ma riguardando le mie vendite, ferme a zero, torno sull’argomento. Vi spiego anche da dove nasce di nuovo la voglia di parlare di marketing, ovvero una semplice uscita serale sul lungomare. Ci sono una marea di chalet sul lungomare di Napoli, tutti molto belli e anche con una bella variazione sul prodotto che offrono eppure uno solo era pieno sino a scoppiare. Questo mi ha fatto pensare perché tra tutti ti ricordi solo di quel determinato posto? La risposta è semplice: lavorano di marketing.

Il prodotto c’entra poco, quando hai una comunicazione che attira la massa non è quello che vendi o meglio la qualità di quello che vendi, preciso che i prodotti sono ottimi, ma più come lo vendi. Quindi vai di investimento nel settore di comunicazione e pubblicità, sappiamo bene come funzione il passa parola è importantissimo e fa girare il tuo nome. Non importa il come basta che se ne parli ed è così anche per i libri.

Posso aver scritto la storia del secolo ma con la mia comunicazione basilare e povera nessuno gli darà mai peso. Però allora che dovrei fare: pagare qualcuno che mi faccia del buon marketing?

Avessi le possibilità lo fare anche ma parliamoci chiaro stiamo parlando di figure professionali ultra richieste sul mercato non potrei mai permetterlo, quindi che fare? Bisogna uscire dagli schemi e buttarsi, chi dice che non possa funzionare? Ovviamente dovrei stare h24 sui social ma ragazzi il tempo è tiranno poi parliamoci chiaro: ma davvero a qualcuno potrebbe interessare la mia vita minuto per minuto manco fosse chissà quanto emozionante.

Vi aggiornerò sui risultati e vedremo se avrò fortuna. Nel frattempo vi ricordo che a settembre vorrei iniziare la rubrica moda e libri, quindi se avete voglia di consigliarmi qualche romanzo fatelo pure.

Alla prossima!

Quando la polemica è estiva!

Precisiamo che sto soffrendo il caldo e quindi la mia voglia di stare al pc è pari allo 0,001, le idee evaporano sotto il sole insieme alla volontà di scrivere qualcosa di interessante. Ma mollare completamente non è da me, quindi anche a gocciole eccomi qui a rompervi con la mia prosa sgrammaticata ma sempre sul pezzo.

Se io patisco il caldo il girone dei polemiconi invece non li ferma, ma anzi sono sempre pronti a buttare fuori qualche nuova perla. Certo stavolta hanno proprio giocato di fantasia… nessuna CE (NESSUNA) pubblicherebbe un romanzo voluminoso.

Andiamo con ordine, un pover* novello scrittore chiedeva praticamente vuole pubblicare il suo primo romanzo fantasy ed era titubante di non essere letto perché il volume è di 800 pagine. Ora non vorrei puntare il dito, anche perché comprendo la poca stima a volte che prende, però se il libro vale ma di pagine io ne leggo anche il doppio; quindi non è il volume ma il contenuto a fare un libro. Comunque sotto il post di questo scrittore in erba c’erano dei commenti più o meno interessanti, soprattutto quelli che lo incitavano a non guardare il numero di pagine, ma poi ecco che arriva la chicca… nessuna CE pubblicherà un tomo da 800 pagine.

Certo se sei un esordiente ci vuole un pochino di tattica, tipo fare una serie e quindi dividere il romanzo in tre. Oppure provare il self e vedere come va. Ci sono mille alternative, ma una cosa è sicura oggi si punta a volumi più piccoli, soprattutto quando siamo semisconosciuti, il lettore (non tutti) predilige storie brevi o le serie e bisogna comunque fare una piccola ricerca per capire se un prodotto così ampio possa interessare al pubblico o a una CE.

Ecco perché mi fa ridere quel commento, che del tutto sbagliato non è, ma asserire che nessuna ce al MONDO pubblicherebbe un volume così corposo è una cazz**a. Devo essere io a ricordarvi quanti libri sono diventati successi planetari nonostante il numero delle pagine? Ma non credo proprio. Quindi pubblicate e mandate a CE se credete nel vostro lavoro, questa è la cosa più importante.

Bene chiudo qui!

Vi ricordo che sto lavorando alla rubrica moda e libri, anzi ho già il primo argomento ma aspetto periodi più tranquilli per iniziarla.

Alla prossima.

Un libro sotto l’ombrellone!

Buona sera, lo so che sono latitante ma vi assicuro che non ho la polizia alle calcagna; diciamo che ho gli impegni che mi sommergono e come se non bastasse quello ho dovuto cambiare il pc. Il mio vecchio Asus è morto suicidandosi dopo 12anni di onorato servizio, non avete idea di come mi sono sentita imbranata con il nuovo; praticamente una novellina alle prime armi.

Oggi ho voglia di parlare di uno degli accessori più fashion che non può mancare sotto l’ombrellone. Si perché il caldo è esploso, anche troppo per essere ancora a giugno, quindi le domeniche al mare sono iniziate, anche per me sebbene con gli anni la mia passione per la spiaggia si sia affievolita.

Comunque oggi guardando, spiando diciamola chiaro, ho notato che quasi nessuno aveva un libro con sé a parte me. Cioè capisco che esistono anche glie ebook ma davvero non c’era nessuno con un bel libro cartaceo in mano, come cambiano i tempi. Io gli ebook al mare non riesco a leggerli a causa del sole, anche se sono sotto l’ombrellone, mentre è il periodo che preferisco per leggere i cartacei che acquisto durante l’anno e che spesso restano non letti perché la sera preferisco la luce del kindle.

Avere quel libro tra le mani comunque mi ha fatto sentire fashion, si perché molti mi hanno chiesto il titolo e la trama attratti dalla cover davvero bellissima. Il libro in questione vi lascio il link alla fine della pagina, e me lo sto gustando piano piano quando lo finirò vi lascerò una recezione.

Tutto questo giro di parole solo per chiedervi: voi considerate i libri accessori fashion?

Io si, basta pensare quante riviste di moda ci sono in commercio e di quanti libri sono stati pubblicati. Potrei pensare a una rubrica su questo, ci sto lavorando ammetto che sarebbe interessante abbinare un libro a uno stilista famoso oppure a uno di quei vestiti iconici che hanno fatto la storia.

Mi lodo da sola però dai non è una brutta idea, quindi restate sintonizzati.

Alla prossima^^

Vi lascio il link del romanzo che sto leggendo:

https://www.triskelledizioni.it/prodotto/delivery-dreams-francesca-zuccato/

Io sono ancora qua!

Lo so pensavate di esservi liberati di una pseudo scrittrice, che prova a fare la blogger, ma mi dispiace ho voglia di tentare ancora; poi sotto sotto secondo me la mia arte sgrammaticata vi piace.

Comunque, esaltazione a parte, questo è stato un periodaccio di quelli che difficilmente si dimenticano; neanche la pandemia e la quarantena da covid mi hanno uccisa così e purtroppo ancora non è finito. Però anche il periodo più nero può avere qualcosa di buono: sono stata alla Fiera del Libro di Torino.

Ragazzi se siete appassionati di lettura questo è un appuntamento che non si può mancare. Certo dovete scansare un pochettino quelli che vogliono vendervi la qualunque ma è innegabile il fascino di questa fiera. Non parlo perché si da spazio a tutti, questo non può che fare piacere perché erano presenti grandi e piccoli nomi anche i self, ma per quello che comunque ti lascia se sei un’aspirante autrice.

Diciamo che il mio ego da scrittrice non è uscito bene, certo non avendo libri in uscita era più che normale ma ci sono stati dei momenti in cui mi sono detta: ma che me sono messa a fare il badge per farmi riconoscere? Tanto non me conosce nessuno. Il che è brutto da dire ma è cosa buona e giusta fare i conti con questa realtà, altrimenti poi una si fa tutti i film mentali possibili e a una certa la pellicola finisce.

Però voglio vedere il bicchiere mezzo pieno, nel senso che nel mare di negativo qualcosa di positivo c’è stato ma di questo vi parlerò in un secondo momento.

Nei prossimi articoli, ma c’è anche una diretta sul mio Instagram se non volete aspettare, vi parlerò dei miei acquisti alla fiera. Farò anche delle recensioni dei libri e manga che sono finiti nella mia collezione, ovviamente con calma riprenderò a parlavi dei miei progetti; certo che ci sono e li porto avanti con fierezza.

Nel frattempo vi auguro una buona domenica sera

Alla prossima!

Mai comprare solo per cover o recezioni!

Mancano un po’ gli argomenti, non ho molto tempo per seguire le polemiche in rete a causa di impegni, e non voglio pubblicare le mie letture per non scatenare qualche mal contento. Detto tra noi: ne avessi azzeccata una, mai comprare quando ci sono troppe recensioni positive che di solito io ho un parere completamente diverso. Mai prendere un libro solo dalla cover, ci sono cascata di nuovo!

Davvero ci sono momenti in cui vorrei omologarmi agli altri ma, più passata il tempo, ormai so bene che non ci riuscirò e un po’ mi dispiace perché non partecipo mai quando si parla di un romanzo che ha conquistato tutti tranne me. Comunque siccome non parlerò delle mie ultime letture, vorrei buttare un occhio a un argomento che va sempre di moda: le cover dei libri.

L’occhio vuole la sua parte, il contatto visivo è la prima cosa che stabiliamo e attira la nostra attenzione, quindi è normale che dove cade lì la mano prende. Un po’ quando si va a fare shopping, mille cose belle ma scegliamo di provare solo quelle che realmente ci fanno impazzire.

Avete presente la sensazione di specchiarvi, con quel bellissimo capo che avete scelto tra tanti, ed avere la seguente reazione?

Ecco un po’ la mia reazione quando compro un libro solo dalla cover o dalle recensioni. Questo perché i gusti sono diversi da persona a persona, questo non vuol dire che per me sono lavori da zero ma solo non rispecchiano il mio gusto.

Alla fine devo ricordarmi, quando non ho tempo, di non prendere mai la prima cosa che mi capita sotto mano ma fare sempre le mie ricerche per non finire delusa. So che è brutto da dire, ma la quello che tira per la maggiore a me non piace.

Ovviamente questa è la mia opinione, fatemi conoscere la vostra

Alla prossima^^

L’insuccesso è dietro l’angolo

Ciao a tutt*

non sono sparita ma soltanto parecchio impegnata e, ma si la dico tutta, anche stanca. Stanca di questa vita da scrittrice che non decolla e spesso mi porta solo cocenti delusioni, nonostante l’impegno e la voglia di migliorare c’è poco da fare… il lettore è quello che mi manca.

Ehh si! Purtroppo ancora oggi quando propongo un mio romanzo, all’attivo ne ho quattro, nessuno mi conosce e questo è penalizzante oltre che svilente. Non è che sto chiedendo di essere riconosciuta in tutti i luoghi e su tutti i social ma covolicchi un pochettino ormai il mio nome gira da un po’, che poi appena metti l’offerta corrono a iosa per comprarti ma solo perché tanto è uno in più a poco prezzo.

Ho provato con le offerte o anche il gratis però alla fine non porta a molto, anzi proprio a zero, per qualche giorno sei primo nella classifica dei libri gratuiti ma poi finisci di nuovo nel dimenticatoio e, di quei 500 e passa che hanno scaricato il libro, non resta proprio niente. Questo per dire che poi alla fine quando passano i mesi e ti accorgi di non vendere una ceppa un pochettino fa male, soprattutto quando sei sotto contratto CE. Ohh raga sono una realista ma chi te pubblica se non vendi?

Questa è un po’ la mia attuale situazione, vero che non mollo perché la scrittura mi piace però arrivata a questo punto la pubblicazione forse non fa per me e quindi meglio mollare l’ancora e vedere dove mi condurrà la marea.

Lo so è un post parecchio lacrimoso e vittimistico ma ultimamente vedo tutto talmente nero da non riuscire a esprimermi in altro modo, domani chissà ma per ora va così.

Alla prossima!

Gira che ti rigira ma davvero è solo questione d’invidia?

Lo dichiaro, anche se forse mi farò una sfilza di nemici, ma sei invidiosa e cattiva non fa parte di quelle litigate da bambin*?Ahh, quanto mi sono sbagliata direi invece che va di moda a tutte l’età. Questo è il vero must have degli scirttor* che ultimamente risolvono tutto con queste due parole. Quasi a giustificare ogni cosa brutta che capita come conseguenza di invidia colossale.

Ora precisiamo che forse qualcun* davvero è perseguitat* dall‘asilo Mariuccia, che deve per forza di cose palesare l’avversità vero talune persone in questo modo infantile, però va anche detto che non sempre può essere questa la spiegazione: ho recensioni negative sono tutti troll, della stessa persona, per affossarmi – questione d’invidia se mi segnalano – ecc… potrei portare una serie di esempi e sono sempre gli stessi. Un modus operandi che non cambia, a volte cambia solo il soggetto ma per il resto il copione è sempre lo stesso.

Con questo non voglio dire che alcuni scrittor* non hanno dei fedeli haters, anzi alcun* ne hanno a flotte sebbene ne ignori il motivo, però spesso davvero appaiono più modi per attirare il lettore. Pecco di cattiveria a pensarla così? Forse ma bisogna anche dire che queste cose attirano simpatie e portano alcuno a leggere il libro per comprendere e poter dire la propria.

Non mi sono mai trovata a dovermi difendere da un haters, alcuni recensori non ci sono andati leggeri ma con questo mica ho dato il via alla caccia alle streghe anzi ho etichettato il tutto come un semplice parere di un lettore non soddisfatto del mio lavoro.

Eh si perché per alcuni lettor* o siamo eccellenze oppure niente, il mondo va così mica possiamo crocifiggerli tutti come invidiosi e cattivi perché vi svelo un piccolo segreto: molte persone sono soltanto acide di natura, forse è quello che scambiate per invidia.

Ohhh dovevo dirlo perché questa settimana, ma sono mesi, che leggo di questi lungi post, molto dettagliati, con in comune l’invidia e spesso ho esclamato: ma forse forse non è così!

Ovviamente questa è la mia opinione, potete tranquillamente dirmi la vostra.

Alla prossima^^

Trope o cliché… non sono plagio.

Come, da me auspicato, dopo la pausa Sanremese le polemiche sono tornate all’ordine del giorno… ahh, come sono felice. Non fraintendetemi, spesso sono fastidiose e inutili ma quando invece toccano argomenti interessanti, come quello di oggi, davvero è come invitarmi a nozze.

Prima di tutto è un modo come un altro per imparare nuove cose riguardo scrittura, editori, autori… insomma il mondo dei libri ma anche per capire cosa ne pensa il lettore di simili argomenti; di solito si divide abbondantemente ma stavolta posso dire che era abbastanza omogeneo.

Non divaghiamo, come da titolo oggi parliamo dei trope o cliché, per chi è un pochino datato come me, che non hanno niente a che vedere con il plagio… anche perché altrimenti il 99% dei romanzi usciti dopo 50sfumature andrebbero aditati come tali e invece NO.

Ormai la storia tra miliardario e ragazza innocente, parte che esisteva anche prima del libro su citato, è sdoganato nel romance da secoli quindi direi che è come se la gioca l’autrice a renderlo interessante. Così come elfi e nani, Tolkien è il creatore supremo da cui chiunque prende spunto, me compresa, ma ovviamente non sto plagiando la sua opera utilizzo quello che è diventato un trope.

Quindi la polemica di una persona, che ha letto un libro recensendolo come plagio di un’altra autrice ha toppato alla grande, in quanto è stato solo usato un trope e niente di più… forse bisognerebbe rivedere il significato delle parole. Ha suo tempo anch’io venni accusata di plagio mentre invece avevo usato una trama trope ma, nella mia ignoranza di allora, ho dovuto scusarmi perché girarono tanto la frittata da farmi credere di aver plagiato.

Alla fine di questo post ovviamente veniva chiesto come fosse possibile che, al giorno d’oggi, questa persona fosse a digiuno della conoscenza di trope o cliché e dell’utilizzo che se ne fa nei romanzi, la sentenza? Si è puntato contro la solita invidia, scaturita dall’affossare l’autrice appena uscita…. Non sono d’accordo, perché davvero l’asilo Mariuccia non può essere sempre la causa scatenate. Anche perché altrimenti dovrei pensare che la monostella, una sola, sui miei romanzi sia data da una persona che mi detesta e non che ha letto il mio libro e lo ha detestato… lo sapete che può esserci anche questa opzione? Se questa lettrice, leggendo, ha riscontrato una somiglianza con un altro romanzo e ha palesato questa cosa magari davvero è così, capita anche a me di leggere dei romanzi e trovarli uguali e spiccicati, senza presunte invide o altro. Comunque, quale sia la verità, alla fine resterà…

Oggi ho anch’io in testa meno confusione su questo argomento, spero anche voi, quindi credo che sia il momento di chiudere.

Ovviamente quella espressa è la mia opinione, non legge, fatemi sapere la vostra sull’argomento.

Alla prossima!

Sanremo… tutte le polemiche letterarie porta via!

Ehh come da titolo, cari miei lettor*, in questa settimana sono scarseggiate le polemiche letterarie perché Sanremo ha unito un po’ tutti verso le polemiche sonore e non solo… una volta tanto gli scrittor* sono stati buoni buoni e quindi anche spiluccando la rete argomenti nuovi zero.

Si, perché avevo preso gusto e mi divertivo pure parecchio ma di fronte alla musica alzo le mani e… mi butto anch’io nella mischia. Questo Saneremo ha visto in scena un amalgama di generazioni, tant’è che sul podio ne avevamo ben quattro differenti, Mamood e Blanco, Elisa, Gianni Morandi; quattro cantati differenti tra loro che però hanno un grandissimo punto in comune sanno trascinare il pubblico.

Benché non i miei favoriti, il loro essere quasi un solo corpo sul parco ha fatto parecchia scena dando un sprint maggiore al testo, quasi una profondità impattante da focalizzarsi più sui due che sulla canzone. Premesso che io la parte di Mamood me la sono andata a leggere perché quando canta non lo capisco, per carità causa mia e del mio udito di anziana; ho avuto lo stesso problema quando vinse con “soldi”.

Lei la amo dal profondo del mio cuore, questa volta ha fatto bingo con me con la sua canzone. Si, perché il romanzo che sto scrivendo si plasma alla perfezione con le parole di questa grandissima artista, ho ascoltato il testo un milione di volte e ti entra dentro. Mi sono ritrovata a pensare ai miei personaggi, a ridere con loro per la bellezza dei sentimenti che scaturivano a ogni verso. Li vedevo mentre ascoltavo la musica, immaginando nuove scene da inserire proprio dove mancava quancosa.

Vorrei avere il suo elisir di giovinezza perché alla mia età sono tutta croccante, nel senso che le mie ossa scricchiolano a ogni movimento, mentre lui balla senza il fiatone… un grande. Gianni la tua canzone è bella, ritmata e coinvolge tantissimo quindi il podio è più che meritato ma ti assicuro che qua le porte nu si aprono, hai voglia a tentà restano sigillate.

Ovviamente menzione d’onore a un’artista che con classe e bravura ha zittito in modo esemplare sul nascere un siparietto che sarebbe finito sullo squallido. L’intelligenza batte sempre l’ignoranza per 10 a 0.

«Lei ha qualcosa più di me» dice Zanicchi,

«diverse cose» è la pronta risposta di Drusilla che aggiunge: «Sono colta».

Detta la mia in parole spicciole: questo festival mi è piaciuto, per cinque minuti di ogni serata che ho visto, soprattutto le cover che ho guardato in replica.

La mia vincitrice è Elisa, senza togliere nulla a Mamood e Blanco.

Per voi invece?

Fatemi sapere la vostra

Alla prossima!

Più autor* stranieri che italiani… come mai?

Freddo… freddino… freddone dalle mie parti, il momento giusto per mettersi al pc e scrivere ma prima nuovo argomento fresco fresco dai social. Come sapete ultimamente spilucco la rete in cerca di polemiche gustose, meglio ancora se includono gli scrittor*, per poi dare una mia personale visione su quanto letto. Il più delle volte non partecipo mai perché perdo sempre il filo, non posso stare h24 a rispondere ma principalmente perché mi diverto solo a leggere. Mi sento un pochino superiore quando non lo faccio, ognuno ha il suo feticcio.

Comunque l’argomento della polemica riguarda le Case Editrici, ovvero ultimamente (però l’ho notato anch’io) pubblicano sempre gli stessi nomi e molto spesso sono stranieri (quindi traduzioni). Ora mi sembra normale che, soprattutto chi legge in lingua, parli di autori stranieri e crei un giro di aspettative molto grandi sul testo tanto da spingere qualche CE a notarlo. Però ultimamente è un vero e proprio giro di nomi stranieri, tanto che spesso su sei uscite mensili cinque sono libri tradotti. Il succo della questione era che così facendo molti autor* pubblicano in self prodotti scadenti, perché non si affidano alle figure competenti ma anche quando sono prodotti buoni vengono scartati dal lettore in quanto self è indice di prodotto non buono.

Assolutamente non sono d’accordo con questo pensiero, anche perché spesso dietro un NO di una Casa Editrice ci sono delle scelte e delle linee che seguono, magari quel testo non rientra nei parametri. Non sono neanche d’accordo con il discorso sul self, in quanto molti autor* pubblicano davvero dei gioiellini. Che poi l’editoria punti a nomi che fanno cassa… oh, avranno pure ragione non è che sono benefattori anche loro hanno costi e un rientro lo devono avere; che male c’è nel puntare su un romanzo che sanno che vende?

Capisco che essere rifiutati è uno smacco, ma neanche è giusto che poi si butta fango sia su chi riesce a pubblicare con una CE o chi invece ha successo in self… io di tutto il discorso ho capito solo una cosa:

Ovviamente la mia teoria resta sempre la stessa: quando pubblichi devi avere un buon testo, saperlo vendere e avere tantissimo cul*o. In fondo è un po’ come in tutte le cose della vita il successo o ti cade tra le braccia oppure devi sapertelo costruire.

Questa è la mia opinione, fatemi conoscere la vostra.

Alla prossima… polemica.

Copia… copiella…

Eccomi di nuovo tra voi per parlare di un bellissimo argomento, no non del plagio perché quello è il livello massimo dell’idiozia in quanto ormai con la rete si sa tutto quindi meglio evitare se non si voglio denunce, parliamo dei copia… copiella.

Sui social questa settimana è spopolato molto parlare di quei romanzi che andando bene a leggere sono praticamente simili tra loro, per simili intendo che la storia è sempre quella cambiano scenografia e personaggi però le situazioni sono sempre le stesse. Ma non solo le storie anche di corver uguali oppure i titoli strausati o originali, copiati perché belli e tanto nessuno detiene il copyright delle parole.

Ehh avanti ditelo pure a gran voce, che tanto non succede niente, quante volte vi è capitato di guardare una cover per poi esclamare: ma dove l’ho già vista? Stessa cosa per un titolo, a me hanno preso di pari passo il titolo di un mio romanzo anche abbastanza originale (praticamente mettendo quel titolo escono solo il mio e l’altro, ma sono dettagli). Per non parlare di quelle storie di comodo che vengono riproposte in tutte le salse e modi, spesso anche dallo stesso autore, senza pensare che forse ogni tanto un pochino di originalità non gusta.

Fondamentalmente vedo che manca proprio, ultimamente, il concetto di ricerca. Quando scrivo un libro punto sempre a un titolo originale, di solito sono posti che ho visitato e dove ho ambientato la storia, così come le cover faccio un giro in rete per capire quali sono le più usate così da scartarle a priori. Capisco che sono immagini in stock o free, ma anche modificare i colori o soltanto fare una sovrapposizione potrebbe renderla più nostra. Così come le storie, vero che ormai ci sono più scrittori che lettori ma care colleghe io vi leggo, proprio per non finire a scrive qualcosa di simile senza volerlo. Perché gira che ti rigira è vero che quello è, ma si posso trovare un sacco di modi per renderlo nostro.

Il copia… copiella, anche da una nostra storia, non è bello, soprattutto per un lettore che vi legge e conosce il vostro stile; dopo il quarto libro vi molla perché non sente nessuna emozione diversa dalle precedenti letture.

Inoltre non è mai divertente vedersi rubare un titolo, per titolo non intendo una parola, ma un insieme di parole che prima di voi nessuno ha mai avuto l’idea di mettere insieme.

Infine diamo brio a questi romanzi, lo dico anche a me stessa quando scrivo, mettendo colpi di scena dove c’è calma piatta proprio perché il lettore non deve aspettarselo.

Come sempre questa è la mia pura e semplice opinione personale, ma magari qualcuno la pensa come me!

Se anche voi avete questi pensieri, fatemelo sapere. 😉

Alla prossima!

Le amicizie contano?

Viva sono viva, anche se ancora a metà! Purtroppo il covid ha colpito anche me, non che ne fossi immune ma davvero ho fatto la qualunque pur di non prenderlo, oggi sono abbastanza in forma da mettermi al pc e scrivere un nuovo articolo. Prima effettivamente la mia vita scorreva così:

In questo periodo ho girato parecchio i social, soprattutto ho spiato molto collegh* scrittor* per capire come fanno in alcuni casi ad avere così tanto passa parola. Mi spiego meglio, vi capita mai di notare quanto un titolo viene perennemente pubblicizzato quando ci sono quelle domande sui gruppi: ho voglia di qualche nuova lettura consigliatemi? Il titolo che vi ha più colpito? Quale libro assolutamente è da leggere? Ecco quando mi ritrovo a leggere questi post per la maggior parte delle volte o sono titoli stranieri, che vanno per la maggiore, oppure i soliti nomi italiani nonostante ci siano un sacco di buone, ottime, pubblicazioni italiane e non parlo solo per il settore MM.

Alzo le mani e preciso subito che sono ottimi libri che meritano davvero di essere letti e pubblicizzati dai lettori, però è incredibile che nessuno si sposti mai dalla sua confort zone per leggere altri autor* meritevoli allo stesso modo di essere citati. Non prendo a esempio me, sono un caso a parte su tante cose e la scrittura non fa la differenza, ma so di molti autor* che vendono e vengono letti eppure nessuno li nomina mai. Autor* che hanno davvero prodotto delle piccole perle da mettere nella lista dei romanzi da leggere eppure non se li fila nessuno. Ora sarò cattiva e in mala fede ma credo che viga molto la regola: amici di amici, mi dispiace ma ho notato questa cosa in tantissime occasioni e spesso non ne sono immuni neanche che dovrebbe essere super partes.

Alla luce di quanto ho detto alla domanda su citata come titolo rispondo… si! Come ogni cosa nella vita avere un buon giro, soprattutto essere strette con le persone che contano… forse non a vendere ma a far girare il tuo nome e i tuoi titoli direi proprio di si.

Voi cosa ne pensate? Fatemi sapere la vostra opinione che è sempre ben accetta.

Alla prossima^^

Non dire quella parola!

Ahi! Ahi! Che male quando una parola può scatenare l’inferno su Facebook.

Nuovo giro. Nuova corsa. Ci rasiamo oggi parlo di un caso scoppiato su uno dei social più famosi che mi ha fatto davvero riflette, anche perché se ho ben capito quando si tratta di usa termini della comunità LGBTQ+ è meglio informarsi prima altrimenti poi trovarti nella m****

Con tutto il dovuto rispetto per una comunità che ancora oggi fatica ad avere i giusti diritti stavolta dissento ampiamente da quello che è stato detto. Se non capite cosa sto cercando di dire, anch’io non è che ho ancora le idee chiare a tal proposito. Allora perché ne parlo? Semplicemente perché questa cosa ha inciso molto nella revisione del testo di un romanzo che ho scritto. Il termine censurato, a quanto sembra, è bisex che sta a indicare una persona aperto, disponibile a esperienze etero e omosessuali. (significato del dizionario) ma è un errore. Si anche nel dizionario hanno sbagliato.

Partiamo con lo specificare che l’abbreviazione di bisessuale e semplicemente BI, mentre la reale origine di bisex deriva dall’industria del porno per indicare le treesome.

Potete capire che in quanto non assidua frequentatrice di prodotti dell’industria del porno sono caduta dal pero, come molti altri. Ora posso comprendere che questa cosa abbia potuto offendere i BI ma forse forse invece di attaccare non sarebbe bastato spiegare? Anche perché tutto è partito da un estratto dove c’era appunto la parola bisex, in quando solo un pezzo era anche decontestualizzata quindi almeno aspettare di leggere tutta la storia invece è partita la gogna.

Un errore può capitare a tutti, ma proprio da un errore si può imparare o insegnare a far comprendere dove si è sbagliato. Usando i toni forti, affermando con violenza verbale mettendosi sul gradino alto della conoscenza dal mio punto di vista scava ancora di più una trincea con la comunità LGBTQ+. Forse sono una Pollyanna che vive nel mondo dei sogni ma credo che queste differenze non fanno che aumentare le diversità e da scrittrice di MM mi dispiace, perché spesso è stata proprio la comunità a farmi sentire un’estranea quando ho sempre portato avanti le loro lotte difendendo con le unghie e prendendomi pure una marea di insulti. Per carità non punto a medaglie o riconoscimenti, lo faccio perché sono contro ogni forma di discriminazione però a volte mi sono chiesta se lo vogliono visto che al primo errore sei fuori.

Comunque ho cancellato il termine, anzi ho cambiato proprio tutto il paragrafo del mio testo e mi guardo bene dal pronunciare quella parola. Però così facendo non si limita la libertà degli individui? Davvero si arriva a pensare che chiamando un bisessuale bisex gli sta dando di persona che si dalle agli accoppiamenti a tre? Ma credo sia difficile se chi, come me, ignora questa cosa. Alla fine ci tendo solo a dire questo…

Alla prossima!

Mai pensare di aver scritto il capolavoro del secolo!

Nuovamente pronta a raccontarvi il mio percorso di aspirante scrittrice 🙂

Siamo nel mese di dicembre, Natale si avvicina e il mio lato Grinch prende sempre più spazio e so bene che tra non molto si impossesserà di me fino a quando le feste non saranno un lontano ricordo. Ma per adesso cercherò di dare un minimo di spirito natalizio sebbene il mio massimo resti questo.

Senza badare troppo al mio acido mode oggi voglio affrontare con vuoi un discorso un pochino spinoso… l’ego. Ohhh gli scrittor*, nessuno escluso, sono immuni dal credere di aver scritto un capolavoro assoluto della letteratura. Certo credere in se stessi è la prima cosa da fare quando ti metti in vetrina, se non altro aiuta quando piovo critiche pesanti da tutte le parti, ma spesso si esagera senza dare spazio a quella vocina che sussurra: anche meno tesoro in fondo non è che sei arrivat* su tutte le televisioni.

Su questo bisogna dire che sono una ben piantata a terra, quando mando qualcosa alle mie beta penso sempre che ho scritto uno ciofeca di libro quindi figuriamoci quando lo pubblico. Preciso che questo non vuol dire credere poco in quello che ho fatto ma evitarmi rovinose disillusioni, considerando quanto poco sono conosciuta e letta forse forse la strada è quella giusta.

Eppure invidio tantissimo chi difende a suon di post e contro post il proprio lavoro, anche quando oggettivamente non è difendibile… si, raga non è che sono acida ma spesso e volentieri molti libri andrebbero proprio non pubblicati e posso capire i gusti ma quando è pessimo è pessimo. Purtroppo ultimamente c’è una strana tendenza in rete: più se ne parla in negativo meglio è. Qui resto davvero basita, perché ci troviamo in uno di quei dannati meccanismi dei social dove si creano sostenitori e detrattori e chi non sa dove stare allora segue per fatti suoi la vicenda senza esporsi. Oppure esponendosi in modo abbastanza neutrale.

Nonostante la mia disperazione di non comprendere certi meccanismi credo che alla fine l’umiltà serva, un po’ come tutto nella vita, e restare con i piedi per terra sia il modo migliore per migliorarsi e raggiungere un risultato soddisfacente. Si sono della vecchia scuola che non si smette mai di imparare, se mi fossi fermata al mio primo romanzo, senza comprendere cosa avessi sbagliato, non avrei pubblicato con una CE nuovamente eppure ora sono ferma perché ancora non ho capito cosa manca per farmi apprezzare dal lettore.

Ho detto la mia come al solito ora aspetto la vostra…

La musica? Il must have che non passa mai di moda per uno scrittor*

Eccomi per un nuovo articolo sulla complicata vita di una scrittrice sconosciuta come me, ma credo che un po’ sia uguale per tutti gli scrittor* anche quelli più conosciuti e acclamati. Tutti noi passiamo dai momenti di esaltazione alla disperazione più nera nel giro di una manciata di parole, soffriamo di deliri da visioni e assenteismo mentale quando siamo in pieno flusso creativo. Camminiamo con un notebook e penna perché si sa che l’ispirazione è infame, ti viene a bussare sempre quando stai facendo altro, ridiamo e piangiamo a seconda delle scene che stiamo scrivendo e siamo nervosi quando il nostro testo è in valutazione. Insomma una vitaccia come mi ha detto una persona: se il tuo hobby è scrivere allora hai sbagliato hobby, la quoto al milleXmille.

Ma come i migliori fashion victim anche nella vita di uno scrittor* c’è qualcosa che non passa mai di moda… la musica. La musica è stata la mia salvezza in questo profondo blocco che davvero mi stava facendo mollare, forse sarebbe stato meglio ma mi dispiace questa storia la volevo scrivere. Una storia che si è praticamente scritta da sola senza che io facessi il minimo sforzo, salvo per qualche capitolo ostico, anche se ancora non ho finito. Si, stavolta mi sono fatta la scaletta ma ho saltato tutta la parte di informazioni, sopralluogo e descrizioni praticamente ho soltanto scritto una storia di tormenti e amore senza approfondire cose che DEVONO essere approfondite. Lo so ma quella canzone ha fatto partire talmente tanti flash nella mia mente, a forza di ascoltarla, che avevo paura di perdere i personaggi se mi fossi focalizzata sul resto. Ho perso il conto di quante volte l’ho sentita, però non vi dirò quale canzone è, altrimenti poi mi gioco una ipotetica fase di marketing se riesco a pubblicarlo.

Certo i cantanti sanno davvero fare miracoli con la musica, perché a differenza di un testo ti coglie quando sei completamente impreparato e ti entra in testa senza più uscirne. Anche le canzoni inglese (io non sono una cima) che non capisci pienamente qualcosa scatta nella tua testa e si apre come un mondo. Quel mix di note e parole è un toccasana in grado di spalancare porte chiuse, sentimenti sopiti, voglia di ridere o piangere forse è per questo che ho sempre una playlist per miei romanzi. Che cresce insieme al romanzo e dopo diventa una parte di esso.

C’è un bellissimo film che ti fa comprendere quanto è bella la musica, dove le note ti entrano dentro insieme alla storia dei personaggi.. La musica è intorno a noi basta soltanto saper ascoltare.

Voi avete una canzone del cuore? Fatemi scoprire le vostre playlist 😉

Alla prossima

Quando è più facile abbattere il carboidrato che il blocco dello scrittore

Che si faccia giubilo e festa per il mio ritorno a postare un articolo sul blog… va bene fate almeno finta di essere contenti del mio ritorno. Mi sono presa una bella pausa per andarmi a divertire, non è una battuta mi sono andata proprio a svagare andate sul mio IG se non mi credete c’è il mio bellissimo video fatto sulla ruota panoramica.

Ma bando alle ciance di quanto mi sia divertita ad andare sulle giostre, il che è vero mi sono fatta anche più di un giro su quelle dove mi scompisciavo di più dalle risate, parliamo di cose molto più importanti e interessanti.

No, non riprenderò nuovamente l’argomento blocco dello scrittore.

No, non è mia intenzione aprire una rubrica più sani più belli.

No, non mi interessa neanche fare un sondaggio di quanti carboidrati mangiante.

Vi chiederete: ma allora che vuoi?

Rendervi partecipe di una cosa che credo molti stavano aspettando: HO RIPRESO A SCRIVERE!

Ora che ho fatto scoppiare la bomba vi spiego anche il perché del titolo di questo articolo. In parole povere che sono bravissima a evitare i carboidrati ma pessima nell’uscire dal vischioso groviglio del blocco dello scrittore.

Non è che mi è arrivata l’idea e puff magia il testo si è scritto, le idee non sono mai mancate ma mancavano altre cose: voglia di scrivere, di affrontare determinati stati d’animo, pigrizia di mettermi al pc e battere sui tasti, zero voglia di fare ricerche. Fondamentalmente credo sia dipeso da un pessimistico stato d’ansia e voglia di farla finita con lo scrivere dovuto a tanti fattori (andate a riprendere i vecchi articoli) ma soprattutto dal pensiero constante che qualunque cosa avessi scritto sarebbe stato l’ennesimo flop.

Questa potrebbe essere la mia diapositiva mentre affrontavo il mio nemico giurato a viso aperto restandone sempre sconfitta, ma ringraziando (la ruota panoramica sopra) una canzone (mai amata quell’artista ma ho comprato il singolo perché so meritava) i due protagonisti che mi frullano in testa da un po’ hanno trovato la giusta collocazione, così come l’ambientazione che ho in testa da tre anni. Insomma in una settimana ho buttato giù le prime 20mila parole e siamo sono a un terzo di quello che ho in mente.

Certo non posso sapere se riuscirò a finirlo o se verrà pubblicato, non sono così ottimista di come andrà a finire anche perché mi sono stancate delle aspettative, tanto lo so che nelle migliori delle ipotesi finirò come al solito gasata al massimo per poi osservare sconsolata…

Alla prossima

Ah se siete interessati ho aggiornato la mia storia su Wattpad, Lacrime D’Arpa.

https://www.wattpad.com/748888206-lacrime-d%27arpa-note-tra-le-dune-di-sabbia-prologo

Polemica e vittimismo mix vincente!

Lo so, lo so, lo so che nel precedente articolo avevo detto che avremmo parlato di tutt’altro ma francamente quando te li tirano… te li tirano.

Chi mi conosce sui social sa che di rado, quasi mai, cado nelle polemiche spicciole soprattutto quando comprendo che è VOLUTA solo per arrivare a uno scopo: nel bene e nel male purché se ne parli. Francamente sono per l’indifferenza totale perché c’è una buona percentuale che alla fine chi l’ha scatenata arrivi al suo scopo, in questo caso vendere il proprio libro. Sono forse di parte ma credo che un autor* debba vendere il suo prodotto e lasciar parlare ciò che scrive , non inscenare certe pagliacciate.

Chi è nell’ambiente sa bene che alla fine si punta lì, a mettere su un bel business incentrato su vittima e carnefice. Che poi diciamola tutta ormai è facile intuirlo, per questo spesso mi chiedo perché chi è dalla parte della ragione (si, la parte della ragione c’è) alla fine viene visto come il cattivo di turno. Raga ma la verità va accettata, non è che in nome del politicamente corretto non vi si può dire più nulla soprattutto quando raggirate le persone, che poi continuano a credervi ma questa è una loro scelta. Davvero pensate che il mondo del web resti in silenzio quando sparate simili cazzate a oltranza? Andiamo non vi crede nessuno che eravate in buona fede, perché lo sapevate dove si andava a finire.

Davvero come si fa a credere una persona che si sputtana da sola e prende in giro, questo è uno dei misteri della mente umana che non riuscirò mai a comprendere. Certo una lancia a favore della scrittrice la spezzo: ha scritto un libro mediocre cavalcando l’onda dell’erotico (che attizza sempre) e di un paese attualmente sotto i riflettori (non faccio il nome), ma che vi frega di questo. Cioè se ti capita di comprarlo gli metti una stella e via, invece del parlare per sputtanarla in ogni modo facendole in questo modo pubblicità gratuita. Inoltre in questo modo la “vittimeria” è servita su un piatto d’argento così come la vendita che la fa salire in classifica.

Io sono una scrittrice mediocre, non venderei un libro nemmeno se mettessi su una sceneggiata napoletana (sono napoletana quindi zero offese) perché io non sono un genio del marketing. Non riuscire a reggere quella pressione, a fingere, a ingegnarmi per mantenere il personaggio… davvero non mi appartiene, preferisco essere letta perché una persona vuole leggermi e non solo per il chiacchiericcio su di me sui social o per sputtanamenti vari in giro. Ma una cosa è sicura io 100copie non le ho vendute in un anno, figuriamoci in meno di 2ore, qui tanto di capello a questa persona che mira a prendersi il podio della Ferragni.

In conclusione ammetto di aver provato invidia leggendo i commenti sotto i post di questa scrittrice, perché per quanto le remassero contro ogni cosa postata arrivava ad avere tantissimi like e commenti, non solo di insulti. Segno che evidentemente qualcuno in lei ha visto qualcosa e ha deciso di sostenerla… tanto di capello per la capacità di mettere su una simile polemica, azzeccando i tempi giusti e utilizzando i sistemi migliori di comunicazione.

Riguardo a me invece la mia più grande gloria sarà ancora sentirmi dire: hai mai letto un libro di Annina R?

Alla prossima XD

Quando il blocco ti prende e non ti molla più!

Oggi ho trovato un po’ di tempo per aggiornare il blog, sono stata impegnata con le pulizie autunnali. Francamente avrei preferito scrivere dieci articoli che quello che ho fatto da stamattina, ma si sa la vita non va mai secondo le aspettative.

Comunque oggi voglio sfogarmi un po’ su un argomento che mi tocca da vicino: il blocco dello scrittore. Ragazzi credetemi non c’è nulla di più infame nella vita dello scrittore di voler scrivere ma di non riuscirci. Perché, almeno soggettivamente parlando, le idee ci sono così come i personaggi ma quando sono a tu per tu con il foglio bianco è come se il cervello andasse in modalità caricamento, senza connessione! Hai voglia a riavviare quando non va non va.

Con tutta la buona volontà di voler superare il momento di crisi dopo un po’ alzo bandiera bianca e faccio altro. Anche perché sforzarsi di scrivere lo trovo sbagliato, in primis un attento lettore lo nota che non c’è anima nelle parole, ma soprattutto gli arriva la forzatura dello scrittore per mettere insieme la storia e pubblicarla. Essendo prima di tutto una lettrice non mi piacerebbe leggere un lavoro “forzato” fatto male e senza “anima”, perché vero che le storie sono per la maggiore inventate ma comunque qualcosa dello scrittore c’è sempre… ecco nei miei scritti ultimamente sentite quanto me sono sforza per metterli insieme. Che poi sforzo per sforzo fanno pure ca***e.

Purtroppo non c’è un rimedio, alla fine bisogna aspettare che passi ma più passa il tempo meno considerazione si ha da parte del lettore. Attenzione non è una critica al lettore! La vastità del panorama degli scrittori è grande, ogni giorno escono libri su libri che spesso non sai neanche dove guardare. Da scrittrice non conosciuta è ovvio che il mio nome, se non pubblico, verrà presto dimenticato e quindi si entra in circolo vizioso dove poi ti chiedi se il gioco vale la candela. Attualmente forse la mia candela si è consumata e quindi farei bene a smettere.

Alla fine non so se riuscirò a scrivere di nuovo qualcosa in cui sento davvero di aver dato tutta me stessa, come i libri che ho pubblicato, me lo auguro. Può essere che domani mi arriva di nuovo l’ispirazione per riempire il foglio bianco….

Direi che è tutto, la prossima settimana parliamo di un’altra grande polemica sui social: * si * no?

Alla prossima, se vi va lasciatemi un commento:)

Amore e Odio… Editor, Beta reader e Proofreading!

Settimanuccia pesante, tanto quanto la quantità d’acqua piovuta dal cielo in questi giorni… almeno dalle mie parti.

Sia ben chiaro non sono meteoropatica al massimo “stagionatica”, no non è che più stagiono e divento buona(come taluni formaggi) ma con l’apprestarsi dell’autunno andrei volentieri in letargo come gli orsi.

Oggi parliamo di due figure mitologiche di cui ogni scrittore ha bisogno. Si anche i migliori hanno un editor di fiducia e più di un beta reader di riferimento, senza proprio uno scrittore non può vivere. Chi si affaccia al mondo della pubblicazione non segua il mio percorso, non avevo nessuno dei due, ma si cerchi prima di tutto qualche beta reader disposto a leggere quello che scrivete allo stato brado e un editor che faccia risaltare il vostro lavoro.

Nella mia esperienza di pubblicazione, ovvero acquisto da parte del lettore, ho sempre messo da parte i soldi per pagarmi un editor (si pagano e vanno pagati per il tempo che dedicano al romanzo) lesinando su cover e altro, proprio perché la figura de m***a di sentirmi dire che il libro era pieno zeppo di errori me la sono voluta risparmiare.

Il mio percorso di autore non è stato per nulla facile, spesso mi sono trovata in situazioni spiacevoli a causa della mia “ignoranza” in materia, devo dire che mani amiche ne ho avute poche però sono stata fortunata quando ho dovuto scegliere un editor. Mi sono trovata subito perché non me le manda a dire ma me le dice, ogni volta è riuscita a farmi vedere le pecche esaltando il mio lavoro e oggi tremo al pensiero di perderla, perché ho paura di non trovare lo stesso feeling che ho con lei.

Altro discorso per la pubblicazione con la CE ma devo dire che anche qui sono stata molto fortunata, le due persone che mi hanno seguito per Il Ponte delle Danze Macabre sono state fantastiche una collaborazione a 360° perfetta e che mi ha insegnato tanto. Che poi gli editor mettendoti davanti gli errori ti insegnano tantissimo quindi li si può solo ringraziare.

Spesso sento dire che sono troppo costosi ed è difficile permetterseli, allora non pubblicate. Anche se siete delle cime in italiano non serve, un romanzo è un’altra storia e ha bisogno di essere seguito da persone competenti altrimenti poi non lamentatevi delle recezioni negative.

Altro discorso le beta reader, persone che leggono forte e che grazie al loro aiuto posso farvi vedere le pecche che magari noi scrittori non riusciamo a scorgere. Io sono stata fortunata anche qui, grazie al mio ultimo romanzo ho incontrato questa donna fenomenale che mi legge anche quando le mando roba indecente. Qui il confronto è più rilassato rispetto a quello con un editor, quindi diventa anche divertente specialmente vedere come i personaggi arrivano o se la storia è imprevedibile o troppo prevedibile.

Proofreading ammetto che, essendo una zappa in inglese, ci ho messo un po’ a capire il ruolo di questa figura in campo editoriale. Il beta reader è quello che viene prima di tutti perché legge il romanzo e vi da dei consigli per migliorare la trama, l’editor arriva dopo e qui abbiamo un lavoro di struttura, grammatica e composizione delle frasi a 360° dove ogni minima cosa viene vivisezionata, alla fine arriva il correttore di bozza ovvero correzione di errori grammaticali, sintattici, ortografici e di formattazione.

Guardo il mio percorso agli inizi mi sentivo parecchio sola in questa giungla di scrittori, c’era anche una sorta d’invidia nel vedere come gli altri si supportavano tra loro ma oggi ho anch’io quelle figure di riferimento che rendono il mio percorso meno solitario. Persone che mi danno una grande sicurezza, almeno sotto alcuni aspetti, di non aver messo sul mercato un prodotto scadente (poi trama e resto sono soggettivi).

Quindi prima di decidere di pubblicare un libro trovatevi dei beta reader, un editor e un proofreading, non arrendetevi se magari non arriva subito la persona giusta, perché se da un lato li odierete in quando vi mettono davanti ai vostri limiti ed errori dall’altro li amerete follemente perché esalteranno il vostro lavoro.

Direi che è tutto posso ritirarmi nel mio angolino nella speranza di scrivere qualcosa di buono!

Prossima settimana vi voglio parlare del temuto blocco dello scrittore!

Alla prossima^^

come sempre se avete voglia lasciatemi un commento 😉

Politicamente corretto? No, grazie!

Lo so il titolo può essere forviante, soprattutto in questo periodo storico in cui le parole vanno misurate on evitare di offendere… ma trovo che sia altamente sfiancante, specialmente per chi scrive libri.

Io sono una degli anni ’80. Gli anni delle commedie “spinte”, delle serie tv, dei cartoni animati e dei comici che non avevano “peli” sulla lingua, per dirla in modo generale. Certo ho una mia opinione su quello che è decente o educativo con quello che invece non lo è ma qui non siamo parlando di questo, perché spesso mi sono imbattuta in persone che stavano così attente a quello che dicono però in quanto a educazione lasciavano parecchio a desiderare.

La prima volta che ho sentito parlare del famoso “politicamente corretto” è stato nella serie cult Sex&thecity, lo so so na poraccia in questo ma conosco la serietv a memoria, proprio Carrie in uno dei suo articoli ne parla e dall’ora mi sono interessata a questo “fenomeno” (?), non credo sia il temine giusto ma lasciatemelo passare, e l’ho visto crescere negli anni anche con l’avvento dei social dove sempre più spesso spunta fuori come un fungo quando fa comodo.

Premesso che credo che mettere un freno ci sta, misurare le parole è una cosa che va fatta a prescindere visto che nell’era digitale il contatto face to face è venuto a mancare, l’unico modo per non cadere in stupide polemiche e proprio fare attenzione al modo di scrivere ma tutto questo cosa c’entra con libri e film?

Partiamo dall’esempio più semplice: ho scritto un libro fantasy, per ora ci sono solo tre novelle in circolazione, in queste novelle descrivo la situazione di questo mondo inventato. Ovviamente un popolo è trattato in maniera più “fredda” rispetto a un altro perché la storia va così, cioè se dico che i tedeschi sono stati dei bastardi(non trascendo coi termini) durante la seconda guerra mondiale non è che sto dicendo che sono bastardi a priori in tutto quello che hanno fatto. Ma per molti sto sbagliato perché in una sola frase sto bistrattando un popolo e tutti quei figli che non hanno genitori. Ora io non mi metto sul piedistallo del sapere ma io questo lo vedo come un travisare la frase, partendo da un semplice modo di esprimersi, magari colorito, per arrivare a cose che non mi sono neanche passate per l’anticamera del cervello. Ritornando al mio libro i popoli sono tutti inventanti, quindi ovvio che nu se può offendere nessuno ma la mia editor mi disse che così sembrava che io stessi bistrattando un popolo urtando così la sensibilità di chi avrebbe letto la storia. O_O ma se il popolo non esiste chi si deve sentire bistrattato? Quelli che abitano al nord perché questo popolo vive a nord di un modo inventato?

Abbiate pietà magari sarò ignorante ma io lo trovo assurdo, così come sentirmi dire che chiamare un mio personaggio sfregiato (perché ha una cicatrice sul mento) significa trattarlo con inferiorità per una menomazione. Ora, almeno che non ci sia un rapporto tale di amicizia (come nel romanzo citato), non mi sognerei mai di chiamare qualcuno sfregiato ma questo non è essere politicamente corretto questo è sapersi comportare con educazione. Non credo che il lettore non sappia distinguere le due cose, amico che può esserci confidenza contro persona sconosciuta.

Potrei andare avanti all’infinto a scrivervi esempi ma non servono, da pseudoscrittrice ogni volta che leggo di politicamente corretto da usare nei libri mi sento come se qualcuno mi stesse tappando le ali. Perché è ovvio che si deve usare un linguaggio giusto ma non si hanno tre lettori che magari conosco, ma ovviamente speri che il tuo libro venga letto da tante persone e non è che posso pensare a tutt* loro cosa le può ferire. Posso stare attenta a toccare argomenti sensibili. Posso mettere diciture e pubblicare il libro in modo che chi può sentirsi toccato non lo legga ma non posso camminare sui carboni ardenti perché allora non ha senso scrivere.

Ci sono libri famosi che mi hanno fatto storcere il naso, provocato sensazioni spiacevoli e alcuni ricordi che avrei preferito dimenticare, l’autore non mi ha puntato una pistola per leggerli ho scelto io di andare avanti, di finirli o cestinarli e li ho pagati senza restituire perché sono fermamente convita che il politicamente corretto nei libri non può funzionare.

Credo di aver detto abbastanza la mia sull’argomento, so che mi attirerò parecchie critiche ma non ho mai nascosto il mio pensiero a riguardo. La società è un conto, sensibilizzare attraverso i libri un altro, saper usare un linguaggio un altro e il politicamente corretto un altro ancora. La linea spesso è sottile e a volte non si distingue neanche ma c’è basta vederla e metterla nei punti giusti, anche in un libro.

Alla prossima^^ l’argomento sarà: beta reader ed editor!

Ovviamente lasciate un messaggio se viva, oppure mi trovate sui miei profili social per un confronto privato se non avete voglia di rispondere qui. 🙂

Invidia o semplice opinione?

Hola

Non sono sparita ma solo invasa da mille impegni e “problemi”. In questa settimana più volte ho provato ad accendere il pc la sera per scrivere sul blog ma è stato solo un pensiero passeggero, ammetto di essere fuori fase creativa, d’ispirazione ed emotivamente mi sento una nullità. So periodi che capitano, il mio dura da un po’ ma sto provando ad andare avanti.

Quindi rullo di tamburi… affrontiamo il più gande dilemma che affligge la maggior parte di noi che bazzica sui social: quando si parla d’invidia(che poi ci sono molte varianti di significato per questa parola, secondo la mia opinione) o quando si parla semplicemente di opinioni.

Regola comune che la così chiamata “pecora nera”, quella che si distingue dal “branco” non per colore ma per idee, è automaticamente invidiosa per questo va contro la corrente di pensiero della maggior parte dei commentatori di un determinato post. Conosciamo come funzionano i social, non sto parlando dei leoni da tastiera, quando sei quella che la pensa diversamente o che non fai “branco” di solito hai problemi di invidia, sei una che sparla alle spalle, un st****a psicopatica. Forse perché è più facile pensarla in questo modo che affrontare una semplice opinione divers* (che non ci rende dei probabili assassini) o di non essere “omologati” dalla massa. Credo che al giorno d’oggi sia più difficile rapportarsi con una persona dall’opinione diversa perché fondamentalmente è diventato impossibile parlare, ogni volta è come camminare sulle uova stai lì a scrivere e riscrivere una risposta sperando di non aver sbagliato termini. Si sto nominando anche lui: il politicamente corretto, che credo proprio sarà il prossimo argomento che affronterò nel blog.

Riflettiamoci un attimo: una persona di sua spontanea volontà pubblica un post pubblico di un estratto del romanzo in stesura oppure già uscito, ora se io lo leggo e sono una delle poche che le fa notare che magari potrebbe essere migliorato o che l’argomento va trattato con più tatto… non sto dicendo che fa sch**o ma semplicemente le sto dando la mia opinione. Che poi se fate post pubblici e chiede l’amicizia a chiunque dovete aspettarvelo che su 5mila amici uno non vi scuoricinerà alla follia per ogni cosa che postate, cioè scendente dalla giostra che tutti vi ameranno o sviolineranno sui social. Imparate anche a sentire cosa ha da dire la voce fuori dal coro, quando ovviamente non sono insulti, perché poi leggere di ogni due per tre che siamo fatti così, voglio divertimi così o altro è una parata di culo esagerata. Proprio perché ognuno è fatto in un modo basta parlare civilmente oppure ignorare che oggi va tanto di moda.

Magari vi starete chiedendo: ma ti senti presa in causa? Lo so che non ve lo state chiedendo ma mi faccio la domanda perché voglio dare la risposta. NI. Nel senso che io sono sempre una voce fuori dal coro, di rado posso dire di avere un opinione uguale a quella di un’altra persona. Inoltre il più delle volte sono talmente schiva che molti pensano chissà in quale magagne sia coinvolta o sparlamenti generali, quando spesso non so mai niente di quello che succede sui social. Però una cosa è sicura, le volte che provo invidia sono in modo positivo. Gioire per i successi di qualun* e invidiarl* per quello senza mandargli nessun anatema o sparlandogli alle spalle credo sia un atteggiamento giusto per creare amicizie, ovviamente non sono una santa e se devo dire la mia la dico però è sempre face to face e mai alle spalle. ^^

Ora voglio sapere cosa ne pensate sull’argomento, perché credo che ognun* di noi si sia trovato in una situazione di dire la sua per poi essere etichettato come invidios*!

Alla prossima con il politicamente corretto 🙂

Perché il lettore ha sempre ragione?

Ohh oggi andiamo di un argomento che mi riguarda, si perché io sono prima di tutto una lettrice, le temute recensioni o stelline.

Il cliente ha sempre ragione, ma anche no! Il lettore ha sempre ragione, ma anche no! L’autor* ha sempre ragione, ma anche no!

Le tre, ma anche più, opzioni ci stanno tutte in quanto purtroppo si viaggia sempre sul filo del rasoio… le opinioni vanno rispettate, nessuno ti ha detto di metterti in vetrina, se pubblichi sono libero di dire quello che voglio, ho speso i miei soldi quindi se fa schifo te lo dico. Insomma abbiamo una vasta scelta di frasi, quasi identiche, che vengono lasciate sotto al post di un autor*, perché qui parliamo di libri, che lamenta una recensione o un valutazione negativa.

Chi è senza peccato scagli la prima pietra… la pietra me la metto in tasca in quanto anch’io non sono senza macchia, al contrario. Sebbene provi sempre a farmele scivolare addosso ci sono “dettagli” che fanno saltare i nervi anche a me. Si oggi mi metto nei panni dell’autor* che è in me, da qualche parte, perché come lettrice ho smesso di recensire dopo essere stata derisa. Ovviamente non sono immune da recensioni, valutazioni, negative anche se non sono per mi fortuna una collezionista seriale… ritorniamo al discorso: ma perché anche tu scrivi? Non mi conosce nessuno.

Posso fare due esempi negativi: Profumo di stella una valutazione a due stelle che poi dopo un anno è diventata uno. Il ponte delle danze macabre una faccina ridente che sottolineava quanto avesse trovato ridicolo un passaggio del romanzo.

Ora non è tanto che dopo un anno ti ricordi del mio romanzo e mi togli una stella, si vede che a distanza di tempo ti fa ancora ca***e e questo vuol dire che, nel male, ti è rimasto impresso ma mettere una faccina ridente a mo’ di presa per il c**o è un altro paio di maniche. Perché la recensione di per sé poteva essere accettata, anche se non positiva, ma il rimarcare e andare sullo sfottò questo è fare polemica. Una polemica che io ovviamente non ho colto in quanto cerco sempre di stare buona altrimenti non arrivano più recensioni e questo è tutto a svantaggio di noi autor* però… però… mi chiedo sempre a che provò “provocare” (si perché il concetto era espresso poteva anche farne a meno, quindi per me è provocazione) una mia reazione?

Qui potrei toccare tremila tasti perché poi uno che non cede al botta ma risposta inizia a farsi mille seghe mentali. Le mie variavano dal voleva che rispondessi per dire quanto il romanzo è ridicolo, un botta e risposta atto solo a screditare con la classica frase… insomma tutto il cucuzzaro che comunque non ha trovato risposta nonostante il mio post sul profilo facebook, per la serie non funziona mai niente con me.

Alla fine la mia domanda resta sempre tale: perché il lettore ha sempre ragione?

Davvero mi piacerebbe leggere qualche parere perché io da lettrice non sempre mi sono trovata dalla parte della ragione eppure TUTTI pensano che in quanto pagante possono dire ciò che più gli piace, una cosa che al tempo dei social non o sempre a fin di bene. Spesso qualcuno ci sta sulle scatole e quindi screditalo per il gusto di farlo è un attimo, specie se quello che fa lo sta facendo bene. (non iniziate con le frasi… naaa dai stanno a pensà a te, ne ho lette di cotte e di crude sull’argomento) Se devo dare la mia risposta è NO, perché ognuno deve esprimere la sua opinione per carità, ma scegliere le giuste parole e soprattutto non stare nel mood: posso dire quello che mi pare perché ho pagato.

Con questo finale mi allaccio all’argomento del prossimo articolo: invidia o solo opinione?

Ovviamente lasciatemi il vostro pensiero, che fa sempre piacere ^^

Ultima cosa ho aggiornato il mio romanzo free Lacrime d’Arpa vi lascio il link di #wattpad 🙂

https://www.wattpad.com/748888206-lacrime-d%27arpa-note-tra-le-dune-di-sabbia-prologo

Alla prossima^^

La sottile linea che divide l’erotico dal porno!

Impazza la polemica ancora sui social ma oggi tocco un altro argomento, si perché la polemica tira ma dopo un po’ stanca soprattutto quando capisci che un* un pochino ci marcia.

Oggi ho voglia di parlare di un tema bollente, non mi riferisco alle temperature ancora alte di questi giorni, che davvero mi ha tenuto incollata su alcune discussioni… erotico o porno? Ovviamente parliamo di generi letterari, non di film anche perché non c’è molto da dire, che spesso si confondono tra loro nella marea di libri che vengono sfornati ogni giorno. Precisiamo che avete d’avanti un soggetto che è arrivato a pagina 20 di 50 sfumature di grigio, libro regalato da un’amica che lo spacciava come capolavoro del secolo, e ha poi cestinato il best-seller per noia mortale anche perché ho letto libri sull’argomento mooooolto più belli. Quindi proprio a digiuno sull’argomento non sono. Detto questo spesso sento dire: l’erotico è la fantasia spinta che ognuno di noi nasconde, in linea di principio come concetto può starci. Ma sento anche affermare: l’eroico è sporco, violento, volgare… insomma tutto il cucuzzaro ma qui come concetto non lo trovo proprio esatto.

La linea è sottile, ammetto anche che riuscire a stare in determinati confini è difficile ma l’erotico non può essere porno! L’erotismo è un’arte sottile che racchiude sensualità, sesso, desiderio e piacere non un insieme di strombazzate animalesche che alla fine non sono neanche piacevoli da leggere. Dovrei sottolineare che questo è un mio pensiero, ognuno ha una sua visione, ma mi dispiace credo di essere abbastanza obbiettiva nella mia personale visione della cosa. Possediamo tutti una, o più, fantasie spinte ma non credo che qualcuno di noi trovi eccitante una copula tra due “animali”, un atto volto la maggior parte dei casi per figliare, ecco ho letto degli estratti di romanzi che mi hanno ricordato un documentario sui leoni. Parole sporche a parte il resto mi ha ricordato proprio il “rapporto” tra leone e leonessa…. talmente eccitante da non farmi acquistare il libro. Cioè poteva anche essere scambiato con un porno di bassa lega, perché anche lì la scelta è difficile, invece di un romanzo erotico.

Sono belli i libri erotici, non sto criticando o attaccando il genere, io stessa nel Il Ponte delle Danze Macabre, edito Triskell Edizione, tratto di temi forti (che poi alcune lettrici mi hanno detto che non è così erotico) Edward sottomette alla sua volontà Andreas e lo piega alle sue perversioni. Ci sono alcune scene in cui ho abbondato di terminologia “forte” credevo così di dare un maggiore impatto alla scena… ringrazio ancora l’editor che ha curato il mio libro, li ha cancellati tutti portandomi a usare una terminologia più sottile. Rileggendo il prima e il dopo è stato illuminante… prima non era erotico era solo volgare mentre dopo lo era.

Come sempre ognuno è libero di esprimersi come meglio crede ma non credo che nessuno nella sua fantasia, anche di sottomissione, voglia essere etichettata come giumenta da monta… pensateci.

Alla prossima 🙂

Come sempre se vi va lasciatemi un commento, la vostra opinione è sempre gradita.

Tira più una polemica che un pelo di… (meglio che mi censuro)

Ehhh ma come mai un titolone del genere?

Lo so da non amante delle polemiche vi chiederete come mai ora le tiri in mezzo, ehhh ragazz* devo farlo perché è argomento del giorno sui social! Che argomento poi meglio dire routine, molto più appropriato.

Comunque sono del parere che ogni tanto una deve buttarsi nella mischia male che vada se arrivano insulti so esperienze! 🙂

Partiamo dal principio: in questi giorni impazzano alcune, succulente, polemiche sui social, ed è vero che di solito mi tiro fuori ma quando il richiamo diventa troppo forte è impossibile restare indifferente. Non è che leggo polemiche così… non scherziamo qui non troverete politica, ricette, animali….

Ovviamente le polemiche riguardano scrittori, aspiranti tali, possibili nuovi autori di bestseller, beata autostima e chi la possiede così sproporzionata… serve, serve la convinzione di aver in mano una scala reali, un poker d’assi anche se stiamo solo bluffando è così che si vince a carte nella maggior parte dei casi. Ma veniamo al succo, succulento, del motivo per cui ho dato questo titolo e ho deciso di parlare di polemiche.

Non è tanto l’ego, perché in fondo è buono pensare positivo. Non è tanto che in meno di tre giorni hai più like di tanti autori conosciuti. Non è tanto quello che sta scrivendo, scriverà, ecc. Ma quello che quest* aspirant* autor* è riuscita a fare, per me, in questi giorni è sapersi vendere attraverso la polemica.

Ohh buttiamo giù le maschere, nel bene e nel male purché se ne parli e cavolo se se ne parla sui social con schieramenti e post strappalacrime da arrivare a farti chiedere: ma è tutto vero o stai alimentando ancora di più il tuo marketing? Si parlo di markerting, quando uscirà questo fantomatico romanzo lo acquisteranno ammiratori e detrattori solo per dire la loro e questo significa che, indipendentemente dal prodotto, venderà copie su copie e quindi per me ha vinto su tutto. Diciamolo senza invidia e ipocrisia, voluto o no è stat* un genio.

Insomma crei uno pseudonimo, non si sa chi tu sia (parte la caccia perché questo è prassi), chiedi l’amicizia a chiunque e fai una serie di post interessanti che stai scrivendo un romanzo. Fin qui niente di anormale. In poco meno di qualche giorno sei bombardat* di mille richieste, messaggi e commenti, ha scaldato la massa incuriosito chiunque e quindi è ora di sganciare la bomba… l’estratto super hot. Qui non mi pronuncio, non per quieto vivere ma perché davvero non c’è nulla che si può dire… spero che alle spalle abbia un bravo editor.

L’estratto della discordia, perché tutto nasce proprio da queste poche righe di pura poesia erotica, fa storcere il naso ai più (si anche a me) e così ha inizio un escalation di post su svariate bacheche anche da parte di altri autor* con botta e risposta. Commenti da parte di lettori che il più delle volte parlano di invidia, di andare avanti senza curarsi di nessuno. Volete sapere come la penso? Ecco servito il bum di vendite.

Ora non so quanto voluto o non voluto perché non posso giudicare in quanto non conosco la persona, ma è pura opinione solo in base a quello che ho letto, ma per me vince a mani basse. Ha saputo vendere la sua storia ancora in stesura, tanto di capello.

Altra storia altro post, altro aspirant* scrittor* che purtroppo avrebbe voluto seguire le orme ma purtroppo non ha avuto la stessa risonanza nell’etere. Mi spiace usare la polemica per fare marketing è un’arte subdola e sottile, il più delle volte si ritorce contro.

Cosa ho imparato in questi giorni? Che ho sbagliato tutto nella vita e la sagra della polemica social aiuta sempre e comunque, mentre chi sceglie altre strade di solito rimane con un pelo in mano che non tira un bel niente. 😀

Passo e chiudo, alla prossima!

Ovviamente lasciatemi un commento, dite la vostra come volete tanto con me neanche la polemica funziona XD

Pubblicazione gratis… si, no, forse, ci penserò!

Ohhh questo argomento mi piace parecchio, non che gli altri mi fossero indigesti, semplicemente perché io ho iniziato scrivendo fanfiction e quindi con pubblicazione gratis. (Ovvio che sono gratis mica si può guadagnare su personaggi e storie che non appartengono, assolutamente no.)

Forse non tutti sanno, anche se credo che invece tutti sanno, che esistono un sacco di portali dove poter pubblicare i vostri racconti o romanzi gratis. Piattaforme che vi mettono comunque a servizio una bella quantità di storie di ogni tipo, praticamente avete solo l’imbarazzo della scelta. Io pubblico ancora fanfiction, storie e romanzi su queste piattaforme e devo dire che è sempre un bel punto d’incontro con il lettore.

Vi chiederete, ma se non lo fate lo dico lo stesso, com’è possibile che pubblichi romanzi, anche con CE, e ancora stai su piattaforme come Wattpad? La risposta è semplice: sono ancora una signora nessuno che deve farsi conoscere, seconda cosa amo scrivere le fanfiction e non per ultimo spesso anche se una storia sembra buona, quando a bocciarla è una CE e la tua editor allora perché non farla leggere al lettore così com’è? “Così com’è” ovvero senza essere stata betata (beta reader… persone che leggono e ti correggono il tuo lavoro gratis) o editata (editor persona competente che paghi per avere un lavoro pulito sotto la forma grammaticale e non solo)

Non è una buona pubblicità al cento per cento, l’errore fatale di grammatica è dietro l’angolo, ma è un modo per farmi conoscere e devo dire che comunque qualche soddisfazione la porta. Quindi per me è un si, la pubblicazione su piattaforme gratis è un ottimo modo per imparare, conoscere il lettore, farsi conoscere e come dico sempre (almeno che non siete fortunati) dovete lavorarci su ma un risultato lo si ottiene.

Vi lascio una frase tratta dal mio romanzo free, su wattpad, Lacrime d’Arpa e il link nel caso vi venga voglia di leggerlo 😉

https://www.wattpad.com/748888206-lacrime-d%27arpa-note-tra-le-dune-di-sabbia-prologo

Come sempre fatemi sapere cosa ne pensate su questo argomento, anzi se tra voi c’è qualcuno che pubblica potete anche inserire le vostre opere sarò felicissima di leggere. ^^

Alla prossima!

Pubblicare… ma quando?

Ohh argomento spinoso stile spam ma che comunque mi sento di affrontare.

Parliamoci chiaro non esiste un momento perfetto in cui far uscire il tuo libro, certo una novella natalizia non la si pubblica in piena estate (ma forse potrebbe essere anche fattibile), anche perché le uscite sono fittissime sia per quanto riguarda le CE che il Self. Spesso lo tesso giorno escono tanti di quei libri da farti perdere, vero che puoi distinguerti per la storia o impattare con una cover da urlo ma sarai sempre una in mezzo a una marea (il più delle volte molto conosciut*)

Come dice il discorso è similare perché pubblicare con una CE ti da modo di avere un giorno, qualche giorno prima, una fitta pubblicità (anche di blog e recezioni in anteprima) che passato il Santo passata la festa (come si dice dalle mie parti) ovvero poi si parte con le pubblicazioni che verranno dopo di te. Io non sono una che si intende di marketing ma effettivamente se chi viene dopo di me è un autor* atteso ma chi mi si fila? Pochi, pochissimi ma soprattutto finisci presto nel dimenticatoi perché il lettore non parlerà del tuo libro (non acquisto o letto). Potrebbe sembrare un accusa alla gestione da parte delle CE… assolutamente no perché l’agenda editoriale è fitta e funziona così, crudele come cosa ma purtroppo bisogna stare alle regole del mercato.

Stessa cosa per quanto riguarda il Self, se non peggio! Perché almeno se alle spalle una CE, credetemi soprattutto nel MM è fondamentale, hai pubblicità pronta devi poi essere tu a mettere in luce una strada avviata mentre con il Self devi armarti di pazienza. Non è detto che i blog accetteranno di recensirvi o segnalare la vostra uscita, dovete mettervi nei gruppi a pubblicizzare l’uscita con la speranza di essere notati e poi c’è sempre il discorso delle tante uscite.

Troppa concorrenza. Troppo affollamento giornaliero, mensile, annuale. Troppo sconosciut*. Troppo incapac* a vendersi… la lista è lunga ma davvero avrei di cose da dire, però sembrerebbe una lunga inutile lamentela cosa che detesto. Quindi alla fine prima di pubblicare fate un bel giro per arrivare a trovare un giorno abbastanza “libero”, evitate di uscire con nomi importanti o libri attesi ma soprattutto non abbattetevi per le poche vendite. Vero che la prima cosa a cui si pensa: il mio libro fa schifo, ma molte volte bisogna solo trovare qualcuno che ha voglia di conoscere il nostro lavoro e magari parlarne sui social per farlo conoscere 🙂

Bene siamo alla solita domanda finale: voi come scegliete un autor*?Cosa vi spinge ad acquistare un libro al posto di un altro?

Fatemi sentire la vostra voce che fa sempre piacere^^ alla prossima.

Disegnare… insomma uno ci prova!

Lo so due articolo in poco tempo è troppo per me, a mi discolpa posso dirvi che da domani sarò impegnata otre con il lavoro la palestra e quindi meno tempo per aggiornare il blog. Ma non disperate (lo so che non vi disperate lasciatemelo credere) non farò mancare la mia presenza.

Oggi, dopo aver svuotato ancora un po’ il conto in banca, per rilassarmi in vista del lunedì ho preso la matita e mi sono messa a disegnare. Ovviamente stiamo parlando di una dilettante allo sbaraglio, anche peggio direi, quindi non aspettatevi dei capolavori però ho scoperto che mi rilassa e quindi frega niente del risultato.

Proprio di questo voglio provare a parlare oggi del provare anche quando non è nelle nostre corde. Spesso ci poniamo limiti semplicemente per paura di essere poi presi per i fondelli ma sapete una frega niente, mica mi pogo come un maestro di belle arti che tutto sa e tutto capisce quindi via la paura e vai di matita.

Vi dirò questo pensiero è arrivato quando ho iniziato a scrivere Il Ponte delle Danze Macabre, quel romanzo ha in sé tutto quello che detesto nei libri e che spesso mi ha fatto storcere il naso però mi sono detta: posso scriverlo. Alla fine ci sono riuscita e ammetto che quando vedo una stellina come valutazione alzo le spalle, non si può piacere a tutti così faccio con il disegno. Non mi aspetto che qualcuno mi dica: sei bravissima perché non lo fai a pagamento. Disegnare è uno sfogo quando scrivere diventa difficile. Un antistress quando sono nervosa e inquieta, inoltre volete mettere fare spam con un disegno fatto da voi? Si, sempre tratto da personaggi che conosco perché andare di fantasia è complicato ancora per me ma sempre disegnato da me.^^^

Vi lascio il disegno fatto in questo weekand 🙂

Domanda finale: qual è il vostro antistress?

Quanto conta lo spam ?

Spammo si. Spammo no. Spammo ni.

Si oggi voglio parlare del temutissimo nemico chiamato SPAM. Quella cosa fastidiosa che serve per vendere i tuoi libri e farti conoscere… quando ti va bene.

Diciamola tutta lo spam è fastidioso, altrimenti non avrebbero inventato caselle a posta dove farlo finire, ma vi assicuro che non lo è solo a riceverlo ma anche a farlo. Spesso mi sento proprio impacciata nel farlo perché non sai mai cosa scrivere per non essere ripetitiva. Si parla spesso, troppo, di come farsi pubblicità anzi ci sono proprio articolo su articoli che descrivono dettagliatamente come far vedere il tuo libro. Vi assicuro che anche provando a seguire le regole, ma proprio in modo meticoloso, non sono giunta a niente. Io e il Karma siamo proprio due nemici giurati, oppure ho scritto storie talmente pallose che meritano di non essere lette XD.

La parte esilarante di tutto lo spam con cui ho rotto le scatole al povero lettore, l’unico risultato utile è stato quando ho messo i miei libri gratis, un successone proprio l’unica volta in cui posso dire di aver avuto successo. Certo le cose a gratis fanno sempre gola ma non credo sia stato solo per quello, ci sarà stata sicuramente curiosità perché la promo è partita dopo poco la pubblicazione del Il Ponte delle Danze Macabre. Ma visto che le vendite del volume non sono salite c’è buona possibilità di non essere riuscita ad attirare il lettore. Si, perché mettere gratis un libro è una forma di spam non meno invasivo di mettere estratti, link, immagini, del proprio sito nei gruppi o sulla pagina Facebook e profili social, solo molto più subdolo alla fine il tuo romanzo è stato preso e prima o poi lo leggeranno.

Ma ovviamente non è tutto oro quello che luccica, anzi spesso nu ne manco il riflesso dell’acqua e sorge spontaneo: quanto funziona lo spam? Poco e niente, almeno per la sottoscritta parlo anche come lettrice, perché poi alla fine gira che ti rigira il libro è quello, le immagini quelle e non è che puoi mettere sempre estratti diversi quindi diventa automaticamente noioso sia per il lettore che per l’autore. Si, perché se qualche like arriva all’inizio dopo un po’ nu ti si fila nessuno. Altra pena alla pena che a questo punto preferisco scansarmi.

Quindi spam o non spam questo è il dilemma? Arrivando alla conclusione ho smesso di fare spam, anzi ho proprio messo una pietra sopra se non in rari casi in cui ci sono argomenti a cui mi piace rispondere ma per il resto ho detto basta. Insomma io i miei testi comunque li piazzo un po’ dovunque, soprattutto su IG, alla fine sono sempre presenti. Quindi ho deciso di fare un tipo di spam diverso magari ci vorrà più tempo per farmi conoscere ma preferisco così.

Ora la domanda a voi: vi piace lo spam? Lo trovate fastidioso? Avete mai acquistato un libro visto spammato in un gruppo?

Fatemi sentire la vostra voce che fa sempre piacere 🙂

Fanfiction… la cura a ogni male!

Oggi mi è venuta voglia di parlarvi di una mia grande passione: anime/manga. Alzi la mano chi non ha mai letto un manga o visto un anime, io appartengo alla generazione di Bim Bum Bam e OdeonTv quando dovevi aspettare secoli per una nuova puntata (se ti andava bene che non cancellavano la programmazione). La generazione dei Cavalieri dello Zodiaco, Sailorn Moon, Slam Dunk, Inuyasha… MTV i doppiaggi migliori in italiano, Evangelion e I cieli di Escaflwone, ma così giusto per citarne due altrimenti potrei andare avanti per ore.

Certo spesso mi dico che meno Pollyanna e più Sexy&thecity mi avrebbero fatto crescere con meno la sindrome della crocerossina ma tonto alla mia età ormai ho preso il pensionamento per abbracciare un più diplomatico: non c’è nessuno stronzo che vuole cambiare. Ma togliendo questa parentesi sono felicissima di essere cresciuta a merendine e anime/cartoni animati la parte più bella della mia infanzia che praticamente ancora vive.

Ora vi chiederete come mai ho tirato fuori questo argomento, semplicemente perché scrivere fanfiction è sempre stato un tocca sana per me (anche leggerle, in rete ci sono delle storie meravigliose). Come ho già detto ultimamente scrivere mi risulta difficile, forse perché le illusioni sono crollate e ora devo fare i conti con le macerie. Un conto che si sta rilevando più salato di quello che pensassi con la conseguenza che orami non ho più il desiderio di dar vita ai miei personaggi, ma scrivere le fanfiction è tutta un’altra storia. Così, magicamente, senza fatica ieri ho ripreso la trama della mia: Uniti dal Destino, fafiction yaoi su Slam Dunk incentrata principalmente su Sakuragi e Rukawa.

Ammetto che sono felicissima di questa ripresa perché è stato proprio scrivendo fanfiction su Thorin, personaggio di Tolkien dello Hobbit, che ho pensato di poter pubblicare una storia. Light two twin souls è il libro che ho dedicato a questo splendido personaggio e a tutto quello che è riuscito a far uscire fuori da me.

Avete anche voi un manga/anime su cui vi piace leggere Fanfiction?

Andiamo non siate timidi e fatemi sapere quali sono, magari mi consigliate anche qualche bella storia da leggere.

Ahhh ultimamente mi sono data molto agli Shounen Ai, praticamente ho divorato tutti quelli con i sottotitoli in italiano e per ora il mio preferito è… Super Lovers, dal mese prossimo inizio anche il manga non vedo l’ora di avere i primi volumi tra le mani. Vi lascio alcuni disegni che ho fatto, si ci provo a disegnare come tante cose che faccio ma anche qui ho poche speranze XD

https://www.instagram.com/p/CSRlofSMjA4/

https://it-it.facebook.com/anninarpage/videos/2825860511077262/

Ho scritto… ho provato a scrivere Annina sulla sabbia!

Eccomi qui!

Purtroppo per me mi sto godendo gli ultimi giorni di ferie. Il solo pensiero di tornare a lavoro mi atterrisce, non sono psicologicamente tarata per ricominciare con la solita vita… soprattutto con la palestra chiusa 🙁

Ma nella vita se deve faticà quindi basta lamentele! Tanto comunque mi tocca quindi non serve.

Quest’anno sono tornata al mare, dopo il mio inno d’amore per la distesa d’acqua salata (Profumo di Stella) ho come avuto un rigetto per l’elemento che più amo al mondo. Invece finalmente sono tornata a nuotare, ad ascoltare le onde e a riempirmi i polmoni con l’odore penetrante di salsedine.

Forse potrei attribuire questo mio ritorno al fatto che non voglio stare a casa, perché stare a casa vuol dire accedere il pc e stare per ore a guardare il foglio bianco. Così mi sono detta: il mare mi ha ispirato il mio primo romanzo, tornare da lui e amarlo come una volta forse potrebbe farmi tornare l’ispirazione.

Ho provato a scrivere lo pseudonimo sotto cui pubblico i romanzi ma come potete vedere da foto non mi è riuscito neanche quello. Come se ogni cosa relativa alla scrittura stesse lentamente svanendo senza che possa fare nulla, proprio come il vento che tirava sulla spiaggia non mi permetteva di scrivere sulla sabbia. Ecco mi sono sentita così impotente che a un certo punto ho cancellato io il vano tentativo.

Le sconfitte, come le vittorie, vanno accettare per poi ripartire di nuovo senza il timore di fallire ancora una volta ma credo di aver come raggiunto un limite… una sorta di raccolta punti che una volta terminata porti a casa il regalo ed è finita lì. Ecco la mia raccolta pubblicazioni forse è finita e per quanto mi sia sforzata non sono riuscita a prendere quello che volevo. Chissà se alla fine di questo periodo così strano, non ho mai avuto un blocco di scrittura così lungo, ritroverò la voglia di farlo in fondo devo solo scacciare la mia paura del foglio bianco… forse dovrei usare uno sfondo colorato per mettermi meno ansia.^^

Capita anche a voi di sentirvi mai come quelle schede di raccolte punti dove attaccare i bollini?

Sfiga 1.0… meglio 2.0… ma che dico? Sfiga versione illimitata

Buona sera 🙂

Eccomi pimpante come un bradipo stanco costretto a camminare sotto il sole rovente per tutta la giornata, non dovrei lamentarmi per come vanno le cose al giorno d’oggi anzi dovrei gioire per questa relazione di odio/amore con il mio lavoro. Nella mia vita è tutto un camminare sulla linea sottile che divide l’amore dall’odio forse perché è talmente un labile confine che non riesco a distinguerlo
Stasera faccio una premessa, nel senso una bella postilla non nuoce mai alla salute e non fa perdere il divertimento. Questo non è un blog tipo: mi piango addosso, esilarante, sfigato (anche se io lo sono) ma solo una finestra per chi ha voglia di ascoltare i miei sfoghi e pensieri. Anche se ancora non so per quale motivo dobbiate sorbirvi la mia piatta vita, ma il mondo virtuale è bello anche per questo
Bene direi che posso iniziare con un nuovo posto: volevo mirare alla Luna ma ho preso in pieno un asteroide.
Un titolo più appropriato per il mio blog non potevo trovarlo, preciso che la luna un pochettino sono riuscita a toccarla ma atterrarci sopra e a scrivere a lettere cubitali il mio nome è tutta un’altra storia. Si potrebbe dire che sono sfigata… lo sono… lo sono e anche a percentuale abbastanza elevata, perché la sfiga con me è bella fetente: prima mi illude poi mi attacca quando le difese sono abbassare. Potrei raccontarne tanti episodi, ho un memorandum da paura sull’argomento ma preferisco non aprirlo, non è che una può andare fiera di certi insuccessi.
Un tempo credevo che la mia “sfiga” fosse una sorta di punizione, il così chiamato “Karma”, avete presente quando il destino vuole punirvi delle vostre malefatte? Ecco io ero fermamente convinta che stessi scontando le malefatte dell’infanzia, adolescenza, gioventù ma alla fine ho semplicemente compreso che alcune persone sono più attrattive di altre ne bene tanto nel male. Pensateci un attimo, ci sono persone che con il minimo sforzo riescono a raggiungere obbiettivi che altre, nonostante tutto l’impegno, non riusciranno neanche a sfiorare. Queste persone forse riescono ad attirare a sé la fortuna, magari è un pensiero banale ma io la storia che se dai il massimo gli obbiettivi li raggiungi non ci credo più.
Sapete quante volte ho dato il massimo? Non parlo solo in ambito di “scrittrice” ma in generale, nella vita ho sempre dato il meglio di me (che poi veniva preso per il peggio ma so dettagli) eppure alla mia veneranda età mi ritrovo con poco e niente tra le mani, mentre fisico e anima hanno risentito di tutti i miei sforzi e ora non collaborano più. Un pensiero orribile, se ci riflettete un attimo, perché poi arriva un impoverimento di sensazioni, emozioni, sentimenti e voglia di fare. Qualcuno potrebbe dire: è la vita, ti sei fatta solo le ossa. Belli fatti i le ossa me le sento spezzate e non solo metaforicamente parlando, perché davvero a una certa devo pensare che la sfiga mi si è attaccata addosso come carta moschicida.
Ora avete compreso perché ho intitolato questo “articolo”: Sfiga 1.0… meglio 2.0… ma che dico? Sfiga versione illimitata. Io le versioni, salvo nuovi aggiornamenti, le ho provate tutte e ormai posso vantarmi di possedere a honorem quella illimitata.
Voi a che versione di sfiga vi siete fermat*? Non fatemi sentire la sola “sfigata” parlatemi un po’ delle vostre disavventure.
PS: se avete voglia di leggere di un mio personaggio, sfigato per segno zodiacale, vi propongo:

Sotto il segno di….

https://www.amazon.it/Sotto-segno-Annina-R-ebook/dp/B07N2YHZ8P

Scontro frontale con il 2021

Buona sera, almeno si spera che sia tale!

Ho deciso di dare un nuovo volto al mio blog, che ho trascurato un po’ a causa dei mille impegni. Purtroppo capita di avere la testa altrove, di voler fare tremila cose e alla fine di non concludere nulla… ecco il bello che io qualcosa ho concluso ma alla fine mi sono trovata in uno scontro frontale con un asteroide.

Ammetto che il 2020 non mi è pesato tanto, sarà che i mesi di chiusura, a causa pandemia, sono stati pochi mente il 2021 è stato l’anno del casa/lavoro senza nessuna distrazione…. solo la mia amata scrittura e la mia nuova passione il disegno. Ho scritto tanto in questi sette mesi chiusa dentro, il mio posteriore segna ancora alla perfezione il fondo della sedia (sia casa che lavoro) come a ricordarmi le ore passate al pc a buttare giù le mille idee che mi passavano nella mente. Ma alla fine, come dice il titolo del blog, la Luna non l’ho toccata neanche di striscio perché un asteroide mi ha colpito in pieno facendomi precipitare a terra e la caduta stavolta è stata bella pesante.

Chiariamo, non ho nessuna presunzione di essere l’autrice dell’anno so benissimo che devo lavorare sodo se voglio vedere risultati però… però… però… mi sembra sempre di restare nello stesso punto. Presente quando andate dal meccanico e lui preme sull’acceleratore al massimo senza che macchina si sposti di un millimetro? Ecco io mi sento proprio così: ho premuto sull’acceleratore senza arrivare da nessuna parte.

Ho scritto quattro romanzi e in ognuno c’è una parte di me, imperfetta come me, e alcune sensazioni che mi si sono incollate addosso come una seconda pelle eppure per ognuna ho ricevuto poco riscontro. Qui non parlo di vendita, perché alcuni sono stati messi in promo gratis, ma parlo proprio di un riscontro di farmi conoscere al pubblico.

Oggi, dopo la planata a terra con spiaccicamento frontale, ho capito che forse dovevo dar retta al mio deretano quando gridava: alzati da questa sedia e cammina, che poi non solo rimpiangerai il culo piatto ma anche il resto. Ecco cosa ho imparato da questo giro di boa del 2021 che come sempre nella vita a decidere tutto è… il posteriore.